Il Motorsport ha bisogno di grandi storie da raccontare. Ha bisogno di personaggi che riescano a mettere in ombra tecnologia ed elettronica, che restituiscano follia al mondo dei motori, che emozionino gli appassionati come ai tempi d’oro.

L’evidente bisogno di costruire eroi per poi poterne narrare le gesta ha però reso il Motorsport in generale, e la F1 in particolare, il teatro di un poema epico artificioso.
Negli ultimi anni l’attenzione dei creatori di racconti si è spostata, tanto nell’universo degli sport a motore quanto in tutti gli altri panorami sportivi, sulla categoria ad oggi più appetibile: i giovanissimi.

Dal caso Donnarumma a quello di Cutrone, passando per il tennis con Zverev e l’atletica con Tortu. Storie di grandi talenti spinti troppo presto in pasto a un pubblico bisognoso, più che mai, di favole a cui poter credere.

Una parabola che in Formula 1 si potrebbe esemplificare con la vittoria sotto la pioggia di Monza del giovanissimo Sebastian Vettel, nel 2008, quando l’attuale pilota Ferrari aveva da poco tolto l’apparecchio ai denti e guidava una Toro Rosso decisamente non competitiva.

Il successo della piccola promessa tedesca ha segnato l’inizio di una generazione di piloti diversa dalla precedente. Una rivoluzione che ha trovato il suo apice del 2015 con l’esordio dell’allora diciassettenne olandese Max Verstappen, il più giovane pilota ad aver mai gareggiato in un Gran Premio di Formula 1.

É la storia di una passione ereditata, di un talento precoce e cristallino, di un carattere forte nonostante l’età, di un’arroganza spiccata. Elementi perfetti per essere dipinti nella favola del giovanissimo nuovo Senna. Un interesse mediatico che ha aumentato la notorietà di Verstappen ma che ha anche mostrato sotto un’enorme lente di ingrandimento ogni errore del giovane e focoso talento, mettendolo in evidenza tutte le luci e le ombre della sua età.

La speranza di Maranello: Leclerc

Nell’eterna ricerca di un nuovo nome da incoronare, nel 2018 gli storytellers hanno trovato il loro re: Charles Leclerc. Monegasco, fresco di successo assoluto nel campionato di Formula 2, un passato di lutti e un sorriso da bravo ragazzo, una stagione in crescendo con l’Alfa Romeo-Sauber, un contratto in Ferrari per il 2019.

Dai piani alti del settore si cerca di rallentare la divinizzazione del giovanissimo futuro pilota di Maranello, chiedendo aria per farlo respirare e tempo per permettergli di crescere, ma i creatori di notizie remano nel senso opposto sottolineando a gran voce, da un anno a questa parte, ogni sua prestazione superiore alla media.

Così, nell’attesa di vedere nella prossima stagione lo scontro tra i poco più che ventenni Lecler, Verstappen e Gasly, i tre giovanissimi piloti che occuperanno un posto nei top team, ci sono già nuovi e talentuosi rookies su cui costruire castelli di notizie: George Russell, Alexander Albon e Lando Norris.

Chiamarsi Schumacher

Il vero poema epico del Motorsport di questa stagione non è arrivato dalle vette della Formula 1, ma dalla meno seguita Formula 3.

Il nome dell’eroe da raccontare su tutti i giornali è, semplicemente, quello di Schumacher. Non il sette volte campione del mondo Michael, ma il diciannovenne Mick, figlio della leggenda della Formula 1 e talentuoso giovane campione della serie minore.

Sul successo dell’ancora acerbo Mick – che da marzo gareggerà in Formula 2 con il Team Prema – sono stati costruiti castelli interi di storie, immagini visionarie che lo collegano al padre e alla sua eterna leggenda. Consapevole del peso del suo cognome il giovane Schumacher non sembra soffrire il confronto e continua, come tutti i rookies messi sotto i riflettori, a raccontare il suo futuro gara dopo gara. Nonostante gli storytellers.