Serie incertissima grazie ad una vittoria per parte dopo le prime due partite, ma le World Series 2017 tra Los Angeles Dodgers e Houston Astros sono speciali per una serie di motivi che potrebbero convincere a seguirle perfino Massimiliano Allegri.
Innanzitutto c’è il blasone delle due contendenti, molto diverso. I Dodgers – nati a Brooklyn ma dal 1958 a Los Angeles – sono una delle grandi storiche della MLB e vantano ben sei vittorie (più altre dodici finali perse) alle World Series, dato che li mette alle spalle dei soli NY Yankees, St.Louis Cardinals, Oakland Athletics, San Francisco Giants e Boston Red Sox.
Una volta sola così vicino alla gloria prima di quest’anno sono invece andati gli Houston Astros, finalisti sconfitti nel 2005: sono una delle sole otto squadre (su trenta) ai massimi livelli del baseball Usa che non ha mai vinto, ad oggi, il “Fall Classic”. Peggio di loro hanno fatto solo Seattle Mariners e Washington Nationals, mai nemmeno all’atto finale della MLB che mette di fronte le squadre vincitrici della National League e della American League.
In parallelo al palmares dei due team ci sono anche altri aspetti che li caratterizzano. I Dodgers incassano dai diritti media più di ogni altro team, vantano lo stadio più capiente e hanno il più alto monte ingaggi della lega, con ben 242 milioni di dollari, mentre gli Astros sono ad un anonimo diciottesimo posto con 124 milioni.
Come in altri sport, però, non è scontato che alle finali arrivino sempre e soltanto i giocatori più pagati. Spesso le motivazioni fanno la differenza, come insegna José Altuve: oggi il seconda base venezuelano vanta ben cinque convocazioni all’All-Star Game e parecchi trionfi in diverse statistiche di peso, tra le quali la miglior media di battuta in tre delle ultime quattro stagioni, ma per arrivare a questi livelli ha dovuto sbattere fuoricampo molti pregiudizi.
In una lega sempre più caratterizzata da colossi, Altuve è infatti il giocatore più basso del campionato con i suoi (dichiarati) 168 cm: prima di essere preso in squadra, fino a diventarne (anche alla faccia del sarcasmo di diversi commentatori del baseball) uno dei simboli, fu scartato proprio da Houston e proprio per la sua altezza.
In termini di motivazioni, però, anche i losangelini quest’anno concederanno poco: negli ultimi anni hanno visto esultare più volte gli acerrimi rivali dei Giants e il loro ultimo trionfo finale risale al 1988. Nello stesso anno, Magic Johnson – e ovviamente si parla di basket – riuscì a guidare in campo i suoi Los Angeles Lakers ad una clamorosa doppietta dopo il titolo dell’anno prima. Uno degli apici di un decennio sensazionale, per la Nba, grazie all’epica rivalità tra i gialloviola ed i biancoverdi Boston Celtics di Larry Bird, all’abbondanza di altre squadre vincenti e indimenticabili come i Philadelphia 76ers della coppia Erving-Malone o i Detroit Pistons di Isiah Thomas e alla giovane ma fiera concorrenza dei dominatori degli anni successivi, i Chicago Bulls di Michael Jordan e gli Houston Rockets di Hakeem Olajuwon.
Aver festeggiato il compleanno in Italia, la scorsa estate, deve aver portato bene: Magic Johnson, oggi tra i proprietari dei Dodgers, intravede la possibilità di fregiarsi di un grandissimo titolo in un’altra veste, e il suo tifo e la sua vicinanza alla squadra sono un clamoroso spot per tutta la MLB.
Le sue speranze sono riposte anche in Yasiel Puig, per gli amici “cavallo selvaggio”: la cronaca si è occupata di lui per le sue intemperanze alla guida e per un gestaccio rivolto ai tifosi, ma è niente rispetto ai tredici tentativi di fuga dalla natia Cuba verso il Messico per poter diventare eleggibile per la Mlb. Il ventilato coinvolgimento della malavita nel suo tentativo riuscito ha verosimilmente contorni non solo romanzeschi, come in altre celebri storie americane: oggi Puig è una delle star dei Dodgers ma dice che continua a dormire “con un occhio aperto”.
Più da gossip, anche per alcune foto molto private finite chissà come in rete, è invece la storia d’amore con la top model ed attrice Kate Upton del pitcher degli Astros Justin Verlander, a lungo stella dei Detroit Tigers prima del clamoroso trasferimento – nello scorso agosto – in Texas: il 34enne campione della Virginia ha tra l’altro avviato una fondazione che si dedica ai veterani dell’esercito statunitense.
In campo, Verlander e compagni cercheranno di regalare un motivo per sorridere all’intero Texas devastato (più di 80 morti, nello Stato) dall’uragano Harvey: i giocatori, con le loro magliette ‘Houston Strong’, con la loro presenza nei centri di evacuazione gioco e con l’aiuto fornito in prima persona per i soccorsi, hanno aiutato a tener alto il morale di chi stava vivendo una situazione drammatica.