Durante la Vuelta a España 2017 da lui vinta, Christopher Froome è stato trovato positivo a un controllo antidoping, ma la vicenda presenta risvolti ancora poco chiari.
Sono tanti i grandi campioni del ciclismo che in carriera sono stati coinvolti in vicende di doping, da Eddy Merckx ad Alberto Contador, passando per Jan Ullrich e Lance Armstrong, oltre che per gli italiani Ivan Basso e Danilo Di Luca. L’ultimo caso, in ordine di tempo, è quello che sta riguardando il britannico Christopher Froome, il più forte ciclista da corse a tappe dell’ultimo decennio, vincitore in carriera di quattro Tour de France (di cui gli ultimi tre consecutivi) e una Vuelta a España. Proprio alla fine di una frazione (la 18ª, da Suances a Santo Toribio de Liebana) della più recente edizione della corsa spagnola Froome non ha superato un controllo antidoping, ma la vicenda presenta dei contorni decisamente poco netti.

Doping o non doping?
Froome è stato trovato infatti positivo al salbutamolo, un farmaco broncodilatatore che aiuta a combattere l’asma da sforzo – di cui il corridore soffre, come tanti altri suoi colleghi – e per il quale non serve nemmeno un’esenzione. Il problema, in questo caso, è che la quantità presente nel suo sangue è il doppio di quella consentita (ovvero 1.000 nanogrammi per millilitro). Il controllo è stato effettuato a settembre, ma la notizia è stata rivelata dall’UCI solo a metà dicembre, dato che la federazione internazionale avrebbe preferito indagare sulla vicenda a fari spenti. E, se non fosse stato per una fuga di notizie – con i quotidiani Le Monde e Guardian pronti a rendere nota la vicenda -, probabilmente il caso sarebbe stato tenuto nascosto fino alla fine dell’inchiesta.
Questo perché il salbutamolo non è una sostanza in grado di fornire vantaggi ai ciclisti (a meno che non se ne faccia uso prolungato per molti giorni) e nemmeno può mascherare tracce di doping nel sangue come altri farmaci consentiti. Tale sostanza, in sintesi, permette ai corridori asmatici di poter gareggiare alla pari con colleghi privi di problemi respiratori. Froome avrebbe sì violato il regolamento antidoping, ma forse per semplice negligenza – sua e della squadra, il Team Sky -, in un momento di difficoltà respiratorie eccessive (e proprio il giorno dopo aver perso qualche secondo dal suo rivale in classifica generale, l’italiano Vincenzo Nibali). A supporto di questo, c’è anche il fatto che in tutte le altre tappe il ciclista sarebbe risultato pulito.

L’incertezza
Dopo aver ricevuto la notifica della positività, Froome è andato avanti per la sua strada, svelando i programmi per il 2018: per la prima volta, il corridore d’origine kenyana tenterà di conquistare la doppietta Giro d’Italia-Tour de France che manca dal quel magico 1998 di Marco Pantani.
Negli ultimi anni ci hanno provato sia Alberto Contador che Nairo Quintana, vedendosi respinti dall’impresa, ma Froome avrebbe un importante fattore a proprio vantaggio: quest’anno, tra la corsa a tappe italiana e quella francese ci saranno sei settimane di spazio anziché cinque come di consueto, per evitare la concomitanza con il campionato del mondo di calcio (così come avvenne proprio nel 1998). E poi lo scorso anno il corridore ha già dimostrato di poter vincere due Grandi Giri di fila, portando a casa il suo quarto Tour e la sua prima Vuelta nel giro di tre mesi.
Quella di Froome sembrerebbe dunque un’impresa alla portata… sempre che non venisse fermato prima dall’Agenzia mondiale antidoping. Il corridore per il momento ha optato per la strada più rischiosa, decidendo di non ammettere la propria negligenza – come aveva fatto invece Diego Ulissi nel 2015, venendo squalificato per soli 9 mesi – e quindi andando incontro a una squalifica che lo priverebbe della vittoria della Vuelta e gli garantirebbe uno stop più lungo, di almeno 12 mesi. A 33 anni da compiere a maggio, per Froome significherebbe forse la fine della carriera, perlomeno ad alto livello.