Giuseppe Foderaro

Sante Tonelli, il protagonista dell’ultimo libro di Giuseppe Foderaro dal titolo “I sogni non si ammalano”, è una promessa del pentathlon moderno che sogna i Giochi Olimpici. Il sogno si interrompe quando Sante scopre di avere una malattia degenerativa a decorso progressivo. Fortunatamente, una cura farmacologica esiste. Sfortunatamente, curarsi significherebbe incorrere nel doping e dire addio a qualsiasi sogno olimpico.
Sante non ha dubbi. Meglio ripiegare su cure palliative e provare a tenere in equilibrio i frammenti della propria esistenza, nascondendo a familiari e amici la malattia e mantenendo fisso lo sguardo sul proprio orizzonte, l’orizzonte di Sante che si fa sempre più lontano, sempre più distante.

Sì, certo. Potete ascoltare De Gregori, mentre leggete il romanzo.

Giuseppe, il tuo romanzo parla di sogni e delusioni, un super-classico nelle storie sportive, tuttavia nelle tue scelte non c’è traccia di facili scorciatoie. Lo sport di cui parli è il bistrattato pentathlon moderno e il sogno del protagonista non è la gloria, la fama and everything that goes with it, ma il compimento di sé. Correggimi se sbaglio, ti prego.
“Dici bene, non è la gloria a popolare i sogni di Sante. Il pentathlon moderno è un’invenzione del barone Pierre De Coubertin, l’ideatore dei moderni giochi olimpici, il tipo che si sgolava a forza di ripetere che l’importante è partecipare. Ed è solo questo obiettivo di Sante: mettere piede sulla pista del Deodoro Stadium. Nient’altro. C’è da dire però che la partecipazione alle Olimpiadi, pur essendo il desiderio del mio protagonista, nel libro è un mero sfondo. I veri focus del romanzo sono due: la difficoltà di un ragazzo di appena trent’anni alle prese con una patologia invasiva, e l’estrema competitività degli ambienti sportivi in Italia, dove il 50% dei fondi del CONI viene destinato ai centri sportivi delle forze armate. Sante Tonelli, ricordiamolo, è un carabiniere”.
Ci tenevo a ringraziarti per aver scelto per la tua storia il pentathlon moderno. Mi hai ricordato quando da bambino/nerd tenevo conto delle medaglie italiane a Los Angeles e Seul. Però, ora non posso fare a meno di chiederti: perché proprio il pentathlon moderno? Scelta letteraria o c’è qualcosa di personale?
“È stata perlopiù una scelta di tipo narrativo. Con cinque discipline così diverse (il nuoto, la scherma, l’equitazione, la corsa e il tiro a segno), basta poco per riscrivere da capo la classifica, tutto resta incerto fino all’ultimo, il che conferisce all’intero arco della storia una maggiore tensione. La rende, a mio avviso, più interessante”.
Ho sempre pensato che la condizione di decatleti, pentatleti e eptatlete fosse la più misera tra quelle di qualsiasi sportivo. Competere in tante specialità senza eccellere in nulla, se non nell’essere così così in tutto. Ora, dando per scontato che questo mio giudizio dipenda solo da miei assurdi preconcetti, potresti chiedere a Sante di trovare le parole giuste per descrivere il fascino di certi sport “minori”?
“È vero, quando sei un multi-atleta le cose sono sempre un po’ più complicate. Soprattutto se, come Sante, vivi in provincia. Se abiti fuori dalle grandi città diventa un inferno già solo riuscire ad allenarti in tutte le discipline. Devi farti in quattro, e rimbalzare tra palestre, piscine, maneggi, poligoni di tiro… Per non parlare poi delle visite mediche e delle eventuali fisioterapie. Insomma, c’è sempre da combattere. Non a caso De Coubertin aveva inventato il pentathlon moderno per simulare l’esperienza del soldato. Il fascino di questi sport, lo dice lo stesso Tonelli in un’intervista, è che tutto può sempre succedere, non c’è mai nulla di scontato. Si può eccellere in una specialità per poi essere penalizzati nell’altra. Tutto sta a saper dosare e bilanciare le forze”.
Ti confido che ho letto il tuo romanzo in treno, in bus, per strada, insomma tra la gente. Questo mi ha permesso di apprezzarne la scrittura fluida e a volte, ho avuto la sensazione che le tue parole, anche quando tratti di temi delicati, si mescolassero con le chiacchiere dei vicini, con i titoli dei giornali, con le opinioni degli esperti fino a diventare un tutt’uno. Potenza della scrittura o lo sport è materia talmente fluida da mantenere tutti più vicini?
“Ti ringrazio, hai colto appieno il mio modo di concepire la scrittura, come qualcosa che non sovrasti mai l’autore, il lettore o i personaggi del libro, bensì che sia presenza viva e pulsante, ma discreta, capace di confondersi tra le altre, di parole e di vite, che le gravitano attorno. Il potere della prosa è quello di evocare, e quindi di intrattenere, di far evadere dalla quotidianità, pur cercando di dare un significato alle cose, anche alla vita stessa. E se consideriamo che anche scrivere è uno sport, uno sport estremo, allora direi che l’aggregazione di cui parli tu è a pari merito”.
Sante è un campione umano, molto umano. La sua storia potrebbe essere quella di un nostro amico, di un lontano cugino, del lungagnone col naso importante che mi si è seduto vicino sul treno stamattina. È nei campioni oscuri come lui, nei precari dello sport, che ne va cercata la vera essenza?

