Saranno le Olimpiadi di Kim Jong-un. Pochi dubbi. Donald Trump, dopo tante bordate
via Twitter, stavolta si è dovuto accontentare di accomodarsi come spettatore. Il leader nordcoreano, grottesco quanto volete, è riuscito a cogliere al volo il pretesto delle Olimpiadi che si terranno in Corea
del Sud dal 9 febbraio. Da un lato per accreditare il suo paese agli occhi del mondo – aiutato dallo spauracchio della bomba atomica – e dall’altro per prolungare la dinastia inaugurata dal nonno, il “grande leader” Kim Il-sung e proseguita con il padre, il “caro leader” Kim Jong-il.

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Sognare non costa nulla e per ora è possibile. Cioè credere che lo sport, in qualche modo, sia stato utile a riavvicinare due paesi divisi da 60 anni. E vogliamo goderci fino in fondo la storia dei due atleti nordcoreani, la 18enne Ryom Tae Ok e il 25enne Kim Ju Sik, già ribattezzati i “pattinatori della pace”. Ma per comprendere cosa si nasconde dietro la retorica, sia del regime che dei media di tutto il mondo, ci siamo rivolti a due autorevoli giornalisti che seguono le vicende della penisola coreana da latitudini ben diverse. Pio D’Emilia, inviato di Sky in Giappone e in Asia da una vita e Guido Olimpio, inviato del Corriere negli Stati Uniti ed esperto di terrorismo, sicurezza e intelligence. Due visioni differenti che non vi lasceranno indifferenti.

PIO D’EMILIA

Prendiamola alla lontana: tu in Corea del Nord sei andato persino a sciare.

«Se c’è un motivo per cui è semplice entrare in Corea del Nord è inventarsi una scusa turistica. Basta pagare e sono ben contenti di concederti il visto. Da qualche mese hanno aperto una seconda stazione sciistica. Comunque è stata una esperienza molto divertente, naturalmente controversa e bizzarra. Sono andato con due dei miei figli, uno dei quali è maestro di sci, ci siamo divertiti a gareggiare con la nazionale nordcoreana e forse ci tornerò a breve».

Tra poco ci saranno le Olimpiadi e dopo le schermaglie via social fra Trump e Kim arriveremo a questo evento in un clima di distensione. Ma una pace è possibile?

«Penso non sia mai stata così vicina. Siamo vicini a una soluzione del problema della penisola coreana. La chiamo in questo modo perché è divisa da 60 anni dopo essere stata unita da più di 5mila. È più nazione di quanto lo siamo noi, uniti da soli 150 anni. Lo sono dai tempi della nostra antica Roma. Pensate la consapevolezza che avremmo noi italiani con una continuità politica e culturale del genere. Quanto orgoglio».

Eppure, fino a poco tempo fa, tutti i media parlavano di “pericolo nucleare”.

«Quando tutti cantano in coro è proprio quello il momento di diffidare. L’altro aspetto da sfatare è che siano a rischio la Corea del Sud e il Giappone. Non è percepito in questi due paese. Se la Corea del Nord dovesse concludere il processo nucleare è per percorrere la strada della pace e non della guerra. Per garantire la sopravvivenza del regime, che dal loro punto di vista è legittimo. Kim, in pratica, non voleva fare la fine di Saddam Hussein o Gheddafi. Dirò di più, oltre che legittimo è assolutamente legale. Giuridicamente ineccepibile. Mentre Israele, il Pakistan e l’India hanno raggiunto la capacità nucleare violando le norme del diritto internazionale, essendo membri del trattato di non proliferazione, la Corea del Nord lo ha fatto dopo aver denunciato lo stesso trattato. Le accuse di irregolarità sono stronzate. Possono costruire tutte le bombe che vogliono. Violando l’etica, sollevando questioni morali, ma dal punto di vista del diritto internazionale sono in regola. Sennò è come se nel calcio un arbitro fischiasse un fuorigioco a Totti quando è in panchina».

