Giorgio Terruzzi, giornalista e scrittore milanese classe 1958, parla di sé come di un emotivo, un maldestro, un pasticcione. Quando gli si pone una domanda però risponde con una sicurezza disarmante. La sicurezza di chi, le domande, è abituato a farle.
Ad accompagnare l’inizio della sua carriera, in una Milano che non c’è più, l’ala protettrice di un mostro sacro come Beppe Viola.
Siamo partiti dal principio parlando di lui e di quell’ironia che tutti dovrebbero avere, ma anche dell’eccezionale volo aereo fatto al fianco di Ayrton Senna e di quello di cui la Formula 1 avrebbe bisogno per tornare a splendere. Un piccolo viaggio che ci porta fino al Rugby, uno sport che per il giornalista non significa lavoro ma solo passione, educazione e sacrificio.

Dal libro Sportivo sarà lei è emersa l’immagine del tuo grande maestro, Beppe Viola, come di un uomo dedito al suo lavoro ma allo stesso tempo molto ironico. Quanto ti è rimasto di lui?
Il mio incontro con Beppe Viola è stato un po’ come quello di Semola con il Mago Merlino. Uno di quei colpi di fortuna (colpi di culo) straordinari nella vita che capitano senza un perché.
All’inizio della mia carriera ho trovato un insegnante dotato, originale, severo e per giunta amorevole.
Da una parte Beppe era il padre di quattro figlie femmine che si ritrovava a tirare su un maschietto come me, dall’altra era un giornalista che ti faceva strappare i pezzi quando non andavano bene o ti dava multe se usavi parole troppo retoriche. In lui poi convivevano un’incredibile etica applicata al lavoro e un’ironia fuori dal comune. Un maestro fondamentale per la mia formazione anche se purtroppo per poco tempo.
Stare con lui e vedere il suo mondo per me era come andare a Euro Disney tutti i giorni. Ho potuto vivere gli ultimi stralci di una Milano eccezionale e piena di spunti. Sono stati momenti di cui sarò per sempre molto grato.

Quest’ironia che vi accomunava è indispensabile per raccontare, e vivere, lo sport?
Non credo sia fondamentale solo nel caso del linguaggio sportivo, credo sia fondamentale per stare bene al mondo. Essere ironici e autoironici aiuta molto soprattutto nei rapporti con le persone perché permette di accogliere e accogliersi.
Io condividevo con Beppe Viola l’ironia tipica del maldestro dell’umanità, di chi inciampa, sbaglia, insomma di chi è un po’ comico per natura.
Il senso dell’umorismo poi si amplifica nel reparto dei giocattoli della vita, che è lo sport. Se non si usa lì, per divertire e divertirsi, dove va usato?

Dall’ironia al dramma: cosa c’è dietro il fascino della Formula 1?
Gli sport estremi, che comprendono intrinsecamente l’ipotesi di una tragedia, sono diversi dagli altri perché ci pongono davanti al problema esistenziale della morte. Gli appassionati sono attratti dal rischio e dall’adrenalina. Ma alla fine il fascino del motorismo sta proprio lì, nel sangue. I grandi miti del Novecento non sono forse velocità, sangue e rumore?

Nel tuo libro Suite 200 racconti tutta la tragicità di questo mondo attraverso la morte di Ayrton Senna. Perché il suo ricordo tocca ancora tutti così profondamente?
Il libro parla della morte di un pilota ancora molto giovane considerato da tutti un grande campione, e già questo smuove i sentimenti di tifosi e non. Senna però non era solo uno bravo a correre, era diverso da tutti gli altri.
È stato un campione assoluto capace di compiere gesti straordinari, lontanissimi da noi, ma anche capace di dire qualcosa che ci assomiglia. Era una personalità sconvolgente e questo lo avvicinava ai suoi tifosi.

 

È il Senna “uomo” quello che ancora ci colpisce?
A volte nascono queste persone straordinarie capaci di toccarci nel profondo perché vicini a noi nei sentimenti, nelle paure, nell’anima. Chi potrà mai dimenticare un uomo come Muhammad Ali? Non sto parlando di quello che ha vinto, ma di quello che ci ha detto come persona.
Senna era così. Era uno che senza vergogna, in conferenza stampa, disse: “In fondo al rettilineo ho visto Dio”. Non ti dimentichi una persona del genere perché la tua memoria lo accoglie e sceglie di custodirlo per sempre.

