Prima donna statunitense a vincere la maratona di New York in 40 anni, Shalane Flanagan è finita su homepage virtuali e prime pagine cartacee di tutta America ma è soprattutto un notevole esempio di perseveranza e di umiltà.
Sicuramente il suo trionfo nella più grande 42 km del mondo ha avuto un’eco straordinaria per il regalo che la Flanagan ha fatto ai suoi connazionali poco dopo l’attacco terroristico subito dalla Grande Mela, e lei ha mostrato grande lucidità nello svelare di aver pensato che quel tagliare per prima il traguardo fosse “il momento” di cui i connazionali avevano bisogno, “qualcosa per cui sentirsi bene”. Tutto realmente importante, in una nazione sotto choc, ma c’è di più: Shalane Flanagan ha portato al traguardo altri messaggi dal valore universale.
Il primo riguarda il non arrendersi mai, la perserveranza. Qualche mese fa, l’atleta – 36 anni – aveva spiegato come fosse importante, per lei, una chiusura di carriera speciale: “Non significa che vincerò un grande evento, ma vorrei finire prima almeno una maratona di rilievo negli Usa”. Sette anni dopo il suo esordio nella 42 km più famosa del mondo, la statunitense ha invece ottenuto il risultato più bello proprio nel giorno in cui quella bandiera a stelle e strisce aveva forse più bisogno di sventolare.
Non mollare mai, insomma, un pregio che rientra anche nello stile delle sue radici irlandesi (”I’m Irish” twittò qualche anno fa) che portano ad un immediato parallelo con la 100% irlandese Katye Taylor, laureatasi campione del mondo nel pugilato solo pochi giorni prima.
Forte di un lungo percorso come atleta, Flanagan ha trasformato la vittoria alla maratona di New York in un distillato di saggezza: “Spero che questo risultato ispiri la prossima generazione di donne a essere pazienti: per ottenerlo ci sono voluti sette anni di lavoro”.
Consiglio universale che vale al di là dell’essere uomo o donna, in effetti, ma che rivela intelligenza e orgoglio della ex ragazza di Marblehead, nel nord del Massachusetts, dove la madre Cheryl Bridges era stata a sua volta ottima atleta e dove Shalane si era distinta fin dai giorni alla high school nelle gare di cross country.
Tutte doti che la 36enne atleta non ha mai scollegato – altro messaggio – da una robusta dose di umiltà, e un altro aneddoto lo conferma.  Quasi dieci anni dopo Pechino 2008, nel marzo scorso era emerso che la seconda classificata – fatale un test antidoping – doveva restituire la medaglia ottenuta nei 10.000 metri. A Flanagan, all’epoca giunta terza, fu proposta una cerimonia di premiazione per conferirle la meritata medaglia d’argento, ma lei declinò gentilmente l’invito: “A Pechino – disse – ho avuto il mio momento, un momento meraviglioso. Non ho rimpianti. Perché dovrei cambiare i più bei ricordi del podio in quello stadio?”.