No, non mi andava proprio giù che un fuoriclasse come Alberto Tomba, dopo aver varcato i cancelli di Olimpia e fatto il pieno di vittorie, non riuscisse a riportare in Italia la Coppa del Mondo di sci. La consideravo una palese ingiustizia, perpetrata dai cervellotici regolamenti internazionali che penalizzavano gli artisti per premiare i ragionieri. La stessa cosa era successa anni prima al più grande di tutti, Ingemar Stenmark. Lo svedese dominava la scena, si era già portato a casa tre sfere di cristallo, quando i vertici dello sci mondiale pensarono che la sua superiorità fosse così schiacciante da rasentare la noia. Decisero allora di cambiare le carte in tavola, dando un peso specifico esagerato alle combinate. Finì che noia fu per davvero. Nel 1978 fu infatti sancito che non si potessero incamerare punti oltre a tre gare per disciplina. Assurdo. Fu un piano architettato per favorire la polivalenza e sbarrare così a strada a Stenmark, che partecipava solo a slalom e giganti ma non prendeva parte alle libere. La coppa del mondo nel 1979  la conquistò lo svizzero Peter Luscher. Con tutto il rispetto, non so quanti di voi lo ricordino.

Ora la stessa cosa si ripeteva con Alberto Tomba. Già in tre occasioni la coppa gli era sfuggita per un nonnulla: prima Zurbriggen nel 1988 (ma lì fu Alberto a gettarla al vento alle finali di Saalbach), poi fu la volta Girardelli (un campionissimo), e soprattutto del carneade Accola (un 13 al totocalcio). Entrambi fecero leva sui punti delle combinate, grazie aipiazzamenti nelle libere e nei supergiganti.  Alberto dopo l’incidente del dicembre del 1989 a Val d’Isère, non partecipava più ai superG. In gara solo tra i pali dello slalom e del gigante, la sua era una corsa ad handicap. Ogni anno partiva per vincere, ma poi la coppa se la pigliava qualcun altro. Aveva cambiato a suo modo lo sci, in pista e fuori. Se Thoeni fu l’inventore del passo spinta, Stenmark della curva rotonda,  Tomba inventò la trazione integrale: sulla neve andava con quattro ruote motrici unendo potenza a classe cristallina. Veniva dalla città: portò luce e musica pop dove regnavano silenzio crepuscolare e cori alpini. La sua fu una rivoluzione. Amatissimo, l’Italia era ai suoi piedi e si paralizzava per seguire le sue imprese. Persino il Festival di Sanremo s’interruppe per dare spazio alle sue discese dorate ai giochi olimpici di Calgary.

Lo sci conobbe una popolarità che aveva solo intravisto anni prima quando a dettar legge sui pendii del Circo Bianco erano Gustavo Thoeni, Piero Gros e i magnifici ragazzi della Valanga  Azzurra. Quante le differenze! Se quella era infatti una squadra, Tomba era un stella che brillava di luce propria, un vero e propio fenomeno della natura arrivato dall’Emilia. Nel 1995, quando a seguirlo come un angelo custode c’era Gustavo Thoeni (il suo idolo da ragazzino), riuscì a riportare la coppa del mondo in Italia vent’anni dopo proprio Gustavo. Romantico passaggio di testimone tra due personaggi così diversi, ma così simili nel loroessere campioni. Per farlo, infilò un striscia di undici successi consecutivi (7 in slalom, 4 in gigante). Dovette insomma sfoderare qualcosa di straordinario per realizzare ciò che, stando ai valori, avrebbe dovuto essere ordinario. Fu insomma più forte di tutto ed ebbe finalmente giustizia. L’olimpiade è il sogno di gloria cui aspira qualsiasi atleta, ma è la coppa del mondo ad elevarlo al rango di campione completo dal punto di vista tecnico. Sull’albo d’oro non poteva mancare il nome di Alberto Tomba. Sarebbe stato un vulnus irreparabile. Per questo ho voluto ripercorrere le tappe di quello che fu un lungo  e sofferto inseguimento culminato nel trionfo di Bormio.

Sullo sfondo c’era un’Italia che provava faticosamente a cambiare e segnare la svolta invocata dal popolo. Anni difficili, marchiati dallo scossone giudiziario che fece implodere la Prima Repubblica e le stragi di mafia che colpirono lo Stato dritto al cuore, attraverso il sacrificio dei suoi più validi e fedeli servitori. Dopo tanti anni possiamo guardare ai quei giorni come a una speranza diventata presto illusione e un dolore rimasto tale. Tanto rumore per nulla, se vogliamo. Un quarto di secolo dopo, siamo quelli di prima; vivemmo allora un autunno, più che una primavera. In quel contesto, Alberto Tomba fu per gli italiani un ricostituente da assumere nei fine settimana. Fu un credito, in un mare di debiti. Fu il nostro miglior ambasciatore in giro per il mondo, quando ne avevamo pochissimi da poter presentare. Al di là delle sue vittorie, questo rimane secondo me il suo merito più grande. Ecco perché ci tenevo a raccontarlo.

Lorenzo Fabiano