Per sconfiggere il doping basterà installare un microchip agli atleti, “esattamente come si fa per i cani, e questa è una nazione di amanti dei cani”. Nel Regno Unito è polemica sulle clamorose dichiarazioni di Mike Miller, chief executive della World Olympians Association (l’associazione mondiale degli atleti olimpici) e presidente dell’associazione degli agenti di calcio, nonchè ex direttore esecutivo dell’International Rugby Board (oggi Rugby World).
E’ certamente anche la rilevanza dei suoi incarichi che sta facendo molto discutere della proposta, benchè lo stesso Miller abbia specificato che il suggerimento parte da un punto di vista puramente personale. In sostanza, per l’influente dirigente sportivo, la lotta al doping deve prepararsi ad accogliere benevolmente la tecnologia che consentirebbe di impiantare i chip che permetteranno sia di tracciare i movimenti degli atleti sia di rilevare eventuali farmaci o sostanze proibite che alterino in meglio le loro prestazioni.
Considerando che l’autore di tale ragionamento è al vertice di un’associazione che riunisce circa 100mila ex atleti olimpici, in attesa delle mosse della Wada (l’agenzia mondiale antidoping) non è ovviamente passata sotto silenzio nemmeno la risposta data da Miller alle ovvie obiezioni sul rispetto della privacy: “Beh, si tratta di un club e in club non dovrebbe entrare chi non è disposto a seguirne le regole”.
Un’ipotesi del genere potrebbe scatenare un dibattito epocale, considerando quanto ci sia potenzialmente in gioco dal punto di vista non solo sportivo ma anche personale: va detto, però, che non si tratta di una novità assoluta.
Cyberscenari analoghi – anche se maggiormente legati alla possibilità di usare un localizzatore Gps per evitare “fughe” degli atleti dagli esami antidoping a sorpresa – erano inoltre stati auspicati, in un’intervista ad un quotidiano svedese rilasciata una decina d’anni fa, dalla fuoriclasse dell’eptathlon Carolina Kluft e dall’oro olimpico 2004 dell’alto Stefan Holm.
Qualche anno dopo, nel luglio 2013, arrivò l’annuncio – da parte del Politecnico federale di Losanna – di aver realizzato una specie di “laboratorio di analisi” in miniatura, adatto ad un uso sottocutaneo.