Per il futuro della Corea del Nord hai parlato di “piccola Cina”. Cosa intendi?

«Alla Cina è stato consentito questo processo, per il particolare momento politico e perché composta da un miliardo e mezzo di persone. Ma ricordate quando si parlava della Cina a un passo dall’esplosione o dall’implosione come l’Unione sovietica? Ora siamo tutti in ginocchio ad aspettare che i cinesi siano generosi quando inizieranno a mangiarci nel piatto. L’ultima volta che sono stato in Cina, ho visto una bellissima vignetta di un Vauro locale, dove c’era una famiglia cinese che vive in un bel palazzo a tavola, con un bambino che fa le storie perché non vuole mangiare. E la madre per convincerlo gli dice: “Chin, insomma, vedi di finire e pensa ai bambini in Europa che muoiono di fame. Come sono cambiati gli equilibri».

Le Olimpiadi in questo processo possono essere un detonatore?

«Purtroppo sono pessimista. Non vorrei fosse una occasione perduta. Come le Olimpiadi di Seul, con il boicottaggio della Russia e i paesi dell’area ex sovietica. Il Masik Pass Ski Resort (stazione sciistica) era stato creato proprio per partecipare alle gare olimpiche. E invece la politica ha preso un’altra strada. Come per i mondiali nel 2002 in Giappone e Corea del Sud. Si perse l’occasione di una partita al nord. Ma speriamo. Spesso quello che non riesce a fare la politica riesce a farlo lo sport. Come i due pattinatori nordcoreani, o prima ancora Antonio Inoki, un vera leggenda del wrestling giapponese o l’ex cestista americano Dennis Rodman che si sono spesi in questo senso».

Il grande manovratore, per ora, appare Kim. Ma è solo un dittatore interessato a mantenere il potere o potrà essere il traghettatore verso la riunificazione?

«Da anni il mio cruccio è intervistarlo. Con il padre ero arrivato molto vicino, con lui appare più difficile. Ma gli dèi non si fanno incontrare. Uno dei corollari a questa deificazione laica della famiglia Kim è che nessuno li può vedere di persona. Puoi intervistare il Papa, il Dalai Lama, l’imperatore del Giappone. Ciò contribuisce all’immagine di ieraticità laica. La famiglia Kim discende dal fondatore della patria Kim Il Sung, che è un dio laico, una via di mezzo tra San Gennaro e Garibaldi. Fondatore e riunificatore della patria dopo la tragedia dell’invasione giapponese, una delle più sanguinose e crudeli che la storia ricordi. Il Giappone deve tutto alla Corea, dalla cultura alla lingua, se non fosse per loro i giapponesi parlerebbero senza scrivere. Credo che Kim voglia diventare il Deng Xiaoping coreano, per disinvestire nel militare e spingere nella parte economica. Che di fatto sta già facendo. L’economia si è sollevata. Lo scorso anno sono rimasto stupito dal nuovo quartiere sorto a Pyongyang, nonostante le sanzioni. Certo, non è New York ma io che tengo conto di quello che avviene in Cina, ho visto la stessa tendenza. Una progressione senza perdere il controllo interno e militare esterno. Se tutto questo vale ai nordcoreani il non ritrovarsi i marines in giardino è una dannazione loro ma anche una responsabilità dell’Occidente».

Anche per questo alcuni commentatori dicono che Kim abbia le idee più chiare di Trump.

