Egan Bernal è il nuovo volto del ciclismo colombiano: a soli 20 anni ha già conquistato 11 vittorie da professionista, ed ora è pronto al grande salto nel World Tour.

Scorrendo l’ordine d’arrivo dell’ultimo Giro di Lombardia (vinto da Vincenzo Nibali), al tredicesimo posto è possibile scorgere un nome inedito a molti appassionati, quello del giovane colombiano Egan Bernal Gomez, in forze alla squadra italiana Androni Giocattoli-Sidermec di Gianni Savio. Per lui si è trattato del primo piazzamento di rilievo in una corsa importante, ma probabilmente non dell’ultimo.

Le origini
Nato il 13 gennaio come Marco Pantani, ma del 1997, Bernal è originario di Zipaquira, una città a 50 chilometri da Bogotà. Dal 2015 risiede però in Italia, per l’esattezza a Cuorgnè, in provincia di Torino, insieme alla fidanzata Xiomara Carolina Guerrero Cuervo, anche lei ciclista.
Per molti il suo piazzamento è stato un’autentica sorpresa, ma il suo nome era già noto agli addetti al settore, soprattutto dopo la vittoria del Tour of Avenir 2017, la principale corsa a tappe per Under 23. Nel corso degli ultimi mesi Bernal è stato accostato alle squadre più forti del World Tour, ma a concludere l’accordo con il suo agente – l’italiano Giuseppe Acquadro – è stato lo squadrone inglese Team Sky, tra le società ciclistiche più ricche al mondo, nella quale milita anche il vincitore di 4 degli ultimi 5 Tour de France, Christopher Froome.
“Un giovane talento con valori fisici eccezionali ai quali si abbina una mentalità già professionale nonostante i suoi 20 anni”, ha dichiarato Gianni Savio – uno che di ciclismo, soprattutto sudamericano, se ne intende – all’indomani della firma con il Team Sky, restituendo le migliori qualità di questo corridore con una sintesi encomiabile.
Bernal è la nuova sensazione del ciclismo internazionale, uno scalatore che si inserisce a pieno titolo nella tradizione degli “Escarabajos” – ovvero scarabei, in spagnolo –, così come vengono definiti fin dal 1952 i corridori colombiani, a simboleggiare la loro leggerezza e la loro tenacia. Da bambino voleva fare il giornalista, ma è stato spinto a inforcare una bicicletta e a partecipare alle prime corse fin dall’età di 8 anni dal padre German, corridore anche lui, ma mai professionista.
Le prime gare importanti non le ha corse però su strada, ma in mountain bike. Bernal è l’emblema della nuova generazione di corridori colombiani, nata in seguito a forti investimenti del governo e in particolare del Coldeportes (l’equivalente del nostro ministero dello sport) allo scopo di differenziare il più possibile la preparazione.

L’ascesa della Colombia
Oltre a sponsorizzare direttamente società ciclistiche guidate da direttori sportivi di grande esperienza e umanità come lo stesso Savio o Claudio Corti, il governo ha puntato molto sulla diversificazione, costruendo nuovi velodromi e promuovendo gare di mountain bike, allo scopo di creare ciclisti completi.
In parallelo alle dure scalate andine, così, i corridori di casa hanno potuto provare nuove soluzioni di allenamento, su pista e su terreni accidentati. Non è un caso che molti dei corridori più vincenti degli ultimi anni siano venuti da ambiti diversi rispetto al ciclismo su strada, dall’australiano Cadel Evans al britannico Bradley Wiggins.
La Colombia è stata tra i primi paesi a recepire il messaggio, iniziando a produrre in serie corridori vincenti e in grado di infrangere numerosi “tabù”, da Rigoberto Uran (spesso piazzato in corse importanti come Giro d’Italia e Tour de France) a Nairo Quintana (primo colombiano a vincere la Maglia Rosa), passando per Esteban Chaves (primo corridore del suo paese a vincere una classica monumento, il Lombardia 2016) e Fernando Gaviria (vincitore della classifica a punti al Giro 2017).
Sembra dunque sfaldarsi lo stereotipo che nel corso degli ultimi decenni si è creato intorno ai ciclisti sudamericani, in particolare a quelli colombiani, spesso catalogati come istintivi, fenomeni in salita, fermi a cronometro e svogliati in allenamento.
Pur andando forte in montagna, Bernal sembra contraddire tutto questo e si prepara a diventare tra i ciclisti più rappresentativi della sua generazione.
Magari riuscendo anche a raggiungere anche il bersaglio più grosso, quella Maglia Gialla finora solo accarezzata ma mai portata in Colombia.