Sasha Vujacic ha vinto due titoli Nba con Kobe Bryant, giocando per più di dieci anni nel campionato di basket più importante del mondo con le casacche di Los Angeles Lakers, New Jersey Nets, Los Angeles Clippers e New York Knicks. Si è guadagnato il soprannome The Machine per la sua percentuale di realizzazione da tre punti che, nella stagione 2007/08, ha raggiunto il 43,5%. Ha debuttato a soli 17 anni nel campionato italiano con la Pallalcesto Udine, ed ora è tornato al Fiat Auxilium Torino per portare la squadra piemontese il più in alto possibile.

Vedendoti in campo dimostri ancora tanta energia. Nonostante i due titoli NBA vinti con i Los Angeles Lakers e le tante altre vittorie. È l’amore per il basket che ti permette di continuare con tutta questa voglia?
“È un amore che non si può spiegare. È una passione che è nata da bambino. Quando sono in campo mi sento un’altra persona. Per questo, siccome negli ultimi due anni non ho giocato tanto, mi sono stufato e ho cercato un posto dove poter andare e fare la differenza, fare qualcosa per il basket per la città e il suo pubblico”.

Claudio Marinaccio e Sasha Vujacic

Quando giocate in casa, cerchi spesso il supporto dei tifosi. Quanto sono importanti, durante la partita?
“Quando scendo in campo con la maglia del Fiat Auxilium Torino voglio coinvolgere il pubblico perché, alla fine, noi possiamo esistere solo se ci sono i nostri tifosi.
Se c’è il tifo, se c’è l’amore, se c’è la gente, tutto può succedere.
E l’affetto che mi danno i tifosi mi da un’energia difficile da spiegare”.

Hai giocato in Europa e negli Stati Uniti. Com’è cambiato il basket e come sei cambiato tu?
“Quando ho iniziato a giocare a Udine ero un ragazzo e il basket italiano era il migliore d’Europa. Sono tornato dopo tanti anni e ho trovato un livello un po’ diverso ma, comunque, molto competitivo. È normale che l’Nba sia il sogno per qualsiasi giocatore di basket. Poi andare lì e giocare tanti anni è diverso che rimanerci per poco tempo. Ho rifiutato tante quadre prima di finire nel draft. Il mio sogno è sempre stato quello di vincere il titolo Nba a Los Angeles, con i Lakers. Poi una volta che ci sono riuscito ne volevo vincere un altro. È così è stato. Adesso ho voglia di vincere qui. Perché quando hai raggiunto il top del top puoi fermarti e vantarti delle tue vittorie passate oppure voltare pagina e iniziare un nuovo capitolo della tua vita”.

Cosa ti ha spinto a tornare a giocare in Italia?
“Ho scelto l’Italia proprio perché per me è casa. Non volevo andare da altre parti o a giocare l’Eurolega. Ho cercato il mio benessere e una squadra dove potessi fare la differenza. Torino ha una gran voglia di basket. Ci sono la Juventus e il Toro nel calcio. Ma manca ancora una cultura forte della pallacanestro. Noi abbiamo la possibilità di far innamorare le persone di questo sport. Il basket può coinvolgerti. Sei parte del gioco, dei giocatori ed è uno spettacolo piacevole anche per i bambini. Appena sono arrivato qui ho detto che il mio sogno è quello di unire le tifoserie di Toro e Juventus e dargli del basket vero, di qualità. Spero che il palazzetto sarà sempre pieno, sia in campionato che in coppa, perchè in quel modo chiunque verrà a giocare qui dovrà pensare che sarà difficile, se non impossibile, vincere. Quando le persone riconoscono il cuore, la passione e tutto quello che puoi dare e capiscono che non sei venuto qui a “fare il fenomeno” si affezionano e non ti mollano più. È successo a Udine, e vorrei accadesse anche a Torino”.

Su Youtube c’è un video in cui ci sei tu e Kobe Bryant che parlate in italiano durante una partita di campionato. Sembra quasi che non vogliate farvi capire dagli avversarari. Qual è il tuo rapporto con Kobe?
“Quella squadra era un mix di molte culture e Kobe dal primo giorno, per me, è stato come un fratello. Dopo il primo allenamento, in cui mi sono presentato un’ora prima e ho lasciato per ultimo il palazzetto, ha capito che non ero arrivato a Los Angeles per “fare il figo” a Hollywood o a divertirmi, ma per vincere. E lui l’ha apprezzato subito. Aveva l’ossessione di essere il migliore. Tutto era indirizzato a quello. Ed è riuscito a diventare uno dei più grandi di tutti i tempi.  Non ci sarà mai più uno come lui”.

Ti piace il basket moderno oppure hai un po’ di nostalgia per quello degli anni passati?
“Il modo di giocare di qualche anno fa tornerà molto presto. Adesso si privilegia l’atletismo, ma se si guarda con attenzione le squadre che giocano meglio durante i playoff, sono tutte squadre che giocano un basket che si potrebbe definire più classico. Adesso si privilegia un gioco d’attacco a tutti i costi, ma per vincere le partite serve un equilibrio tra la fase difensiva e quella offensiva. È sempre stato così. Quando ero ai Lakers era capitato che i Phoenix sembravano imbattibili e spavaldi con Steve Nash. Noi siamo rientrati in partita facendo il nostro gioco e battendoli in difesa. E abbiamo vinto. Negli anni ’80, ad esempio, c’era lo showtime che poi è sparito. Si cercano sempre nuove soluzioni per guadagnare di più ma alla fine il vero basket, quello semplice, torna sempre”.

Ti definisci un cittadino del mondo, cosa significa per te esserlo?
“Il mio Paese è sparito quando io ero molto piccolo. Sono nato in Jugoslavia, ma poi è diventata Slovenia. Poi ho giocato in Italia, negli Stati Uniti, sia a New York che Los Angeles, e in Turchia.  Ovunque sono andato mi sono trovato a casa. Non vedo limitazioni. Non mi interessa dove sono, con chi sono. Il mondo è casa mia. Secondo me si possono dividere le persone in tre categorie: quelli buoni, quelli cattivi e i bambini che sono innocenti.  Quando fui scelto dai Los Angeles Lakers nel 2004 facemmo una festa ortodossa con persone della Croazia, della Bosnia e della Serbia e mi hanno chiesto di quale paese fossi o mi sentissi. Io risposi “Di un Paese che non esiste più”. Ci furono persone che si misero a piangere e fu molto commovente. Essere cittadino del mondo è una cosa che mi hanno insegnato i miei genitori. Dovunque sono stato, ho amici che sono diventati la mia famiglia. Per me le dogane non esistono”.

Negli Stati Uniti si è vissuto, e si vive, un momento di tensione politica e sportiva. Giocatori in ginocchio durante l’inno, polemiche contro Trump. Cosa ne pensi a riguardo?
“Per me la politica e lo sport sono due cose completamente diverse che non si dovrebbero mischiare. Perché non è giusto nei confronti del tifosi e delle persone a casa. Lo sport dovrebbe essere il più puro possibile, lasciando la politica nelle sedi adeguate”.

Intervista di Claudio Marinaccio