«Immagina la mediaticità di un incontro del genere. Sono sicuro che Kim ci metterebbe la firma. Il padre nel 2000 era pronto a vedere Clinton. Kim ha sicuramente le idee più chiare di Trump: sedersi a un tavolo, stipulare un trattato di pace e cooperazione come la Cina ai tempi di Nixon. I problemi sono due: dal punto di vista emotivo, la questione è stata esasperata con insulti via social e la vedo dura riprendere un dialogo. E poi Kim è più serio. Sarà buffo ma ha due lauree, ha studiato sotto falso nome all’estero, parla tre-quattro lingue ed è più colto di Trump. Difficile che possano incontrarsi. In questo momento bisognerebbe abbassare i toni. L’Italia, purtroppo, in tutto questo non ha una politica estera. Alfano ha espulso un ambasciatore che non c’era. Quello nordcoreano in Italia era morto. Quello nuovo era in attesa di prendere l’accreditamento che è stato rinviato. Come al solito da italiani abbiamo fatto i furbi».

Sportivamente parlando, Kim e Trump dove li vedi gareggiare?

«Vedo difficile paragonare Trump a qualsiasi atleta. Mentre Kim lo paragonerei a quei lottatori piccoli e grassottelli che alla fine riescono a sollevare un peso considerevole. Penso che sia meno pericoloso Kim rispetto a Trump. Così come credo che Trump non sia così stupido dal portare un vero attacco. L’unico pericolo, quello reale, è dell’incidente. Ci sono 20mila ordigni nucleari che circolano nel Mar del Giappone su navi statunitensi. Senza contare i test missilistici della Corea del Nord. Quando una situazione è tesa, in una stanza piena di gas basta una scintilla per far scoppiare tutto».

 GUIDO OLIMPIO

Da Washinton immagino che le cose vengano percepire in modo differente rispetto all’Asia. Queste Olimpiadi sapranno pacificare o sono solo un pretesto per mosse di posizione? «Difficile fare previsioni, perché nessuno conosce bene i meccanismi del regime. È molto imprevedibile. Anche se razionale. Il fatto che gli atleti nordcoreani vadano è un buon segnale. Bisogna vedere se dopo tornano le esercitazioni americane, visto che la Corea del Nord le vede come una minaccia e un pretesto per i test missilistici. Ci sono molti segnali diplomatici. Gli americani hanno lanciato degli abboccamenti, uno di recente a Londra, anche se non è andato molto bene. In questa fase, non disturbare le Olimpiadi potrebbe essere un segno di buona volontà».

I “pattinatori della pace” sono un bel simbolo, anche se poi tornerà la realpolitik.

«Non c’è dubbio che si debba enfatizzare la partecipazione degli atleti. Ma è un gesto, che non impedisce che ci possano essere altri incidenti. Ci sono due agende. Una di Kim, che vuol far diventare il suo paese una potenza nucleare, perché lo ritiene un diritto e avendo la bomba crede di non rischiare di essere spodestato. Poi quella internazionale, più divisa, che vuole una Corea senza nucleare. Ma ormai è tardi. Perché sembrano molto vicini o, forse, hanno già concluso il ciclo. Quello che spaventa, non è una Corea del Nord che tenga testa al potenziale Occidentale, ma che possa lanciare un missile sul territorio americano. Avrebbe un significato politico enorme».

Come vedi la figura di Kim? Un pazzo o un leader lungimirante?

«Sicuramente è reale l’aspetto grottesco, come viene descritto da parte dei media. Da quello fisico alle sue esternazioni. Non sono invenzioni. È il regime che diffonde quelle immagini, come le parate, oppure certe sparate divulgate dal loro quotidiano nazionale. Comunque è un personaggio razionale, che ha raggiunto con grande sorpresa dei buoni risultati a livello militare. Su quelli economici ci sono indicazioni di miglioramenti ma sarei molto cauto, perché quel che trapela sulle campagne è preoccupante. Poi c’è la repressione. È uscito da poco un resoconto che parlava di lager nordcoreani come quelli nazisti. Facendo la tara, saranno la metà? Sono pur sempre lager. Non va dimenticato. La sua paura, però, non è interna dove appare molto saldo, ma esterna. Pare avessero provato a sostituirlo con il fratello, che ha fatto una brutta fine. Una vicenda che ha confermato come il regime, quando percepisce una minaccia, la neutralizza in maniera brutale. Lo hanno assassinato a Kuala Lumpur con un veleno e non ha pagato nessuno».

