Etichettare Roberto Parodi non è semplice. Laureato in ingegneria meccanica, ha lavorato per anni nel mondo della finanza prima di dedicarsi ai viaggi in moto che ha raccontato come scrittore, giornalista e conduttore televisivo. Ultimamente è persino un influencer (ma non diteglielo) con i video pubblicati sui social che sono diventati virali: ironici, dissacranti, ma con uno stile da milanese non certo imbruttito.
Ah, è anche il direttore di Riders magazine. E così abbiamo scambiato due chiacchiere nella redazione che condividiamo.

Nella tua vita hai fatto tantissimi mestieri, ma qual è in assoluto quello che ti identifica?
«Se dovessi sceglierne uno direi quello di scrittore. I libri hanno sempre fatto parte della mia giovinezza, perché i miei genitori erano grandissimi lettori. Il privilegio di poter pubblicare il mio primo romanzo è stata una delle cose più belle della mia vita. Scrivere libri è il modo più libero e scatenato di raccontare emozioni. Quando sei davanti alla tastiera per scrivere un libro, sei tu e la tua immaginazione. Nessun vincolo». L’altra tua grande passione sono i motori. Il primo ricordo che hai legato alle moto?
«La mia prima moto. Quando ho compiuto quattordici anni non c’erano social e telefonini: la vera libertà era poter andare in giro con il proprio motorino. La moto parlava di te, raccontava del personaggio che eri, anche se le prime moto erano da sfigato (ride, ndr). La mia era una Motograziella ereditata da mia madre. Un po’ mi vergognavo, cercavo di nasconderlo. Però il suo mestiere lo faceva».

Poi sono arrivati i viaggi. Se chiudi gli occhi, qual è la prima istantanea che ti viene in mente?
«È sempre difficile decidere il viaggio più bello. Solitamente è sempre quello che stai facendo o hai appena completato. Un flash è l’arrivo a Timbuctù, in Mali, dopo peripezie di ogni tipo, per vedere il “Festival au desert”: tre giorni e tre notti di musica etnica e ritmica. Noi dormivamo vicino al palco, in tenda, su dune morbidissime e con le nostro moto al fianco».

C’è stato, invece, un momento in cui hai avuto paura?
«Tantissimi. In ogni viaggio ho sempre paura. Voglio sfatare però un falso mito: il primo pericolo per il motociclista-viaggiatore non è incontrare l’Isis, ma banalmente cadere e farsi male. Una volta, uno dei miei cari amici che mi accompagna in questi viaggi, ha avuto un brutto incidente al confine con la Mauritania. Il primo ospedale era a 5 ore di strada da noi. Lì ho avuto paura».

Sei autore di ben 8 libri, tra romanzi e saggi. L’ultimo “La moto spiegata a mio figlio”. Hai in programma nuove storie?
«Il nono uscirà dopo l’estate. Sarà la continuazione della trilogia di Scheggia, il mio alter ego letterario. Un motociclista overland, sopra i 40 anni che ha tutti i problemi che gli uomini hanno: i primi bilanci sulla vita, il rapporto con moglie e figli, che risolve con i suoi viaggi in moto. Nell’ultimo romanzo su di lui avevo lasciato un finale aperto: non si sapeva se Scheggia sarebbe morto. Ho deciso di far continuare il suo viaggio, quest’anno in Africa. Ripercorre i tratti dei migranti, un tema che mi interessa molto».

Ora sei anche il direttore di Riders. Cosa ti ha spinto ad accettare questa sfida?
«È il magazine di moto che più mi somiglia. Non sono un motociclista tecnico, racing e nemmeno solo da viaggio. Ho sempre un occhio allo stile, all’abbigliamento. Cerco un buon compromesso tra stile e tecnica. Riders racchiude tutto ciò. Ci saranno, comunque, anche tutte le altre cose che piacciono all’uomo: dalle macchine ai viaggi incredibili, passando per lo sport e la musica».

Per noi di Sport Tribune “lo sport è un romanzo”. Cos’è per te la moto?
«Un mezzo di immaginazione. Non l’ho mai inteso solo come un mezzo meccanico, ma qualcosa a bordo del quale mi sento più completo e che innesca nella mia mente sogni e obbiettivi che mi staccano dalla realtà e che mi permettono di essere me stesso al 101%».