Parole di Davide Reggi

Da Campo de’ Fiori al Foro Italico c’è una mezz’ora di autobus, da trascorrere sui mezzi dell’ATAC – di certo la compagnia non tra le più affidabili al mondo. Ma, fortunatamente, arrivo indenne: ad aspettarmi una massa di ricordi degli anni Sessanta, quando le Olimpiadi passarono dalla Capitale. Dietro l’obelisco voluto da Mussolini si ergono gli edifici del Coni e la cittadella sportiva, mentre sullo sfondo è ben visibile la grossa scodella allargata dello stadio Olimpico, verso cui si accalcano già numerosi tifosi di Inter e Lazio in trepidazione per la partita serale. Non sono qui per questo, però. Sono le tre e mezza e tra poco comincia la finale degli Internazionali di Roma. Nadal e Zverev sono pronti a sfidarsi. Il primo, dopo più di dieci anni è ancora lì a giocarsi il titolo, con uno stile che sembra inossidabile. L’altro rappresenta il futuro: fisico statuario, carattere infiammabile e un gioco estremamente brillante.

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Entro da parte alla piscina coperta, dentro la quale si sta disputando una partita di pallanuoto particolarmente combattuta, a giudicare dai decibel del tifo. Mi ritrovo di fronte a una fiera festosa adibita in un’elegante veste classico-razionalista. Stand gastronomici e gadget, le principali testate giornalistiche ed emittenti televisive: tutto schierato su una dritta strada marmorea. A lato, si trova quello che forse è lo stadio più bello al mondo: gli spalti scolpiti in roccia bianca donano al Foro Italico un’eleganza indiscutibile. In lontananza, si intravede il campo centrale in terra rossa: il Pietrangeli, già gremito e voglioso di sputare un verdetto (che arriverà solo dopo una partita appassionante ed equilibrata fino alla prima metà del terzo set).

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L’interno è caldo, anche a livello di temperatura, e l’imbuto si sviluppa con una ripidità quasi vertiginosa. Il mondo esterno è completamente dimenticato. Ci sono tifosi veri – aspetto che non credevo possibile, avendo il pregiudizio che lo spettatore fosse interessato solo all’estetica della partita. Ma soprattutto è un gioco del silenzio, in cui il pubblico dà suono alla pallina, agli urli e talvolta al vento, pronto a riprendere il respiro dopo ogni punto realizzato. L’urlo per Nadal sembra scaramantico, un verso lungo e discendente sempre uguale, abbinato a uno sguardo rabbioso e sofferente; Zverev è più composto e pensieroso, ma apparentemente sicuro dei suoi mezzi.

 

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La sofferenza paga e il primo set si conclude con un secco 6-1 per Nadal: il vecchio Re non teme la sua senilità. Il tedesco di origine russa si sveglia con un secondo set devastante e riporta il risultato in parità: nonostante le grandi giocate da ambo le parti, il ragazzone biondo risulta più concreto e conclude con lo stesso risultato dello spagnolo. L’impressione è che possa dominare anche nell’ultima e decisiva parte della sfida, ma l’imprevisto è dietro l’angolo: una pioggia battente blocca la partita. Viene ventilata l’ipotesi di sospendere la gara fino al giorno successivo. Tuttavia si torna in campo: lo spagnolo picchia come un fabbro e demolisce l’avversario. Il set si conclude 6-3 e Rafa festeggia ancora una volta, nonostante i trentatré anni.

Davide Reggi su Sportello Quotidiano