Giù il sipario dell’Australian Open, il torneo che apre la stagione di tennis più bella di sempre. A Melbourne tornano i grandi campioni e fanno capolino le nuove promesse. Un palcoscenico difficile, per la storia di cui è impregnata la manifestazione dove ancora aleggia l’ombra di Norman Everard Brooks. 

Parole di Luca Bottazzi

Finalmente l’ora è giunta. Il sipario del teatro del tennis apre con il primo atto della stagione agonistica: gli Australian Open 2018. Un classico che vede ai nastri di partenza i più grandi tennisti di sempre. Quest’anno l’atmosfera è più elettrizzante che mai per le attese del rientro in campo di alcuni campioni assenti da oltre sei mesi.

Per intenderci, campioni del calibro di Novak Djokovic e Stan Wawrinka tornano alle competizioni a Melbourne da mercoledì 10 Gennaio, nella speranza che defezioni o infortuni dell’ultima ora non intervengano a rovinare la festa.

Dall’alto del monte Olimpo della racchetta Roger Federer e Rafael Nadal, finalisti della passata edizione e dominatori assoluti degli ultimi dodici mesi di gare, saranno chiamati ancora una volta a sfidare il tempo e la concorrenza. La NextGen che si è fatta ammirare a novembre alle Finals di Rho Fiera Milano è avvertita.

Il torneo australiano era il terzo a nascere in ordine cronologico fra gli eventi del Grande Slam. Veniva creato da una costola dei Victorian Championship che si svolgevano a Melbourne fin dal 1880, realizzati al seguito della prima edizione del torneo di Wimbledon del 1877.

A quel tempo l’Australia era l’Australasia, e comprendeva le vicine Nuova Zelanda e Tasmania. Nel gennaio 1880 si teneva quindia Melbourne il battesimo dell’evento che era giocato su campi in asfalto. Una superficie poi archiviata a favore della classica erba che per l’appunto consentiva i natali al nostro amato sport, brevettato nel 1874 dal Maggiore dell’esercito britannico Walter Clopton Wingfield. Un brevetto chiamato Sphairstike, ma nel sottotitolo “Lawn Tennis”, per noi tennis su prato.

Il continente oceanico era separato dal mondo della racchetta e la prima contaminazione arrivava da un tennista inglese, il famoso reverendo John Hartley, già vincitore di Wimbledon nel 1879 e nel 1880. Il reverendo partecipava ai Victorian Championship 1888 nel tentativo di un rilancio di fortuna alle competizioni, dato che aveva appeso la racchetta al chiodo da almeno cinque anni dopo la batosta subita ai Championship londinesi 1881 per mano di quel satanasso di Willaim Rensahaw.

Eppure, la sorte non cambiava per il prelato Hartley che perdeva la finale sull’erba assolata di Melbourne contro l’autoctono Percy Colquhom. Nel contempo nasceva la stella dell’australiano Wilberfore Eaves che nel 1897 si aggiudicava a Dublino gli Irish Championship, il secondo torneo della storia dopo Wimbledon.

L’evento irlandese era frequentato da campioni fenomenali come i fratelli inglesi William ed Ernest Rensahaw, il loro compatriota Wilfred Baddeley, l’irlandese Joshua Pim e lo scozzese Harold Mahony. L’astuto Wilberfore, per sua fortuna, sfiorava appena in tempo le ire funeste dei fenomenali fratelli Doherty che stavano per calare sul tennis mondiale.

All’inizio del ventesimo secolo Eaves tornava in Australia, vincendo nel 1902 il prestigioso torneo del New South Wales. Superava in cinque set le velleità dei primi due tennisti dello stato di Victoria: Alfred Dunlop e Norman Everard Brookes. Quest’ultimo era un mancino col braccio rivestito di piombo che sarebbe diventato, di li a poco, il portento assoluto del tennis mondiale.

Brooks faceva tesoro dell’esperienza dell’incontro con Eaves cambiando marcia, diventando un giocatore d’attacco irresistibile. Vinceva così per tre anni filati (1902, 1903,1904) i Victorian Championship che nel 1905 lasciavano finalmente spazio all’insorgere degli Australasian Lawn Tennis Championship. La prima edizione del 1905 si disputava a Melbourne presso il Warehouseman’s Cricket Ground. Le signore avrebbero dovuto attendere il 1922 per il debutto.

