“Adesso facciamo le squadre: scelgono i due capitani”. Con il nuovo format dell’All-Star Game, anche i grandi campioni della Nba proveranno le stesse sensazioni di chiunque abbia giocato anche solo una partitella tra amici nella più remota e meno attrezzata delle palestre.
Per rivitalizzare la sfida tra i migliori giocatori della lega, infatti, la Nba ha deciso di voltare pagina.
Dal prossimo 18 febbraio, a Los Angeles, stop alla consueta sfida Est contro Ovest che si gioca dal 1951 (la prima volta fu a Boston) e spazio a squadre miste, con la possibilità di vedere come avversari anche giocatori della stessa franchigia.
I due giocatori più votati in assoluto per partecipare all’evento, uno per conference, saranno come sempre i capitani, ma da quest’anno potranno scegliersi i compagni di squadra e senza dover tener conto della costa di appartenenza o della squadra di provenienza. I vari James, Curry, Harden, Westbrook, Durant, Irving e compagnia bella, insomma, saranno mescolati come mai prima d’ora.
Facile pronosticare che la nuova formula potrebbe creare qualche antipatia tra big, magari per una chiamata più attesa del previsto che potrebbe far imbufalire i più permalosi, tuttavia l’esperimento può aver senso.
Ci sono in effetti buone ragioni per testarlo, almeno: 6 degli ultimi 7 All-Star Game sono stati vinti dall’Ovest, conference nella quale in questi anni sono concentrate molte più “stelle”, e poi i giocatori stessi auspicano da tempo qualche correttivo.
Più di tutto, però, potrebbe aver pesato la volontà dei tifosi di vedere un All-Star Game più combattuto e con meno personalismi, che avevano inclinato un po’ troppo la sfida verso la dimensione dello show. Bene le giocate e lo spettacolo, insomma, ma perfino gli sponsor cominciavano a pensare che si stesse esagerando: a L.A. ci sarà qualche alley-oop in meno, forse, ma anche un po’ di basket “vero” in più.