Intervista di ANDREA PRESSENDA a Gianfranco Nirdaci

Il sorpasso sul calcio a 5 in termini di prenotazioni in soli cinque anni e il padel è diventato un fenomeno che punta alle Olimpiadi. Intanto, l’Italia accoglie gli Europei. Per il Presidente del Comitato italiano padel, Gianfranco Nirdaci: «La sfida è portare gli italiani a vedere questo spettacolo».
E Francesco Totti gli spiega che si vince con la tattica.

Nel 1969 il messicano Enrique Corcuera realizza un campo da tennis nella sua residenza di Las Brisas e si accorge che lo spazio è inferiore a quello necessario. S’inventa allora un’area di gioco circondata da pareti in cemento e reti metalliche per impedire alla pallina di uscire dal campo. Nasce il «padel tennis». Cinquant’anni esatti dopo, il padel stimola visioni anche in Italia. Per chi fa dello sport uno stile di vita, con un incarico prestigioso da volontario, appare naturale l’obiettivo: vedere il padel ai Giochi Olimpici. È il sogno di Gianfranco Nirdaci, manager nell’export alimentare e Presidente del Comitato italiano padel. Un movimento in continua ascesa, con un Europeo da celebrare a Roma (dal 3 al 9 novembre) e con uno storico sorpasso sul calcio a 5. Tutto in cinque anni di attività.

Presidente Nirdaci, gli Europei di Roma rappresentano il riconoscimento internazionale che l’Italia del padel stava cercando?
«È un piccolo salto di qualità che abbiamo voluto in maniera ostinata. Ora la riflessione si sposta su un’altra grande tematica: la partecipazione del pubblico. Un argomento importante perché al di là della qualità del gioco, l’offerta delle televisioni e dei social media influisce sulle presenze».

In quale modo si può intervenire?
«Servono stadi attrezzati, bisogna costruire dei veri e propri eventi. I nostri IBI, gli Internazionali di tennis, registrano un numero molto elevato di biglietti venduti sul Ground, anche quando gli incontri si svolgono all’interno del Campo Centrale. Lo sforzo nel portare pubblico è importante anche per chi ha più storia di noi».

Anche perché il padel in Italia ha una storia recente.
«Cinque anni. È vero che si giocava anche prima, ma quando ho iniziato avevamo tre campi in Italia e il quarto, a Bari, lo stavano smontando. Oggi contiamo più di mille campi in tutte le regioni e abbiamo un numero di tesserati che va verso quota ottomila. Gli appassionati sono oltre 50 mila, è un calcolo che viene fatto empiricamente sul numero di campi e delle occupazioni. Posso aggiungere anche un altro aspetto».

Prego.
«I gestori dell’applicazione Prenota un campo ci dicono che siamo in testa per prenotazioni, abbiamo superato il calcio a 5. Adesso dobbiamo portare la gente a vedere questo spettacolo, i campioni che fanno numeri eccezionali. È una grande sfida e l’aiuto di tutti, media compresi, sarà fondamentale».

A proposito di grandi eventi: il padel ai Giochi Olimpici, sogno o realtà?
«Abbiamo fatto dei passi da gigante grazie al lavoro del Presidente della Federazione internazionale, Luigi Carraro. Ha incontrato tutte le massime autorità del mondo olimpico e ha posto le basi per essere nei parametri che ci daranno la possibilità di poterci provare. Abbiamo ottime possibilità. Non abbiamo trovato alcun fattore di impedimento e credo che la parola anni sia appropriata, ma che si possano contare addirittura sulle dita di una mano».

È un obiettivo alla portata?
«È fattibile. Il Presidente del Coni, Giovanni Malagò, ha scommesso pubblicamente. E di solito perde poche volte. Il presidente Carraro ha incontrato tutte le istituzioni in grado di garantire la possibilità di far parte del mondo olimpico riscontrando prontezza e ampia capacità ricettiva».

Il 2019 si chiuderà con l’organizzazione degli Europei. Quali saranno gli obiettivi per il 2020?
«Gli obiettivi sono ancora più ambiziosi perché ho intenzione di portare in Italia il Mondiale e di ospitare anche una tappa del World Padel Tour».

Punterà ancora sulle eccellenze internazionali.
«Con il World Padel Tour abbiamo un ottimo rapporto, hanno capito il nostro messaggio. Ospitare una tappa del circuito tre o quattro anni fa sarebbe stato un flop, non tanto per lo spettacolo quanto per la sua percezione quasi da circo. Vorrei che questo sport venisse visto invece per quello che veramente rappresenta. Non c’è nulla di circense, non c’è moda. Per questo abbiamo istituito l’iniziativa Racchette di classe e siamo entrati negli istituti e nelle scuole, per questo vogliamo fare i mondiali giovanili».