In questo libro parli anche di un indimenticabile viaggio in aereo fatto proprio al fianco di Senna, cosa provi ripensando a un evento eccezionale come quello che hai vissuto lì, quasi per caso?
Quell’incontro è stato il motore da cui è partito il libro. Per me è un ricordo importante e anche piuttosto commovente. È stata una casualità trovarmi in aereo accanto a lui su un qualsiasi volo San Paolo-Milano Malpensa ma l’intesa che si è creata immediatamente è stata sorprendente. È proprio questo quello di cui parlavo dicendo che Senna è stato campione assoluto ma allo stesso tempo un uomo vicino a noi. Abbiamo condiviso emozioni vere in quel dialogo ed è qualcosa che non dimenticherò mai.

Nel panorama attuale esistono personaggi con il talento e la personalità che aveva Senna?
No. Quelle persone lì nascono una volta ogni tanto. È vero che è cambiato anche il modo di stare al centro della scena perché adesso è difficilissimo avere un contatto umano diretto ma comunque non credo esista un pilota con le capacità e la personalità di Senna, almeno al momento.
Non dico che non possa più esserci, potrebbe benissimo nascere domani e sorprendere tutti.

La Formula 1 di oggi ha perso smalto rispetto al passato, come accusano in molti malinconici, o si adatta semplicemente ai tempi che cambiano?
A me piace meno ma magari piacerà di più. Essendo molto più dominata dalla tecnologia c’è meno spazio per le storie e i tifosi ne soffrono. La Formula 1 deve essere fatta di storie, se mancano quelle diventa una questione solo di motori. E non ci si innamora dei motori e basta.

Liberty Media sta lavorando in questo senso?
Da quando ha preso in mano la Formula 1 si è visto che qualcosa è cambiato quindi ci sta sicuramente provando. Il problema è che non ci sono protagonisti pronti a lasciare qualcosa di concreto. La Liberty Media allora tenta di colmare questa aridità emotiva con degli attori di contorno, con le star ai paddock e con gli eventi collaterali.

Una cosa che però sicuramente i tempi non hanno cambiato è il difficile rapporto tra compagni di squadra in Formula 1. Dove finisce il senso di collaborazione e dove inizia l’individualità, tipica dei motori?
L’individualità comincia quando inizia la gara. Poi ovviamente ci sono scale di valori personali, idee diverse di come si vive la competizione, e da lì possono nascere amicizie o scontri.
Il compagno di squadra in Formula 1 è allo stesso tempo il tuo collega e il primo rivale. È quello con la tua stessa macchina, con la stessa materia prima in pratica, e quindi il primo con cui confrontarti.

Parliamo comunque di uno sport individuale, anche narcisistico se vogliamo. L’opposto del rugby che è l’altra tua grande passione. Che cos’ha il rugby che gli altri sport non hanno?
Secondo me il rugby andrebbe praticato nelle scuole per i valori che insegna. È veramente uno strumento educativo valido. Uno sport aggressivo basato su regole molto precise e di grande impegno sia fisico che psicologico. Con il rugby si impara che l’ultimo è fondamentale, perché stare dietro significa sostenere quello che c’è davanti.
Non lo dico in senso biblico ma in questo sport si capisce davvero che gli ultimi devono essere importanti come i primi. C’è una condivisione profonda basata sul senso del sacrificio che permette di creare rapporti eccezionali.

Credi che il rugby avrà un suo momento di gloria in Italia?
Il problema è che agli italiani piace avere il culo nel burro. Non amano particolarmente fare fatica o sacrificarsi. È un vero peccato ma, adesso come adesso nel nostro paese, credo resterà uno sport per pochi.
Mi piacerebbe che questi valori di umiltà e sacrificio fossero insegnati di più in Italia, lo dico anche con un riferimento a tutti i fatti politici e sociali degli ultimi tempi, perché questi valori aiuterebbero sotto parecchi punti di vista.

Una vita quindi divisa tra l’individualismo della Formula 1 e il gioco di squadra del rugby. Ma nella vita, come giornalista e come persona, ti senti più rugbista o pilota?
Io non mi sono mai occupato di rugby per lavoro ma solo per passione. Il mio lavoro da giornalista ha sempre avuto a che fare con i motori, un mondo che mi affascina molto perché fondato su dinamiche complicate e completamente diverse da qualsiasi altro sport.
Ma se dovessi scegliere non avrei alcun dubbio: mi sento e mi sono sempre sentito molto più rugbista che pilota. Non solo perché sono del tutto inadatto per essere pilota, troppo emotivo e per giunta con un occhio solo, ma anche perché il rugby fa parte di me in modo molto più profondo. È la mia vita.
Da un certo punto di vista non vedo l’ora di smettere di lavorare per dedicarmi interamente al rugby.