«Sport Tribune sarà la mia patria». Andrea G. Pinketts, scrittore di culto del noir italiano, ha definito in questo modo l’adesione al nostro magazine in uscita a novembre. La sua penna, sempre arguta e ficcante, andrà a infilzare grandi personaggi dello sport, come nella migliore tradizione della letteratura sportiva americana.

Ce lo ha spiegato lui stesso, entusiasta per la collaborazione, mentre abbiamo scambiato due chiacchiere nel suo quartier generale e luogo dell’anima: Le Trottoir di piazza XXV Maggio a Milano. Appena arrivo mi fa cenno di avvicinarmi. Poi, quando sono a portata, mi placca con un braccio e con voce perentoria dice: «Ascolta». Di fianco a lui, con smartphone spianato, c’è Michelle Vasseur, la gentile titolare del Trottoir – nonché artista in grado di firmare con Adriano Celentano la canzone Svalutation – e sullo schermo scorre il video della canzone che Pinketts, in collaborazione con la Vasseur, ha dedicato a Lex, lo storico cane considerato un vero e proprio custode e guardiano della Darsena, scomparso di recente. Tutto intorno, sulle pareti, spiccano i quadri che numerosi artisti hanno dedicato al quattro zampe, nell’ambito di un concorso indetto in suo onore.

Cosa ti ha colpito di Sport Tribune?

«Il progetto mi sembra entusiasmante, perché ha tutte le caratteristiche anche grafiche per riprendere la tradizione del pulp magazine. Questa carta, non certo nobile, è quella su cui hanno scritto i più grandi narratori della cultura americana. Tipo Dashiell Hammett, William Faulkner, Raymond Chandler, Ernest Hemingway. Erano articoli o racconti a puntate, che sarebbero poi diventati grandi romanzi. Con illustrazioni suggestive. Quindi, mi sembra che i presupposti ci siano tutti. Io sono un reduce da me stesso, ma che ci siano altre voci interessanti a parlare di sport come metafora della vita mi piace come formula, e i contenuti saranno all’altezza del contenitore».

Sei un ex boxeur e per anni hai praticato anche arti marziali. Qual è il tuo rapporto con lo sport?

«A me piacciono quelli da combattimento. Ma per me anche il ping pong è uno sport da combattimento. Tanto che, anni fa al San Celso, una scuola milanese che ha queste colonie estive dove si tengono una sorta di Olimpiadi a cui uno si iscrive a tutti gli sport possibili e immaginabili, ho partecipato. Gioco da cani a basket ma ero diventato capitano di una squadra. Giocavo bene a pallavolo, ma gli sport preferiti erano sempre quelli da combattimento. Una volta ho perso una corsa campestre perché non avevo fiato, già fumavo sigari, perché avevo smesso le sigarette a 12 anni. L’approccio dello sportivo non lo avevo. Ma il ping pong proprio non ero capace. E’ diabolico. Forse uno sport più duro della boxe».

Soccer Illustrated inondato di birra

Lo sai che se lo chiami ping pong chi lo pratica si incazza? Preferiscono tennistavolo.

«Anche per questo non mi piace, perché appena lo chiamavo così e si incazzavano mi veniva voglia di sollevare il tavolo e rovesciarglielo in testa».

 Una delle tue teorie, d’altronde, è che il miglior perdono è la vendetta.

«Sì, anzi, sono per la benedizione. Porgi l’altra guancia, quando sei uno sportivo, devi dirlo all’avversario. Non a te. Anzi, potremmo aggiustare il tiro: porgi l’altra guancia al tuo avversario e schiva l’altro pugno diretto a te».

 Hai già qualche idea?

«Ci sto pensando e potrei prendere spunto dalla mostra che abbiamo inaugurato insieme ad Alexia Solazzo a Le Trottoir, che si intitola: “Face your Phantoms”. Cioè “fronteggia i tuoi fantasmi”. Che in fondo ha anche fare con lo sport. Il fantasma, nello sport agonistico, è rappresentato dall’avversario. Oppure, per citare una frase che nel dirla mi faccio schifo da solo per la sua retorica: il tuo peggiore avversario sei tu stesso. Quindi, parleremo di cose diverse, pur essendo non in grado di scrivere tecnicamente, ma raccontando le leggende e la letteratura che ruotano intorno ai protagonisti dello sport. Non escludo che possa scrivere qualcosa anche sul ping pong, così tutti quelli che lo chiamano tennistavolo si incazzeranno».

