Sul campo di Wimbledon come per una sfida tra pistoleri di un grande western. Anche a quel tipo di duelli ha pensato Janus Metz Pedersen per raccontare la leggendaria rivalità tra Bjorn Borg e John McEnroe: il film a loro dedicato fa centro con la forza e la precisione di un colpo vincente.
Nelle sale dal 9 novembre dopo l’anteprima con tanto di trionfo alla Festa del Cinema di Roma, ‘Borg McEnroe‘ riesce infatti a cogliere molte delle infinite rotazioni dell’anima dei protagonisti del dualismo perfetto: quello tra il glaciale svedese e l’infuocato statunitense nato in Germania.
Merito del regista, al quale la dinamica interiore dei due tennisti interessa più di tutto, e di un notevole montaggio visivo e acustico, ma anche degli attori principali che con un’ottima prova (con tanto di notevole somiglianza) trasmettono la personalità di due uomini e di due fuoriclasse assai diversi: disciplinato, potente, instancabile battitore da fondo campo Borg (nel film, Sverrir Gudnason); irascibile, sanguigno e talentuoso attaccante a rete McEnroe (interpretato da Shia LaBeouf).
Antitesi l’uno dell’altro, ai tempi della celeberrima finale di Wimbledon 1980 sono rispettivamente il re (Bjorn) a caccia del quinto alloro consecutivo sull’erba inglese e l’ambizioso sfidante (John) che punta al trono. Concordemente inserito tra le più grandi partite di tennis della storia, quel match è l’apice epico di uno scontro che, per le valenze metaforiche della partita ma anche per i suoi risvolti extra-campo, rende praticamente impossibile non immedesimarsi nei due assi. I cui confronti diretti, complessivamente, si chiuderanno tra l’altro (con il precoce ritiro di Borg) in assoluto pareggio.
Come ‘Rush’ evidenziava le enormi differenze tra Niki Lauda e James Hunt, così ‘Borg McEnroe’ sottolinea quelle tra i due avversari prima e durante la finale, che vivranno in stile mors tua vita mea. Nel tratteggiare il privato ed il percorso che li ha portati fino a lì, all’apice della gloria sportiva, il film di Pedersen rivela in realtà più di Borg che di McEnroe: il percorso di trasformazione da giovane irrequieto (già, lo era pure lui) ad imperturbabile macchina da punti, l’ascesa al trono del tennis, il fascino extracampo, le pressioni imposte dalle aspettative che pesano su chi ha vinto tanto e le prime incrinature nelle certezze di un titano fin lì quasi sempre imperturbabile.
Nella sua sottolineatura degli opposti sublimata dal campo, però, Pedersen mira al profondo di ogni spettatore: con un’azzeccata sceneggiatura lo cattura per accompagnarlo in un viaggio tra le passioni, le arrabbiature, le emozioni, le ossessioni, le manie e l’incredibile quantità di stress che si vivono prima e durante un confronto che attira l’attenzione di tutti.
Lasciando a chi guarda il piacere, e forse la sorpresa, di scoprirsi più Borg o più McEnroe nei diversi momenti della propria vita: quelli in cui di volta in volta si è – o occorre essere – signorili o ribelli, distaccati o incavolati (“Non puoi dire sul serio”, in stile Superbrat), ripetitivi o creativi, gelidi o bollenti.
Perché in fondo, come piace dire ad Andre Agassi, “Ogni partita è come una vita in miniatura”.