Dagli albori ai primi respiri, la manifestazione non era stanziale nella città di Melbourne, infatti migrava continuamente nel continente oceanico tra un luogo e un altro. Tra queste città ricordo le australiane Sydney, Adelaide, Brisbane e Perth, oltre alle neozelandesi Christchurch e Hostings.

Nel 1921 Australia e Nuova Zelanda firmavano la separazione e il torneo si trasformava nel 1927 in Australian Championship. Solo nel 1969, con l’avvento dell’era  open, si tramutava in Australian Open, il torneo oggi conosciuto dall’universale. 

Dopo il secondo conflitto mondiale gli aerei avevano sostituito i lunghi viaggi in nave e per il tennis cambiava la musica, l’Australia era diventata più vicina al mondo della racchetta e non solo. Strada facendo, il torneo si stabilizzava a Melbourne e nel 1972 si decideva di non cambiare più la sede.

All’epoca lo stadio del tennis si trovava al Kooyong Lawn Tennis Club, nel rispetto assoluto della tradizione vittoriana che imponeva campi in erba e giocatori vestiti di bianco, immacolati e senza peccato.

Lo Slam australiano contribuiva enormemente allo sviluppo del tennis internazionale e più ancora al modello di scuola aussie che toccava vertici assoluti nel dopoguerra grazie al contributo del mitico Harry Hopman, il coach più titolato della storia.

Nel 1988, gli Australian Open traslocavano a Melbourne Park abbandonando il Kooyong. Gli australiani giravano le spalle alla tradizione, come gli americani sostituivano i campi in erba con quelli in cemento. Il tennis stava cambiando pelle, le racchette di legno che accompagnavano la secolare avventura del gioco erano annullate dall’arrivo dei materiali tecnologici.

Molte leggende di questa terra australe avevano lasciato il segno sui campi di tutto il mondo, autentici titani come Jack Crawford, Frank Sedgman, Ken Rosewall, Lew Hoad, Ashley Cooper, Rod Laver, Neale Freaser, Roy Emerson e John Newcombe tra gli uomini, Margaret Court e Evonne Goolagong tra le donne. E più recentemente campioni come Pat Cash, Leyton Hewitt, Pat Rafter e Samantha Stosur. Tra questi fenomeni due sono quelli che detengono il primato dei titoli vinti in questa manifestazione, Roy Emerson con sei vittorie tra i gentiluomini, Margaret Court con undici tra le dame.

Ricordo che agli Australian Open, soprannominati “happy slam”, giganteggiano le arene dedicate alle leggende di Rod Laver e di Margaret Court. Una suggestione che ci porta indietro nel tempo e, volendo, fino alle origini dove troviamo i momenti della classe infinita di Norman Everard Brooks.

L’australiano mancino vinceva il torneo di casa nel 1911. Era il primo tennista non britannico a violare Wimbledon nel 1907 ribadendo il trionfo nel 1914 sul mitico neozelandese Anthony Wilding, il Capitano. E non finiva qui. Nel 1907 Norman Brooks aveva l’ardore di strappare la Coppa Davis dalle mani degli americani e degli inglesi, i padroni assoluti dell’insalatiera. In seguito Everard la rivinceva per altri cinque anni.

Brookes dovrebbe essere l’ispirazione per tutti i giocatori e gli appassionati di tennis perché ha provato quanto la forza mentale sia predominante sulla materia tennis” sono le parole di Big Bill Tilden, il Leonardo da Vinci del tennis, che illustrano l’arte del genio australiano. Nel 1977 Norman entrava, post mortem, nella elite dei gesti bianchi (cit. Gianni Clerici) presso la Hall of Fame di Newport.

Un genio senza tempo con la racchetta in mano, al quale veniva dedicato il trofeo del singolare maschile degli Australian Open.

Chissà chi alzerà il trofeo di Norman Everard Brooks in questo 2018.