Alexia Solazzo mentre “vomita” rose e Pinketts

 Mentre parliamo abbiamo già fatto fuori due birre medie. E altre sono in arrivo. Anche il bere è uno sport per te? Sembra una disciplina.

«Assolutamente sì. Non solo, io fumo sigari, che sono la cosa più naturale e, se vogliamo, sportiva nel campo dei viziosi. Il bere, pensando che bevo prevalentemente birra, è una sorta di sollevamento pesi. Se vai all’Oktoberfest sollevi dei chili di bicchieri pieni di birra. Ho abbandonato qualsiasi attività agonistica, a parte il Kendo fino a 30 anni, perché avevo due opzioni: o lo sportivo o lo scrittore. Ma facendo lo scrittore potevo essere contemporaneamente sportivo, in più uscire con le ragazze, fumare sigari e bere birra. Quindi, quando si è posto questo grande dilemma, nella scelta non ho avuto esitazioni».

 Da poco hai ripresentato anche Sangue di yogurt, che ha dei rimandi alla boxe.

«E’ un insieme di storie che ho scritto tra la fine degli ’80 e i primi ’90. Pulp, come le illustrazioni dei vostri giornali, scritte a puntate. Nelle quali, reduce dalla boxe, avevo inventato dei personaggi tipo Totem Kid, il fulmine dei pesi medi, oppure in un’ipotetica situazione degli anni ’50 dove dei paperi, al posto dei comunisti, venivano perseguitati dai maccartisti e un campione di boxe dei paperi dava un sacco di mazzate a chi se le meritava. Non la boxe come violenza, ma hemingwayana. “Sangue di yogurt” è illustrato da grandi artisti. All’interno da Antonio Terenghi, il creatore di Pedrito el Drito, e la copertina da un quadro di Alexia Solazzo. E come dicevi, tanto per richiamarci allo sport, è diviso non in capitoli ma in round».

Ingresso della Sala Pinketts al Trottoir

 Quante volte ti sono serviti gli sport da combattimento nella vita?

«Io facevo boxe in palestre, adesso ci spareranno le femministe, in cui le ragazze non erano ammesse. Quelle palestre in cui sentivi il sudore delle mazzate che stavano per arrivare. Non certo come Elisabetta Canalis che fa kick boxing a Miami. Quindi, certo che mi è servito. Non come picchiatore. Ma avendo fatto il giornalista investigativo, che era un lavoro pericoloso, mi è stato utile per essere un’arma difensiva, non offensiva».

Hai citato Hemingway come modello. Lui vedeva anche nella caccia e nella pesca delle grandi attività sportive. Oggi, però, i vegani potrebbero risentirsi.

«Non sono vegano, ma texano. Anzi, direi texiano, come Tex Willer. Amo le bistecche alte così, con montagne di patatine fritte. Non sono anti animalista, ho conosciuto un coniglio molto amato e non lo avrei mai mangiato. Ma entri nella logica del fatto che qualsiasi cosa tu stia facendo stai compiendo un male. Anche verso le foglie di tabacco. Sono molto lontano dal veganesimo. Per me un vegano è come Mazinga Z o Jeeg robot, lo associo ai cartoni animati giapponesi. I vegani per me vengono dal pianeta Vega, che non conosco sicuramente per ignoranza mia».

Nel frattempo arriva una signora, saluta Andrea e gli dona una stecca di sigari: «Mio marito non li fuma, ho pensato di portarteli». Lui ringrazia, se li infila nella borsa e versa mezza birra sul giornale. «Ragazzo!!! Un’altra birra». 

La gioia per i sigari inaspettati

Hai avuto tante donne. Non mi dirai che anche quello è stato uno sport?

«No, fanno parte di un trittico. Una volta in una gara di birra in velocità ho battuto un campione sportivo del Brera calcio, la terza squadra di Milano del mio amico Alessandro Aleotti. Mi aveva fatto sfidare un suo campione centroamericano. Il sigaro è il contrario di una gara, perché rappresenta compiacimento, riflessione, tempo per pensare. Figurati le donne, che non sono uno sport ma un mistero. Allora, visto che unisco la gara con la birra, la contemplazione col sigaro e lo scoprire misteri, questi tre elementi mi sembrano perfetti per rappresentarmi».

 Non aggiungiamo altro, sennò poi roviniamo la sorpresa.

«Possiamo aggiungere che Sport Tribune mi vedrà, più che protagonista, sicuramente come compatriota. E’ bella questa definizione, perché c’è una patria enorme come quella della letteratura sportiva, che non ha necessariamente una localizzazione, ma c’è, comprende una causa, un motivo di ribellione, di orgoglio. Quindi una patria ideale».