Alla fine se n’è andato. Almeno per ora.
Ha salutato tutti tra il fumo dei burnout, in mezzo a due dei suoi più grandi rivali in pista, in una bella parata finale che ha giustamente dato spazio al rispetto reciproco tra i tre piloti che hanno segnato, nel bene e nel male, l’ultima decina d’anni abbondante di Formula 1.

Un pilota, forte, fortissimo, che ha diviso ieri, divide oggi e dividerà anche negli anni a venire.

In molti, tra quelli che lo hanno visto, conosciuto, vissuto, sostengono che sia uno dei migliori piloti di sempre, addirittura il migliore da quando Michael Schumacher ha appeso il volante al chiodo la prima volta.

Fernando Alonso. Il Campione dei “se fosse”, dei “se non avesse”. Ma anche dei paradossi, delle spy story, delle frasi dal fortissimo retrogusto di veleno, nei team radio come davanti alle telecamere. Un talento in pista che avrebbe sicuramente meritato di più. Un’attitudine e un carattere, controversi e a tratti oscuri, che lo hanno invece spesso privato di vittorie e cacciato in guai seri. Per lui come per chi vestiva la stessa casacca.

Una figura altrettanto controversa alle spalle, quella di Flavio Briatore, team manager Renault negli anni dei due Mondiali ma anche in quello dell’infausto crash gate, che ha poi continuato a dirigere la carriera di Nando da dietro le quinte, spuntando qua e la a intervalli regolari con dichiarazioni sempre pesanti e polemiche, quanto e più di quelle di cui si è parecchie volte reso protagonsta il suo cliente. A pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca, dicono, e più di una volta mi sono ritrovato a pensare che la più grossa sfortuna di Fernando fosse proprio quella di aver deciso che mettere il proprio destino sportivo nelle mani dell’imprenditore veneto fosse una buona idea.

Una tuta, rossa, vestita per cinque stagioni, che si è rivelata in molte occasioni troppo stretta anche per lui, l’uomo che ha di fatto interrotto il dominio Ferrari dell’era Schumacher, senza però riuscire a replicarne i successi una volta preso il suo posto nel box del cavallino.

La carriera di Alonso ha vissuto alcuni dei suoi momenti più significativi proprio nella parentesi spesa in seno alla Scuderia, con due meritati titoli mondiali sfuggiti nelle battute finali dell’ultima gara a vantaggio di quel Sebastian Vettel che, ironia della sorte, si ritrova oggi in quegli stessi difficili panni.

Un altro Mondiale perso all’ultima gara, qualche anno prima, per una lotta intestina all’interno del box McLaren, con un sodalizio che prometteva dominio totale e che si è invece rapidamente trasformato in una guerra a tutto campo in cui lo spagnolo è stato quello che alla fine ci ha rimesso più di tutti. Con somma gioia di Kimi Raikkonen, che nel frattempo ha ringraziato ed è andato a prendersi, al primo anno in rosso, quel titolo che lo rende ancora oggi l’ultimo Re di Maranello.

Ecco, proprio quell’anno, il 2007, è probabilmente uno dei più adatti per dare l’idea di quanto Fernando abbia avuto un peso specifico enorme, in positivo come in negativo, nella storia della Formula 1 recente. Almeno quanto quello di Hamilton e Vettel, se non di più, nonostante l’albo d’oro possa far pensare diversamente.

Perchè nemmeno Ron Dennis, uno che tra le tante ha gestito la rivalità tra Ayrton Senna e Alain Prost, è riuscito a mettere a frutto tutto il suo innegabile valore fallendo nel contenere una personalità certamente difficile, a volte spigolosa, e una spocchia dettata dalla consapevolezza del proprio valore, inasprita poi negli anni a fronte di un (presunto) credito con il destino sempre più pesante.

Un pilota che divide, dicevamo. Perché il Samurai è forse l’ultimo Campione di razza, in un circus sempre più popolato di bimbi prodigio che però non sanno, non vogliono, non possono esprimersi. Uno che anche dal fondo dello schieramento sa farsi vedere e sentire, con un team radio, una gag o una prestazione ben al di sopra delle possibilità del mezzo. Uno capace anche di farti innamorare con un sorpasso, una vittoria, un’impresa impossibile, e subito dopo di fare o dire qualcosa che te lo fa stare pesantemente sulle balle. Uno per cui invocare e ringraziare la giustizia karmica, in situazioni come il disgraziato ritorno in McLaren targato 2015, e per cui tifare quando decide di correre la Indy 500 o la 24h di Le Mans.

Di sicuro è uno di cui la Formula 1 e tutti gli appassionati sentiranno parecchio la mancanza. Per cui “gracias Fernando” te lo dico anche io, che sono tra quelli che non hanno ancora ben capito se amarti, odiarti (si fa per dire eh) o entrambe le cose. Con la sicurezza che, anche altrove, saprai comunque ancora dare molto al Motorsport.