E’ vecchia. I migliori giocatori la snobbano. E’ passata di moda. Non si può giocare ancora a tre su cinque. Ormai c’è la Laver Cup. Si spendono troppe energie. E’ poco televisiva. Questa è la prima tranche di commenti che ai più vengono in mente quando si parla della coppa Davis. E forse hanno anche ragione. Fatto sta che ai pochi, quando si parla di coppa Davis, vengono anche altri pensieri.
Qualcuno dei pochi, ad esempio, potrebbe ricordare la prima e unica volta che la alzammo noi. Era il 1976 in Cile, il Cile del generale Augusto José Ramón Pinochet Ugarte, golpista e responsabile di molte efferatezze che non appesantiranno questa pagina.
La squadra italiana era splendida, a partire dal capitano: Nicola Pietrangeli. Alle sue direttive stavano Panatta, Barazzutti, Bertolucci e Zugarelli che, conquistata la finale, sarebbero dovuti andare a giocarsela a Santiago.
Una parte rilevante dei politici e dell’opinione pubblica spingeva per il boicottaggio e per le strade si sentivano insulti ai Nostri. Mai si sarebbe dovuto volare a casa del regime. “Fascisti” era l’epiteto ricorrente, altre invettive, minacce comprese (e minacce serie), sono a verbale nelle cronache del tempo. Non era tennis per chi si opponeva, era l’avvallamento politico di un regime.
Vincemmo, finale scontata in verità, e al ritorno i nostri giocatori furono costretti a nascondersi senza poter nemmeno festeggiare; quando un trionfo francese, ad esempio, (a proposito chapeau per la decima a Noah e compagni) avrebbe generato una parata in stile coppa del mondo di calcio ai Campi Elisi. Avevano ragione i contestatori, non è stato tennis, è stata una lezione che dovrebbe dirci qualcosa. La Davis rappresenta anche la possibilità di riscatto per alcune nazioni che tradizionalmente non hanno campioni di livello assoluto che possono mettere in bacheca Slam e Masters a ripetizione.
Per molti resta un sogno, anche perché in uno sport così eminentemente individuale come il tennis e legato al singolo campione mette in campo un senso di appartenenza più ampio rispetto ad un determinato giocatore. A Wimbledon si tifa Federer o Fognini o Borg. In coppa si tifa la propria Nazione.
Ritornando alle obiezioni iniziali, è probabile che oggi questo torneo debba cambiare qualcosa per avere lo spazio che merita. Probabilmente dovrà essere rivista la formula, il calendario o qualcosa d’altro e una parte delle colpe sono anche da imputare a chi questo torneo lo organizza senza valorizzarlo.
Il fatto è che questa coppa, con le sue contraddizioni, è sempre stata qualcosa di più che una semplice seccatura annuale tra gli Australian Open e le Finals e perderlo significherebbe rinunciare a qualcosa che nessun Hawk-Eye (permanente o no) nessuno Shot Clock e nessuna telecamera in 4k potrebbero mai creare. Una storia da raccontare.