La notizia della morte di Niki Lauda è arrivata così, improvvisa e per molti versi inaspettata, con lo spavento dei mesi scorsi che era già diventato un brutto ricordo e un po’ tutti che, fino al giorno prima, si limitavano a chiedersi, ogni tanto, quando sarebbe riapparso nel paddock.

Perché un po’ tutti, più o meno consapevolmente, avevamo la sensazione, il sospetto, che Niki fosse un qualcosa di immortale. O che, quantomeno, avrebbe regalato quell’umanità solo sua al mondo della Formula 1 ancora per diverso tempo.

È sfuggito, lui solo sa come, a un destino con intenzioni crudeli, apparentemente inevitabile, che lo attendeva alla curva Bergwerk, circuito del Nurburgring, il 1 di agosto di un 1976 che pareva ormai avere in pugno, sportivamente parlando.

I 43 anni che stanno tra il rogo di quel giorno e la sua scomparsa, la sua seconda vita, vissuta in tutto e per tutta come la prima, più della prima, un regalo. Un dono rarissimo. Per lui, ma soprattutto per una Formula 1 oggi più che mai priva di personalità di quel calibro, libere, incontenibili.

I ricordi di piloti, ex-piloti, giornalisti, addetti ai lavori di ogni sorta, riempiono il web e le tv e sono una testimonianza esemplare di quanto un uomo del suo carisma fosse un patrimonio incredibilmente prezioso per lo sport.

Una frase di Lauda, detta in un qualunque contesto o circostanza, era quasi sempre materiale da prima pagina, da titolone ad effetto, un cerino che incendiava il dibattito, una luce che innescava la riflessione.

Niki non ha mai guardato in faccia a nessuno, nel bene e nel male. Da Enzo Ferrari in giù. A volte divertente, a volte crudelmente pragmatico, a volte, semplicemente, disarmante. Aveva quel modo di ragionare, di parlare, che gli faceva formulare delle risposte talmente centrate sul punto di un qualsiasi discorso da rendere la domanda stessa banale, scontata, inutile. Roba da vergognarsi quasi a chiederlo.

Da pilota, da Campione, da uomo d’affari o da consigliere di lusso, Niki Lauda ha sempre dimostrato una volontà di ferro, un cuore potente come i motori delle macchine che ha guidato e un cervello sensibile e preciso a domarlo, come le sue mani e il suo famigerato piede destro (per non parlare del fondoschiena) sapevano fare con bolidi appartenenti a un’epoca mai dimenticata.

Una perdita pesante, enorme, bilanciata da un’eredità inestimabile, da custodire, da tramandare a chi la storia della Formula 1 la sta facendo, la farà.

Ciao Niki, e grazie di tutto.