La tempesta perfetta che si è abbattuta su Chicago l’altra notte, radendo al suolo United Center e Chicago Bulls tutti, non è altro che l’ennesima dimostrazione schiacciante della perfezione cestistica raggiunta da una squadra che sta riscrivendo le regole del Gioco grazie all’impeccabile gestione di un collettivo straripante di talenti singoli. I Golden State Warriors sono l’essenza stessa della pallacanestro, intesa come complesso meccanismo di precisione dove tempi, spazi e movimenti sono gli ingranaggi che, se ben sincronizzati, creano la vera poesia in movimento di questo sport. Uno sport che, per sua natura, ha insito nel suo DNA l’assunto per cui il totale è più grande della somma delle sue singole parti.

Il record di triple, 14, realizzato da Klay Thompson nasconde il suo vero valore nell’esultanza di Steph Curry proprio sul canestro che ha regalato all’altro Splash Brother il primato che gli apparteneva. Il suo “go get it!”, frase detta a Thompson negli spogliatoi durante l’intervallo, è un qualcosa di raro, se non unico, tra superstar di quel livello. Ed è proprio qui che risiede la principale forza dei Warriors, che si trasforma poi facilmente in una delle migliori motivazione per chi sostiene che la franchigia della baia sia già di diritto nell’Olimpo della storia del basket.

In una NBA sempre più perimetrale e con attacchi pesantemente orientati sul tiro da tre, la squadra di Steve Kerr ha ormai ridefinito gli standard, orchestrando un sistema in grado di valorizzare alieni come Curry, Thompson e Durant, un concentrato di talento con pochissimi precedenti nella Lega, mettendoli al servizio della squadra anziché dei loro tabellini. LeBron James è probabilmente il più forte giocatore NBA in attività, ma Steph e compagni stanno sempre più rivoluzionando questo sport traghettandolo verso il suo futuro. Un futuro, vicinissimo, dove le skills saranno più importanti della stazza, l’altezza media si abbasserà e gli highlights saranno sempre più pieni di triple e sempre meno di schiacciate.

Molte sono state le critiche mosse verso i Warriors, il sistema di Kerr e soprattutto il gioco di Curry ma, dopo tre titoli in quattro stagioni, i numeri parlano chiaro e le legioni di imitatori e seguaci ancora di più: il futuro della pallacanestro a stelle e strisce (e non solo) è davanti ai nostri occhi. Ed è un gran bello spettacolo.