La verità, in questa querelle tra Max Verstappen ed Esteban Ocon, è che uno sport altamente tecnologico come la Formula 1, dove il lato umano si nasconde spesso dietro una visiera e fuori dall’abitacolo tende un po’ troppo spesso ad essere represso o addolcito per questioni principalmente economico/politiche, ha probabilmente molto più bisogno degli spintoni mollati dall’olandese al francese di quanto nessuno stipendiato di Liberty Media potrà mai ammettere.

Sia chiaro, non sono qui per dare ragione o torto ai due piloti e aggiungere una voce alle già tante che si sono alzate nelle ultime ore riguardo al fattaccio avvenuto alla S do Senna. Vorrei, invece, cogliere l’occasione per sottolineare come, anche nel negativo del gesto immortalato dalle telecamere a fine gara, una reazione umana sfuggita al controllo dei vigilantes vestiti da addetti stampa riporti immediatamente gli indici di interesse a impennarsi e quelli della noia ad azzerarsi.

Che poi, davvero può essere considerato così negativo il gesto di un ragazzo poco più che ventenne che, con l’adrenalina che ancora gli zampilla dalle orecchie, va a far valere le sue ragioni dopo essersi visto scippare una vittoria, peraltro strameritata, in quel modo?

Sono piloti, tra i migliori al Mondo, certo, ma rimangono in ogni caso degli esseri umani. E menomale.

Perché lo so che tutti voi, come me, alla prima spinta di Max siete immediatamente tornati indietro con la memoria alla furia di Michael Schumacher dopo l’incidente con David Coulthard al Gran Premio del Belgio 1998, o a quando Ayrton Senna fece capire molto chiaramente a un giovanissimo Eddie Irvine come doveva comportarsi un pilota doppiato nei confronti del leader della gara (appunto) in quel di Suzuka, anno 1993. Magari qualcuno è arrivato addirittura ai pugni di Nelson Piquet contro Eliseo Salazar, targati Hockenheim 1982.

Probabilmente è una questione di DNA, ecco. Se i nomi che vengono evocati dall’episodio in questione sono quelli dei più grandi Campioni della storia (ne ho citati solo 3, ma potrebbero essere almeno 30), è probabile che la fame necessaria per essere un Numero 1 passi anche da li. Dal farsi rispettare, che non sempre è affare per educande, dal far capire chi è il più forte anche una volta scesi dalla macchina.

Perché dai, parliamoci chiaro: nelle corse, la testa conta quanto piede e attributi e i Mondiali, chiedete a Sebastian Vettel se avete dubbi, si vincono anche e soprattutto con quella.

Allora, a questo punto, è magari il caso di mettere da parte giudizi e paternali varie e godersi, per una volta, una rara dimostrazione di umanità di questa nuova generazione di fuoriclasse, che sono assieme il presente e il futuro della Formula 1. Altrimenti accontentiamoci delle lagne nei team radio.