Parole di Matteo Coral

Sofia Goggia ha vinto la medaglia d’oro nella discesa libera alle Olimpiadi invernali di PyeongChang. La sua carriera negli ultimi quattro anni è stata un rollercoaster emozionale.

Muhammad Ali diceva che, dentro o fuori dal ring, uno dei problemi della vita non fosse cadere quanto rimanere a terra.

E’ il 7 dicembre 2013 quando, a Lake Louis, Sofia Goggia, a pochi mesi dalle Olimpiadi di Sochi, si rompe il legamento crociato dovendo rinunciare alla manifestazione iridata e al sogno di poter competere per una medaglia nella discesa e nel super G.

Il pubblico prova empatia per questa ragazza bergamasca, che in carriera aveva già subìto degli infortuni rilevanti al ginocchio che non le avevano mai permesso di competere al massimo in coppa Europa e nel Mondiale juniores, competizioni in cui poteva far bene visto il suo talento.

E’ il momento più buio della carriera di questa classe ’92, che commenta le Olimpiadi russe su Sky e poi inizia un percorso di recupero complesso, che la porta a valutare addirittura il ritiro.

La convalescenza le fa saltare la stagione nel 2014 e un anno dopo è costretta a fermarsi nuovamente per una ciste al ginocchio.

La Goggia sembra ormai entrata in un circolo vizioso da cui sembra impossibile uscire: infortuni che si susseguono e che sembrano poter condizionare la sua carriera.

Ormai i riflettori suquesto talento dello sci si stavano spegnendo, ma nel momento più difficile arriva il ritorno, arrivano i primi successi.

Nel 2015-16 arriva il debutto in coppa del mondo, nel 2016 il primo podio e nel 2017 arriva il primo successo nella massima competizione mondiale.

Nell’ultimo mese, poi, la consacrazione definitiva.

Sofia Goggia si toglie di dosso l’etichetta di “what if”, l’etichetta di “promessa non-mantenuta”, e sale sul gradino più alto nel podio in occasione della storica tripletta italiana di Bad Kleinkirchheim insieme a Nadia Fanchini e Federica Brignone.

E poi il successo all’Olimpiade coreana, l’emozione, l’abbraccio con Dominique Gisin dopo aver preso di forza il microfono della radiotelevisione svizzera ed aver raccontato – con un minuto breve e coinciso – di quando la fuoriclasse svizzera le regalò un biglietto in prima classe per Sochi, conscia delle difficoltà della nostra fuoriclasse che aveva dovuto da poco abbandonare il proprio sogno di partecipare all’Olimpiade.

Le due si lasciano andare ad un emozionante abbraccio, prima azione irrazionale dopo una gara ponderata in ogni singola scelta, in ogni singolo movimento.

La partenza con qualche sbavatura, il recupero nella parte centrale e lo sprint finale.

Uno sguardo al cronometro e la consapevolezza di aver fatto qualcosa di importante. Di aver finalmente mantenuto tutte le attese riposte nella sua carriera.

Di aver raggiunto un traguardo in grado di esaltare tifosi e spettatori, occasionali e non.

La vittoria di uno sport e di un’atleta che ha saputo emozionare ed emozionarsi.

La vittoria di un’atleta che ha capito che il problema non è la caduta tanto quanto il rimanere a terra.