C’è chi invece si dice più preoccupato di Trump rispetto a Kim.

«Verso il presidente americano vengono espressi giudizi pesanti per il contrasto politico statunitense, quindi la questione coreana diventa un segmento del contrasto generale. Trump, come su Gerusalemme, si comporta da provocatore. Non c’è dubbio che esageri con i termini. Anche perché Kim per i nordcoreani è un semidio. Quella di insultarlo è una tattica controproducente. Ma tanti presidenti hanno provato a trattare, anche mandando soldi, e cosa ha fatto il regime? Non gli è importato nulla e ha continuato a sviluppare il nucleare. Trump è Trump, fa parte del personaggio. Lancia troppi segnali e se poi non fai nulla diventi una tigre di carta».

La prima domanda che da giornalista vorresti fare a Kim?

«Cosa vuole fare dopo. Soltanto avere armi per la sua sicurezza? Non mi fido dei regimi, li odio. Che siano religiosi, laici o di qualsiasi tipo. Non ho rimpianti per Saddam o Gheddafi. Però, dopo, con queste armi cosa vuoi farci? Il mio sospetto è che le testate atomiche gli servano per soggiogare la Corea del Sud. D’altronde era il vecchio disegno del nonno, dal quale Kim prende più spunto che dal padre, che recitava: “Voglio conquistare la Sud Corea sulla punta delle baionette”».

L’Italia in tutto ciò non ha un ruolo.

«Cerchiamo di fare soldi. La visibilità di Razzi dipende dal fatto che l’Italia non ha rapporti diplomatici. Il senatore è stato furbo a inserirsi in un vuoto. Ha accompagnato diverse delegazioni di imprenditori, infatti si sono conclusi piccoli affari. Nei negozi nordcoreani si vendono alcuni prodotti italiani. Se c’è un vuoto qualcuno lo deve riempire. Ma è un problema, perché diventa tutto barzelletta, anche attraverso notizie incontrollabili come quella di Kim che avrebbe dato lo zio in pasto ai cani. Il regime è brutale e ammazza, inutile calcare i racconti dell’orrore. Perché diffondendo queste notizie si inficia il lavoro buono che i giornalisti fanno sulla Corea del Nord. Bisogna essere rigorosi».

Insomma, non andresti a sciare in Corea del Nord con Pio D’Emilia?

«Lui ha una sua posizione, giustamente. Io però ci tengo a chiarire: preferisco una democrazia imperfetta a un regime perfetto. L’uomo forte, poi, oggi non può funzionare, come Putin o Trump. Capisco, però, che in questi anni è stato sbagliato l’approccio, gli hanno concesso troppo senza creare una alternativa. Quello che dice Pio sul turismo è vero, ma il problema è che il regime ha arrestato persone e le ha trasformate in ostaggi. Saranno stati provocatori? Gli americani catturati come li hanno giudicati? Uno lo hanno rimandato indietro e poi è morto. Non bisogna cadere nella propaganda cieca anti Corea del Nord ma guardiamo i fatti. Hanno rapito centinaia di persone, anche bambini, persino in Europa. È una dittatura e se ci vai puoi rischiare di essere in pericolo. La sorella di Kim si sta impegnando nel turismo, però i regimi quando si aprono lo fanno con cautela perché significa contaminazione. Senza contare che ti fanno vedere quel che pare a loro».

Intanto, nel match fra Trump e Kim sembra finito il primo tempo.

«Sì, per ora. Ma sono due lottatori. Sia nei termini che nei gesti. Si danno dei gran colpi. A volte più appariscenti che di sostanza, ma lottano. Non sono stato sorpreso da questa escalation, seguo da tempo la penisola coreana e sono affascinato da un paese così enigmatico. Purtroppo oggi la crisi è lì ma non si sa come interromperla, vedremo dopo le Olimpiadi».