Parole di Lorenzo Fabiano

A 30 anni dalla prima vittoria a Madonna di Campiglio (21enne) e a 20 dall’ultima a Cran Montana (a 31) dove ha smesso, abbiamo incontrato l’unico sciatore che ha fermato il Festival di San Remo tenendo l’Italia con il ato in sospeso. Alberto Tomba, una leggenda che in una decade ha riscritto la storia di questo sport.

Cominciamo dall’ultimo capitolo di una storia epica: vent’anni fa il tuo ritiro con una vittoria a Crans Montana, laddove 11 anni prima salisti alla ribalta conquistando il bronzo in gigante ai mondiali. Bella coincidenza, no?

Tomba-tribune-2«Ho aperto col bronzo in gigante ai mondiali del 1987 dietro ad avversari come Zurbriggen e Girardelli: Gaspoz, al comando dopo la prima manche, saltò nella seconda. Undici anni dopo, ho chiuso la mia carriera, sempre a CransMontana, vincendo la mia ultima gara di Coppa del Mondo. Al traguardo i due norvegesi Jagge e Buraas mi portarono in trionfo. Un ricordo bellissimo.

Ti ritirasti a 31 anni, dopo aver vinto tutto quello che c’era da vincere. Cosa t’indusse a dire basta? Ripensandoci, avresti continuato ancora per un po’ o è stato meglio smettere all’apice?

«Troppa pressione dei media. Pensavo di fare un break di un anno o due e magari tornare concentrandomi solo sugli slalom con l’obiettivo di un’altra Olimpiade. Nessuno me lo ha chiesto, e quindi è nata lì».

Come hai iniziato a sciare? Raccontaci la prima volta, immaginiamo da bambino. Grazie a chi?

tomba-tribune-3«Mio padre era grande appassionato di sci. Conobbe Roberto Siorpaes, maestro di sci di Cortina, in un collegio in Svizzera. Da lì tutto ebbe inizio e cominciai a sciare insieme a mio fratello. Con la famiglia andavamo a Cortina per le vacanze di Natale e Pasqua e in Marmolada d’estate. Tuttavia, con gli sci sono cresciuto sulle mie nevi dell’Appennino».

Olimpiadi, Coppa del mondo, Mondiali: quale ti ha dato, non diciamo più gioia, ma più soddisfazione nel tuo essere atleta?

«La Coppa del Mondo mancava nel mio palmarès. I giornali battevano su questo tasto, poi la conquistai nel 1995 in lando 11 successi. Detto questo, le Olimpiadi sono state la mia soddisfazione più grande».

Tu eri l’uomo delle grandi rimonte e delle vittorie impossibili: è questa la di erenza tra un campione e un fuoriclasse?

«Assolutamente. Soprattutto quando c’è da tirare fuori quel qualcosa in più in modo da fare la di erenza. Bisogna saperlo fare al momento giusto. La prima manche mi serviva da studio, perché dare tutto subito? Era nella seconda che sparavo tutte le cartucce che avevo».

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