Giuseppe Foderaro con Andrea Pinketts

“A questa domanda ti do subito una risposta secca: sì. “I sogni non si ammalano” è la storia di un atleta, ma potrebbe essere la storia di chiunque si trovi un giorno a dover affrontare una malattia improvvisa, ad assistere al capovolgimento di una realtà data quasi sempre per scontata. È una corsa contro il tempo, per affermare ancora una volta che i veri sogni sono quelli che non muoiono mai.
Il titolo del libro originariamente avrebbe dovuto essere “Solo e controvento”, un titolo ispirato a Jesse Owens, quello strepitoso velocista e lunghista nero statunitense che durante le Olimpiadi di Berlino del 1936, in barba a Hitler – anzi, in baffi a Hitler – si aggiudicò ben quattro medaglie d’oro, in quattro specialità diverse. Owens sosteneva che correre ti rende libero. Innanzitutto perché puoi farlo da solo. Poi puoi scegliere tu in che direzione andare. E puoi farlo anche controvento, ovvero contro le avversità. Che è esattamente ciò che fa il nostro Sante, che ha sempre prediletto la corsa agli altri sport proprio perché lo fa sentire libero, perché gli libera la mente”.
A un certo punto, nel tuo romanzo parli dei burocrati sportivi e, testuale, li definisci “gente abbarbicata alle poltrone dirigenziali che diventa refrattaria a interpretare i bisogni di quelli che in teoria dovrebbe rappresentare”. Te lo giuro, per un attimo ho pensato “O Giuseppe è un indovino oppure ha aggiunto questa frase dopo il naufragio di Tavecchio”. Escluse le prime due opzioni per ovvi motivi, in realtà ce n’è una terza, della quale chiedo conferma a te. Il mondo sportivo italiano è messo così male?
“Il contesto competitivo italiano non è mai stato così spietato come oggi. Si esige che gli atleti siano sempre più performanti, sempre al massimo della forma, che portino a casa risultati. Inoltre lo sport ormai fa notizia solo quando si verifica uno scandalo; nessuno è interessato a una vita di sacrifici, se poi non arriva alcun primato. Tutto gira intorno a quello.
Non di rado, per far fronte a tali pretese, gli atleti assumono integratori, sostanze illecite o presunte tali. Insomma, fanno ricorso al doping.
Proprio l’anno scorso, nel 2016, anno delle Olimpiadi di Rio, l’Agenzia Mondiale Antidoping ha stilato un elenco di 114 medici sportivi e preparatori atletici da mettere al bando, e più della metà, guarda caso, erano italiani. Perché gli atleti non si dopano da soli, c’è sempre qualcuno dietro le quinte. Dietro c’è un giro di interessi spaventoso”.
Comunque non credevo fosse possibile, ma pare sia proprio così: gli sportivi italiani avranno mooolto tempo libero questa estate. Te la senti di proporre qualche alternativa utile, fosse anche il pentathlon moderno o la lettura di un buon libro?
“Quando il pentathlon moderno debuttò alle Olimpiadi di Stoccolma, nel 1912, l’oro fu vinto da uno svedese. Questo per dire che può capitare che gli svedesi abbiano la meglio nelle competizioni sportive, mentre gli altri un po’ più di tempo libero da impiegare diversamente. Magari, perché no, leggendo qualche buon libro. Magari mio”.

Intervista di Luigi Sangermano