[Parole di Luca Bottazzi, illustrazione di Stefano Marra]

Il più vecchio numero uno della storia del tennis è stato descritto come Achille l’eroe per eccellenza, il re dei Mirmidoni tramutato in King Roger. Ma pensiamo che meriti qualche ricerca in più. Per questo lo vediamo meglio nei panni di Ulisse: l’eroe mortale. Uomo con le sue debolezze e fragilità in grado di superare l’Odissea della partita, metafora della vita vissuta, per arrivare ad assaporare l’attimo fuggente della vittoria conquistata con fatiche e patemi.

Roger Federer ha perso la finale dei Master 1000 di Indian Wells contro l’argentino Juan Martin Del Potro e questa è la novità. Eppure il campione svizzero è riuscito a mantenersi al vertice. Un fenomeno inarrestabile capace di realizzare un record via l’altro. Infatti, ultimamente è stato artefice di un ennesimo primato.
A seguito della vittoria ottenuta lo scorso febbraio al torneo di Rotterdam, è stato celebrato come il più vecchio numero uno della storia del tennis. Un fatto straordinario!
Si tratta però di una circostanza precisa e misurabile in modo esatto, visto il trascorso del tempo? Pare proprio di si, a quanto evidenziato dai media della divulgazione generalista in grado di diffondere alla velocita della luce la sintesi dell’impresa. Gli aggettivi sperticati hanno illustrato, qua e là, la grandezza dell’elvetico, tramutato nelle sembianze di Achille l’eroe per eccellenza. Il mito leggendario in cui l’uomo diventa semidio.
Questa operazione facilita la rappresentazione dell’immaginario collettivo, lo folgora, lo seduce. Achille l’invincibile è tornato perché il passato si ripresenta sotto forme diverse evoluto dalle situazioni ambientali del tempo. Il re dei Mirmidoni è diventato così oggi King Roger: il re del tennis; non brandisce più la spada ma la racchetta sottomettendo i suoi rivali. Eppure, mi chiedo, quanta gloria possono valere le gesta e le vittorie di un semidio? La necessità generale di veicolare un’immagine brendizzata che riassume in sé eroe e impresa, possibilmente alla velocita di un tweet, è un obiettivo noto a tutti; un messaggio rivolto a un mercato selvaggio al quale il business ha svenduto anche l’anima. Viceversa, a mio parere, sminuisce gravemente l’opera maestra di questo genio senza tempo della racchetta.
Sinceramente, penso, Roger Federer merita qualche ricerca e sforzo comunicativo in più. Dunque, essere riscoperto sotto nuova luce e, perché no, nei panni di Ulisse: l’eroe mortale. Finalmente uomo non più semidio con le sue debolezze e fragilità. Un uomo in grado di superare l’Odissea della partita, metafora della vita vissuta, per arrivare ad assaporare l’attimo fuggente della vittoria conquistata con fatiche e patemi. Infatti, lo svizzero ha incassato amare sconfitte, ma sapeva come rialzarsi. Nessuno ha saputo perdere con la sua eleganza, una leggerezza che gli ha permesso di risorgere a un nuovo tennis. Adesso è tornato a Itaca, sul tetto del mondo, dopo lunghi anni di esilio.
Cosi Roger Federer, a 36 anni e 6 mesi, e riapparso al numero uno del mondo superando il record del tennis ATP di Andre Agassi ottenuto a 33 primavere, e quello dell’Era Open di Ken Rosewall capace di chiudere a 36 anni e 1 mese da number one nel 1970.
Del resto, sbirciando tra le pieghe della storia, troviamo l’inglese Arthur Gore a quarant’anni suonati vincitore di Wimbledon e dell’oro Olimpico ai Giochi del 1908, i due maggiori eventi nel singolare di quella particolare stagione.
Inoltre, l’anno seguente, l’americano William Larned trionfava ai Campionati Americani del 1910 (oggi US Open) e vinceva quell’anno piu tornei di chiunque altro. Veniva quindi classificato, da vari cronisti dell’epoca, quale numero uno del momento: Larned aveva 38 anni. Successivamente, il leggendario australiano Norman Brookes a 37 primavere inoltrate rivinceva Wimbledon e la Coppa Davis nel 1914, le più importanti competizioni dell’epoca, ripresentandosi nuovamente sulla cima del tennis dopo il 1907.
Infine, non poteva certo mancare all’appello il grande Bill Tilden. Nel 1930, dominava i tornei sulla Costa Azzurra e gli Internazionali d’Italia. A luglio festeggiava ancora una volta la vittoria a Wimbledon risalendo al numero uno tra i dilettanti, anche se a fine stagione veniva superato sul filo di lana dal francese Henry Cochet: Big Bill aveva 37 anni. La stagione seguente passava professionista chiudendo il 1931 al numero uno mondiale a 38 primavere e 10 mesi. Ma non è tutto. Tilden viaggiava da un capo all’altro degli Stati Uniti giocando esibizioni.
Nel Tour Pro del 1941 incontrava il numero uno del mondo Donald Budge, il primo tennista capace di vincere il Grande Slam nel 1938. Il 26enne Budge vinse la sfida con cinquantuno successi e sette sconfitte. Del resto, battere ripetutamente il numero mondiale a 48 anni rimane un unicum nella storia del gioco, un’impresa alla William Tatem Tilden.
Ovviamente, in epoche così lontane non esistevano i meccanismi del computer ATP. Le classifiche venivano stilate da autorevoli addetti ai lavori, personalità del calibro di Mayers, Danzing e Tingay e più recentemente, prima dell’Era Open, da figure professionali quali Collins, McCauley, Deford.
I processi di ieri non erano certo puntuali come quelli di oggi, così come nella storia non è possibile correlare l’efficacia e gli effetti militari della guerra di Troia rispetto alla guerra del Golfo. Ma questi sono purtroppo i limiti oggettivi della ricerca che rendono difficile, se non impossibile, affermare le cose in modo certo, assoluto. Al contrario, il pericolo consiste nel cadere nel facile tranello della superficialita facendosi guidare dall’emotività e dall’enfasi, se non da scopi prettamente commerciali.
In realtà, quel che resta di concreto penso sia godere della grande bellezza. Abbiamo il privilegio di vivere nel tempo di Roger Federer e capire come un immenso campione sia accompagnato dalle grandi leggende del suo sport. Se osserviamo con attenzione, quando lo svizzero scende in campo nel suo angolo sulle tribune, oltre alla moglie Mirka e a coach Ljubicic, siedono i Brooks, i Tilden, i Budge.
A tutti gli effetti, il suo tennis classico incarna la storia del gioco nello spazio tempo siderale dello sport contemporaneo. Una visione sublime oltre l’immaginazione che abbiamo inconsapevolmente imparato a riconoscere e forse per questo ci sembra quasi famigliare.
Da cosa dipende questa eccezionale meraviglia?
Dall’eterno ritorno dell’uguale che si ritrova, suggerisce Friedrich Nietzsche. Ciononostante: “Ognuno è semplicemente campione nell’epoca in cui ha giocato” conferma Rod Laver. Ecco perché non esiste, ne esisterà mai, il più grande tennista di tutti i tempi. Grazie per tutto il tennis che ci hai regalato e vorrai ancora regalarci caro Roger “Il Magnifico”.