Alti palazzoni grigi, poco verde, qualche parchetto qua e là e molti bambini che inseguono un pallone per strada, fingendo di essere magari quel Bruno Conti che qualche anno prima aveva vinto il Mondiale in Spagna, o provando a simulare le giocate dell’ottavo re di Roma Paulo Roberto Falcao. Doveva essere così, particolare più particolare meno, la Pomezia del piccolo Alessio Sakara – con rigoroso accento sulla seconda a – bambino esuberante, nato e cresciuto fra quelle case popolari.

Un ragazzino che sognava di fare il calciatore non sapeva che a Pomezia sarebbe rimasto poco: per lui il destino aveva in programma tutt’altro che una carriera appresso a un pallone. Perché presentava già un animo da legionario, ma ancora non lo poteva sapere. «Alessio! Alessio!!! Quanno la smetterai de picchiatte con l’altri regazzini?! Quelli più grandi de te tè possono fa veramente male». Sarà stata la centesima, la millesima volta che il piccolo Alessio ascoltava le parole dalla madre, comprensibilmente preoccupata che il figlio potesse tornare a casa col naso o con un braccio rotto. Un pomeriggio come tanti, come tanti altri prima e come tanti altri dopo in cui verrà alle mani con i suoi coetanei (nella migliore delle ipotesi) o con altri più grandi. Da lì, da tutti quei rimproveri e dall’impossibilità di tenersi lontano dai guai, ecco l’idea: diventare fighter professionista.

Dare un vero senso ai quei pugni tirati, alle botte prese, ai lividi subìti. Qui inizia la storia di Alessio Sakara. Del lottatore di arti marziali miste che il 9 dicembre a Firenze combatterà in gabbia contro il campione mondiale in carica, il brasiliano Rafael Carvalho, per il titolo iridato negli 84 chilogrammi di Bellator MMALa storia del Legionario, che abbiamo ripercorso insieme a lui nella palestra Lupa Sport di via Argentina Altobelli a Roma in cui si è preparato all’ennesima sfida.

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