Esattamente come un anno fa, nell’autodromo Hermanos Rodriguez di Città del Messico, Lewis Hamilton entra definitivamente nella storia del suo sport, nell’albo dorato degli eroi della Formula 1.
Conquista il quinto titolo e raggiunge Fangio, il mito immortale di un motorsport che non c’è più, e si porta a meno due Mondiali dal più vincente di tutti, l’inimitabile Michael Schumacher.
Supera, con un salto meritatissimo, l’eterno rivale Sebastian Vettel e mette la parola fine – con due gare di anticipo sul calendario – a un campionato pieno di colpi di scena, rivelazioni e bagarre. In mezzo agli errori altrui Hamilton resta l’unico punto fermo dei tre top Team, sfatando quel mito che lo ha sempre dipinto troppo fragile a livello emotivo, nemico più di sé stesso che degli altri piloti.
Il Lewis Hamilton di oggi, il migliore che si ricordi, sembra infatti aver finalmente raggiunto quella maturità che al ragazzo britannico-caraibico di pochi anni fa mancava quasi completamente.
La ruota gira e sotto il peso delle enormi aspettative quest’anno è rimasto schiacciato l’ex bambino prodigio tedesco di casa Ferrari, Sebastian Vettel, colpevole di essersi lasciato sfuggire dalle mani un titolo più che possibile, a causa di molti (troppi) errori personali.
Una battaglia serrata con Ferrari, almeno durante la prima parte dell’anno, ha quindi consegnato a Hamilton un Mondiale diverso dagli altri tre vinti con Mercedes, in anni di dominio assoluto, restituendo al Motorsport di oggi un po’ di quel fuoco del passato.
Per raggiungere Fangio infatti Hamilton ha dovuto lottare con i denti, ballare sotto la pioggia rubando pole position che solo Ayrton Senna sapeva fare, accettare un amaro ritiro al Red Bull Ring austriaco senza perdersi d’animo, spingere disperato la sua W09 spenta durante le qualifiche del Hockenheimring e rubare un primo posto inaspettato sotto la marea rossa di Monza. Proprio quel podio italiano, disturbato dai fischi di chi – annebbiato dalla tifoseria – non è mai in grado di apprezzare le qualità del singolo, ha segnato la seconda parte del Mondiale 2018, il dominio assoluto del numero 44.
E se miti iridati come Schumacher e Fangio appaiono lontani, incorniciati nella storia della Formula 1, le vittorie di Hamilton arrivano oggi come un punto di confronto per chiunque in questi anni competa con o contro di lui. Gli applausi arrivano in coro da tutti: partendo da Fernando Alonso, suo primissimo rivale ai tempi della diatriba interna in McLaren, passando per l’attuale avversario numero uno, Sebastian Vettel, fino ad arrivare all’unico pilota che sia stato la sua vera kryptonite: Nico Rosberg.
Dai tempi dei kart agli anni da compagni di scuderia in Formula 1, Hamilton e Rosberg sono stati ai margini di due talenti completamente diversi, amici prima e grandi rivali dopo, fino ad arrivare alla rottura definitiva nel 2016, anno di inaspettata vittoria del tedesco con Mercedes e del crollo psicologico del britannico. Nonostante il presunto veto di Hamilton sulla presenza di Rosberg come intervistatore al Gp di Germania di quest’anno, simbolo un po’ romantico di una diatriba che non si spegne mai, il rapporto tra i due sembra essere stato il passo decisivo verso la ribalta assoluta dell’inglese.

Già grande campione prima del 2016 Lewis, dopo la bruciante sconfitta di due stagioni fa, ha cambiato la sua mentalità e raggiunto la maturità che lo ha reso, oggi, il più grande campione di Formula 1 del panorama mondiale.
Campione dentro e fuori dalla pista, il 2018 ha consacrato Hamilton come punto di riferimento per uno sport che senza la sua immagine prorompente perderebbe talento e personalità. Oltre il ricordo ormai strausato del bambino caraibico senza possibilità economiche diventato pilota, Hamilton si è guadagnato il suo posto al fianco di Fangio, ai piedi di Schumacher, grazie alle vittorie dei suoi anni migliori e alle sconfitte di quelli peggiori, grazie a chi lo ha reso vulnerabile e alla forza, soltanto sua, di diventare invincibile.