Nessuno al Mondo avrebbe potuto allenare e vincere con i Chicago Bulls degli anni ’90. Almeno nessuno degli allenatori conosciuti fino a quel momento, ma poi è arrivato il Maestro Zen.

Articolo di Jacopo Bianchi

Forse il documentario attualmente in onda su Netflix (The Last Dance) sta mostrando a molti quanto potesse essere complesso gestire una squadra NBA composta da Micheal Jordan, Scottie Pippen, Dennis Rodman, Steve Kerr, Tony Kukoc, ecc. E’ sicuramente un privilegio poter allenare alcuni dei più grandi giocatori della storia, compreso il più forte di tutti i tempi, ma è una sfida di proporzioni bibliche guidare una squadra del genere al successo.

Non dimentichiamoci che in NBA vince una sola delle 30 squadre che partecipano al campionato (all’epoca passate da 25 nel 1989 fino a 29 nel 1998), quindi ogni stagione in cui una delle grandi favorite non conquista il Larry O’Brien Trophy è da considerarsi fallimentare. Addirittura disastrosa se si tratta dei Chicago Bulls di Micheal Jordan. Eppure ci ha provato Kevin Loughery, 2 volte campione ABA con i NY Nets di Julius Erving. Poi è toccato all’esperto Stan Albeck, quasi 50 anni passati sulle panchine NCAA, ABA e NBA. Ci ha provato anche un giovane e carismatico Doug Collins. Nessuno dei tre è riuscito a raggiungere il traguardo, in realtà neanche le finali NBA.

Il colpo di genio di Jerry Krause 

Certo Collins nel 1989 ha riportato in finale di Conference, per la prima volta in 15 anni, i Chicago Bulls. Ma non basta. Il colpo a sorpresa, e forse anche il miglior colpo di genio di Jerry Krause (uno dei più grandi GM di tutti i tempi), arriva proprio nell’estate del 1989 quando promuove a capo allenatore un semisconosciuto Phil Jackson. L’uomo che guiderà i Bulls alla conquista di 6 titoli all’epoca era più famoso come ex giocatore (2 volte campione NBA con i New York Knicks) che come allenatore. Il suo curriculum parlava di qualche esperienza nella CBA (lega minore americana scomparsa nel 2009) e un paio di panchine nel folcloristico campionato portoricano. L’unico successo raggiunto era il titolo CBA del 1984 con gli Albany Patroons, mentre con i Piratas de Quabradillas e i Gallitos de Isabela si contavano più episodi da aneddotica ai limiti del surreale che vittorie.

L’arrivo di Phil Jackson

Phil Jackson diventa prima assistente di Doug Collins nel 1987, sempre per scelta di Krause, per poi prendere in mano due anni più tardi la panchina più ambita e temuta della Lega. L’allenatore nato a Deer Lodge, in Montana, aveva potuto osservare da vicino i progressi fatti dai Bulls di Collins e gli eventuali dettagli da limare per rendere Chicago una squadra vincente. Decise di affidare completamente la fase offensiva al luminare Tex Winter che introdusse l’attacco triangolo (triple post offense), mentre prese in mano personalmente quella difensiva.

Il tempismo perfetto di Jackson

L’apporto maggiore però arrivò nella parte mentale e filosofica della squadra. Mentre Chicago nella prima stagione con Jackson assimilava il complesso attacco triangolo, il nuovo coach studiava il modo per fare l’ultimissimo e più complicato passo. La risposta che stava cercando arrivò proprio al termine della stagione, nella serie di finale di conference contro Detroit. I Pistons superarono i Bulls in gara 7, per poi conquistare il loro secondo titolo NBA consecutivo. Jordan rimase devastato dall’essersi fermato a un metro dal traguardo. Ed è proprio qui che Jackson, scegliendo un tempismo perfetto, cambiò la carriera di MJ e la storia dei Chicago Bulls.

I successi dei Bulls

Phil convinse Jordan a mettersi al servizio della squadra per un bene superiore: la vittoria. E toccò proprio tutte le corde giuste visto che il 23 si convinse della strada da percorrere e trascinò maniacalmente dentro l’avventura anche tutto il resto della squadra. Da qui in poi saranno soltanto successi per i Bulls: 3 titoli consecutivi, una pausa di 2 anni che più o meno coincise con il temporaneo ritiro di Jordan, e poi altri 3 titoli consecutivi. Ma allora come ha fatto Phil Jackson a gestire la più grande superstar della NBA, l’ossessione dalla vittoria, una cultura storicamente perdente, una serie di ego spropositati e un ammasso di personalità difficile da trovare per varietà ed estensione anche in istituto psichiatrico? Entrando nelle loro menti e trovando la chiave di volta.

La meditazione zen che fa rendere al massimo

Jackson probabilmente non è stato tecnicamente o tatticamente il più grande allenatore di tutti i tempi. Ma sicuramente è stato il migliore a trovare il modo per far rendere al massimo delle loro potenzialità alcuni dei giocatori più forti di sempre. Le lunghe chiacchierate su basket e vita davanti ad una tazza di tè, la capacità di creare un legame genuino con ogni giocatore, le letture obbligatorie assegnate durante la stagione, i concetti ‘rubati’ alla filosofia dei Nativi Americani e l’introduzione della meditazione zen. Tutte queste piccole cose fuori dall’ordinario (soprattutto da quello NBA) hanno permesso a Phil Jackson di fare breccia all’interno di alcune delle personalità più complesse della storia del basket. Non li ha mai trattati solo come giocatori di basket, anzi li ha trattati soprattutto come uomini. Questo è stato l’incommensurabile apporto che ha dato alla pallacanestro.

Jackson, la persona giusta al momento giusto

Un campione NBA che giocava a fare l’hippie nel pieno degli anni ’70. Un anticonformista con origini Nativo Americane cresciuto in un paesino di 3000 anime sperduto sui monti. Phil Jackson nella sua vite precedenti è stato Rodman, poi è stato anche un po’ Jordan, nei suoi anni di formazione è stato anche Pippen e magari è stato un po’ anche Steve Kerr. Il suo cammino come uomo e come giocatore lo ha portato ad essere la persona giusta, nel posto giusto, al momento giusto. C’era una possibilità su un milione, ma quando non trovi la strada, magari è proprio la strada a trovare te.

 

Per leggere gli ultimi articoli di Sport Tribune, clicca qui