La paradossale storia della prima atleta iraniana a vincere un match ufficiale, ora ricercata per il suo rifiuto ad indossare il hijab. L’incredibile storia della pugile Sadaf Khadem, da campionessa a ricercata.

Una preparazione “haram”

La boxe è uno sport che  da molti anni vive in una sorta di limbo, permettendo lo svolgimento della disciplina ma solo se vi si attiene anche da un punto di vista “religioso”. Nel paese è infatti obbligatorio per le donne indossare il velo fin dalla tenera età di 9 anni, oltre a dover accedere a tutta una serie di luoghi costruiti ad hoc quali palestre solo femminili. Naturalmente tali provvedimenti nel tempo hanno molto limitato il numero di boxeurs, salvo rare eccezioni quali quelle di Sadaf che, però sono costrette a vivere nell’illegalità.

Sadaf Khadem
Sadaf Khadem

L’atleta si è infatti allenata a lungo e di nascosto con l’ex pugile franco-iraniano Mahyar Monshipour che l’ha sempre invogliata e incoraggiata, anche al costo di compiere reati per raggiungere il proprio sogno: vincere un incontro ufficiale. Questa scelta, unita alla decisione di non portare il velo durante i match, cambierà per sempre la vita della Khadem.

L’incontro di Royan

Qualche giorno fa lei e il suo team si recano in Francia per disputare il primo incontro, conclusosi in un un trionfo per l’iraniana, gloria infinita per il paese. Il problema è però che vincendo, la ragazza ha mostrato ai suoi connazionali delle verità scomode e questo non lo possono tollerare. Mentre si stanno per imbarcare verso Teheran, la squadra riceve un mandato di cattura per aver disubbidito alle leggi sulla pubblica decenza. La decisione di rimanere in Europa sarà allora istantanea e trasformerà trionfo in infamia, condannandola, almeno per il momento, ad un esilio forzato. Da campionessa a ricercata nel giro di qualche ora.

Sadaf Khadem

La questione, nella sua follia, è molto interessante sopratutto per 2 temi che si porta dietro. Da un lato, infatti, ci viene mostrato ancora una volta come in Iran sia ancora fragile l’equilibrio fra libertà personali e “pubbliche”; dall’altro alcune delle difficoltà oggettive che incontrano le donne di questi paesi quando scelgono di intraprendere attività agonistica. I problema non è infatti tanto da ricercarsi nell’hijab ma quanto più nel livello delle palestre. Se si insiste assiduamente su questa strana divisione dei sessi, bisogna dare ad entrambi lo stesso livello di possibilità, cosa quasi impossibile se mancano dei maestri validi. Proprio per questo non possiamo che sperare che casi come questo si ripetano, in modo che lo sport abbia nuove e grandi amazzoni da cui imparare.

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