Pole dance alle Olimpiadi, l’iter non è per niente fermo al palo. Appare anzi sempre meno lontano il momento in cui la “danza della pertica” potrebbe fare il suo ingresso ufficiale anche sul palcoscenico del più grande evento multisportivo al mondo.
Più che di pole dance, danza acrobatica intorno al palo, è però in questo caso più corretto parlare di pole sport: da anni, infatti, ha ne preso piede la versione trasformata in una disciplina vera e propria con regolamento, giudici e campionati.
Dopo una battaglia avviata con una petizione risalente al 2006, ora la IPSF-International pole sports federation (nata nel 2009 e presieduta da Katie Coates) può brindare: ha infatti ottenuto lo status di “observer” dalla GAISF-Global Association of International Sports Federation, l’associazione-ombrello che riunisce le federazioni internazionali di ogni sport, gli organizzatori dei giochi multisportivi e le associazioni internazionali connesse allo sport.
Cosa significa? La pole dance – esattamente come il calcio o il basket – si è dotata negli anni di un sistema di punteggio, di regole e di norme antidoping (con test condotti dalla Wada, l’agenzia mondiale antidoping), e quindi per due anni godrà dello status provvisorio di sport.
Per essere riconosciuta definitivamente come tale, però, dovrà salire entro 24 mesi alla soglia di 40 Federazioni nazionali riconosciute (oggi sono una quindicina) e diffuse in almeno 4 Continenti. Federazioni il cui numero dovrà salire a 50 perché il CIO possa prendere in considerazione l’ipotesi di ammettere la pole dance – alias pole sport – nel programma delle edizioni estive dei Giochi Olimpici.
Il paradosso è che in alcuni Paesi le federazioni nazionali non vengono riconosciute fino a che l’attività che in esse si struttura non viene riconosciuta come sport.
Un cammino non facile, quindi, ma per nulla impossibile. Basta considerare, ad esempio, che ha solo una dozzina di anni il primo campionato mondiale di pole dance organizzato nel 2005 ad Amsterdam da Pole Passion, mentre sono del 2012 i primi mondiali di pole dance sotto l’egida della IPSF.
Un’ascesa veloce e determinata, come quella di una brava pole dancer, resa sicura dalla specifica normativa che ne ha via via “istituzionalizzato” il carattere proprio nell’ottica di ottenere il riconoscimento della pole dance come sport. E che sport: le figure acrobatiche realizzate dalle migliori interpreti della disciplina, infatti, richiedono grandi capacità in termini di forza, resistenza e coordinazione, nonché notevoli doti in quanto a scioltezza, agilità e flessibilità.
Prevedibile che quando si parla di pole dance il pensiero di molti corra alla lap dance, quella per intenderci che si vede in film come Striptease.
Basta però vedere qualche clip illustrativo di Valentina D’Amico, creatrice del primo blog in italiano sull’argomento, per capire facilmente le enormi differenze: negli strip club i movimenti alludono al contatto fisico e riproducono l’esplicitamente erotico strusciarsi sul corpo altrui, aspetto che nella pole dance – e nella sua evoluzione sportiva, potremmo dire puramente ginnica – è invece totalmente assente.
Non a caso, seppure il palo d’appoggio sia comunque presente, la pole dance intesa come pole sport si è diffusa a macchia d’olio e anche in Italia attrae persone di varie età, che la vivono come ogni altra attività di fitness, e di ogni condizione: la IPSF ha varato l’anno scorso anche la Para Pole, a testimonianza dell’inclusività del fenomeno pole.