Pubblicato da Mondadori Electa in occasione del quarantesimo compleanno di Un mercoledì da leoni – il film di John Milius che narra la transizione tra la golden age e la silver age del surf –, «Surf. Un mercoledì da leoni 40 anni dopo» rende omaggio a un’opera che ha influito radicalmente sull’immaginario collettivo.

«Un vento che soffiava attraverso i canyon. Era un vento caldo chiamato Santana che portava con sé il profumo di terre tropicali. Aumentava d’intensità prima del tramonto e sferzava il promontorio. Io e i miei amici spesso dormivamo in macchina sulla spiaggia e il rumore del mare ci svegliava. E così, all’alba sapevamo già che sarebbe stata per noi una grande giornata…».

Una musica in lento crescendo e una voce narrante che porta alla memoria i romanzi di John Steinbeck. Un mercoledì da leoni comincia dall’acqua, elemento che si presenta come il reale protagonista della storia. L’oceano è l’orologio di questa vita in quattro atti, è il regno inviolato dove i ragazzi potranno essere loro stessi e sentirsi al sicuro.

Un mercoledì da leoni vive in quattro stagioni, un ciclo completo che attraversa le quattro mareggiate che colpirono la California tra il 1962 e il 1974. Anni drammatici per gli Stati Uniti che, probabilmente, hanno posto la parola fine al secolo americano. Il conflitto in Vietnam, l’assassinio di John Fitzgerald Kennedy, del fratello Robert e di Martin Luther King; le rivolte dei ghetti neri e quella studentesca; la rivoluzione hippie, l’amore libero, la droga, lo scandalo Watergate; tutto questo compone il liquido amniotico che accoglie Un mercoledì da leoni e che conduce l’America all’età adulta, come avviene per Jack, Matt e Leroy, i tre protagonisti del film, costretti ad affrontare il difficile mestiere del vivere, del crescere, del superare l’adolescenza e le onde che portano alla maturità.

John Milius -regista, ideatore e sceneggiatore di Un mercoledì da leoni- arriva all’età di sette anni in California, dal Missouri, assieme ai genitori e, dopo poco tempo, in compagnia dell’amico – e futuro co-sceneggiatore di Un mercoledì da leoni- Denny Aaberg, comincia a cavalcare le onde. Erano gli anni che segnavano l’inizio della Golden Age del surf e i sogni dei ragazzini erano rappresentati dalle magistrali figure di Miki Dora, Lance Carson, Kemp Aaberg -fratello maggiore di Denny- e da altre icone nascenti che, all’epoca, non erano ancora annoverate tra gli Eroi del Surf.

Laureatosi alla School of Cinema-Television, John Milius, classe 1944, rientra a pieno titolo nella prima generazione dei cineasti statunitensi formati dall’Università del Cinema, di cui fanno parte anche Coppola, Lucas, Scorsese e Spielberg. Le sue storie parlano di personaggi estremi, ben definiti, senza linee d’ombra, che lottano da soli contro le avversità. Uomini che amano la solitudine e che rifiutano le convenzioni. Membro della leggendaria surf crew di Malibù durante l’adolescenza, John Milius decise di realizzare una pellicola che rappresentasse al meglio l’epopea dei surfer californiani: giovani, sbandati, anarchici, che rifiutavano le convenzioni perbeniste della società americana degli anni Sessanta; dei proto-punk, in sostanza, descritti nell’incipit attraverso quell’epica di frontiera tipica di quel periodo cinematografico che spinge subito a pensare a un film western di Peckinpah, non fosse per i surfboard e le automobili. John Milius trasforma la prateria in oceano, i cavalli in tavole da surf e disegna il ritratto generazionale di cowboy travolti dalle onde della vita.

In Un mercoledì da leoni esplode tutta la potenza visiva del cinema di Milius, teso a racchiudere in un’unica inquadratura tutto lo spazio, spingendo al limite l’uso della profondità di campo -secondo le lezioni Orson Welles- per mostrare il mare come luogo di libertà.

Caratterizzato dal forte realismo nelle sequenze legate al surf, il film è anche la storia nostalgica, ma mai retorica, di una generazione, dalla metà degli anni Sessanta alla metà del decennio successivo, e racconta il Vietnam senza mai mostrarlo, mettendo in scena, con disarmante naturalezza, l’aspirazione dell’uomo a cercare nella sfida con la natura la propria deificazione.

Lucas e Spielberg erano talmente convinti della bontà del progetto che proposero un patto a John, prima ancora che girasse il film: una percentuale sui profitti di Un mercoledì da leoni in cambio di una percentuale dei profitti dei loro ultimi film. Così, in amicizia, Milius divenne proprietario di una parte dei diritti di Incontri ravvicinati del Terzo tipo (1977) e Guerre Stellari (1977).

Un mercoledì da leoni non è semplicemente un film, una grossa produzione hollywoodiana, è un intero universo che, a propria volta, ne genera altri, personali e di massa. Chiunque abbia visto il film ne è rimasto colpito e lo ricorda, anche se non ha mai surfato.

Ha caratterizzato intere generazioni di appassionati e non, ha disegnato un nuovo immaginario nella mente di chi non aveva mai sentito parlare di surf o lo aveva appena intravisto, ha aiutato il diffondersi capillare di quello che nasce come uno stile di vita, si trasforma in immaginario collettivo influenzando la grafica, l’arte, la musica, la moda, e finirà, in un domani molto prossimo, per caratterizzarsi come un vero e proprio sport, entrando ufficialmente tra le specialità olimpiche.

L’amicizia, i doveri, la maturità, ma anche le vicende di chi va e di chi resta, il trauma della separazione, quello che nel film sembra consumarsi come un banale passaggio generazionale è, in realtà, la rappresentazione della rivoluzione culturale che avviene nel mondo attraverso il surf, come dice John Milius: «Si cavalcavano onde altissime. Si compivano imprese eroiche e di destrezza incredibile. Si cementavano caratteri. A diciotto anni non eravamo ribelli per frustrazione, ma per arroganza. Eravamo dei re e, per la maggior parte di noi, a venticinque anni era tutto finito».