Ho ancora addosso la maglia gialla della Fiat Torino mentre sto scrivendo questo articolo. Il cuore sta incominciando lentamente a riprendere il suo ritmo naturale e un bicchiere di vino mi disseta dopo aver urlato per tutta la partita. Se esiste un romanzo sportivo, la Fiat Torino ha deciso di scriverne uno così emozionante da riuscire a ribaltare qualsiasi pronostico e a scaldare anche i cuori dei più freddi spettatori. La squadra torinese era arrivata a questa manifestazione come un insieme di cocci raccolti. Era una squadra sprofondata in una sorta di stallo da cui timidamente cercava di uscire. La Coppa Italia di Firenze arrivava in un momento delicato dove gli equilibri già instabili potevano rompersi da un momento all’altro. Così non è stato. Il giovane, giovanissimo, coach Paolo Galbiati ha saputo prendere il toro per le corna e mostrargli la via senza snaturare la sua natura così complessa e immatura. Negli occhi dell’allenatore c’è un mondo di chi vive per il basket, di chi sa essere sfrontato ma paziente, umile ma autoritario. Una finale del genere non può essere raccontata seguendo il canovaccio tipico che descrive le azioni e cosa è successo. Non è possibile, almeno per me, essere oggettivo. In questo pezzo saltano gli schemi, come succede in partita, non conta il punteggio ma le emozioni che questa vittoria ha provocato. Di fronte una bellissima squadra compatta, coraggiosa e con una difesa solida la Fiat Torino ha saputo non perdere la testa anche nei momenti più difficili e a due secondi dalla fine passa in vantaggio con un recupero di Washington che serve a Sasha Vujacic un pallone che il giocatore sloveno realizza con la freddezza che lo contraddistingue nei momenti che contano. Ma parlare dei singoli in una partita del genere sarebbe riduttivo. Tutti, e dico tutti, hanno messo il loro mattoncino per costruire questo muro che, giorni fa, sembrava potesse crollare da un momento all’altro. Mazzola che lotta come un leone sotto canestro strappando rimbalzi anche agli spettatori, Poeta che si inventa una tripla folle con la faccia ammaccata ma con il cuore integro, Garrett che tratta la palla con amore e fa girare la squadra e realizza, Blue, uno dei due nuovi acquisti, che da spettacolo con una tripla sulla sirena tirata in posa da Michael Jackson in volo, Boungou Colo che, a un certo punto della partita, mette una tripla dietro l’altra e sembra apparirgli il fuoco sulla testa come succede nei videogiochi, Mbakwe che lotta, Washington che salta, cade, si rialza, fa punti, ricade e non molla mai e, poi, Vujacic che aveva promesso di venire qui per vincere e mantiene le promesse e sotto pressione diventa una vera e propria macchina. Ma anche Jones e Okeke. Ovviamente un applauso gigantesco va al coach e al suo staff. E anche agli avversari. Poi una vera standing ovation al pubblico di Torino, così legato a quella maglia e a quei colori che hanno fatto vibrare le budella a tutti. C’era un signore inquadrato dalla telecamera che piangeva. Un misto di emozione, gioia e incredulità. Un pianto sincero per una squadra che nel suo palmarès non aveva ancora nessun trofeo. Almeno fino a stasera. Una bacheca che non è più vuota. E quelle lacrime raccolgono la gioia per un semplice evento sportivo che racchiude al suo interno uno scrigno di emozioni liberate con una vittoria.
Si potrebbe anche fare polemiche inutili per chi ha criticato la squadra nel momento del bisogno, chi è un “tifoso da vittorie”, chi ha sempre remato contro. Ma non mi va. Siete benvenuti nel carro dei vincitori, tutti. Tanto verrete dispersi nel corso degli anni, anzi spero di no. Perché significherebbe che la Fiat Torino continuerebbe a vincere. E questo è quello che spero.
Dimenticavo. Ciao, ciao Patterson.

Fiat Torino Auxilium – Germani Brescia: 69 – 67

FIAT: Washington 10, Mazzola 6, Vujacic 7, Blue 11, Garrett 16, Boungou Colo 11, Poeta 7, Mbakwe 1, Jones. All. Galbiati.

 

GERMANI: L. Vitali 5, Landry 22, Hunt 6, Moss 2, M. Vitali 14, Moore 2, Traini, Sacchetti 12, Ortner 4. All. Diana.