Qual è stata la ricetta della Federazione italiana tennis per lo sviluppo del padel in Italia?
«Ho un rapporto diretto col Presidente della Federazione, Angelo Binaghi, che assieme al Consiglio Federale ha puntato su di me per lo sviluppo del padel ormai cinque anni fa. Da questo punto di vista, la FIT ha realizzato un’operazione eccezionale: la ricetta è stata innanzitutto mettere a disposizione degli utenti più imprese in concorrenza tra di loro in un libero mercato, con una riduzione del costo delle strutture e dei campi. Dove c’è concorrenza esiste un vantaggio per l’utente. Questo è stato un elemento fondamentale. Ma non l’unico».

Gli altri?
«Costruire gli asset. Abbiamo un campionato di serie A, di B, la serie C e la D. La C e la D sono amatoriali, con una grande attenzione per le squadre: oggi ne contiamo 210 su tutto il territorio nazionale. La FIT poi ha aperto ai giovani e alle scuole. Con l’Istituto di Formazione “Roberto Lombardi” è stato scritto un decalogo con l’organizzazione di corsi per istruttori di primo, secondo grado e maestro che hanno offerto una professionalità indiscutibile a tutto il movimento».

Presidente, prima faceva riferimento all’importanza degli impianti. Quanto costa realizzare un campo? «Mi conceda una battuta: un conto è realizzarlo sull’acqua, un altro su una piattaforma già pronta. Al di là dell’opera civile, il costo può oscillare dai 14 ai 16 mila euro. Ma ripeto: la continua concorrenza ha determinato la riduzione dei costi quasi della metà da quando sono arrivato».

Per fare un paragone, un po’ come il calcio a 5 di qualche anno fa.
«Assolutamente, il problema legato agli impianti è fondamentale. Non c’è sport dove non esistono impianti. Questa è stata la mia prima volontà e devo dire che sono stato aiutato da tanti professionisti italiani. In poco tempo le imprese si sono proiettate in questo nuovo mondo offrendo opportunità di lavoro a tante persone. C’è tanta gente oggi che riesce a fare impresa con il padel. E questa realtà mi ripaga di ogni sforzo».

In questo momento, il padel si può definire un movimento trainante rispetto al tennis?
«Sì, e faccio un esempio concreto: abbiamo un figlio maggiore bravo (il tennis) e poi c’è anche un altro figlio più piccolo, che ha degli ottimi voti in tante materie, il padel. Non dimentichiamoci però che i genitori sono gli stessi: tennis e padel non sono in competizione. Ci sarà il momento in cui si realizzerà un campo da padel in meno e un campo da tennis in più e viceversa. Oggi è il momento del padel e lo cavalchiamo. Ma siamo sempre noi, siamo la FIT».

A proposito di regioni e città di riferimento: Roma è stata determinante.
«Roma rappresenta il 40 percento del territorio nazionale, ma è in calo. Cresce lo sviluppo nelle altre regioni: Lombardia, Piemonte, Puglia, EmiliaRomagna stanno ottenendo risultati incredibili».

E sempre a proposito di elementi trainanti: i tanti ex calciatori, i personaggi dello spettacolo hanno aiutato il movimento. Esiste un legame tra il calcio e il padel oppure è solo casualità?
«Francesco Totti, Roberto Mancini e Luca Marchegiani sono stati i primi che mi hanno aiutato in questo progetto. Mancini e Marchegiani lo hanno fatto in grande amicizia e a Totti mi ha chiarito un aspetto».

Quale?
«Che nel padel non c’è esclusivamente un aspetto sportivo e agonistico, ma anche una fortissima componente tattica. E questo stimola fortemente un calciatore».

Quindi la tattica si sta affermando anche nel padel?
«Sentendo parlare questi grandi campioni del calcio, vedendoli giocare, si percepisce come ricerchino la tattica migliore a seconda dell’avversario. D’altra parte, il calcio, negli ultimi anni, è tattica. Il connubio calcio-padel è partito casualmente ma siamo arrivati a una definizione agonistico-tattica che difficilmente può essere raggiunto negli altri sport».

Il gioco di coppia aiuta in questo senso?
«Nel padel si gioca in due e quindi bisogna dividersi i compiti. Poi ripeto: l’aspetto tattico se non sta diventando predominante, quanto meno procede molto vicino all’elemento agonistico».

Abbiamo parlato di desideri, obiettivi, traguardi: qual è il sogno del Presidente Nirdaci in vista dei prossimi Europei? (Pausa, ndr)
«Sono un cristiano praticante e il desiderio che ho nel cuore è regalare la racchetta da padel a Papa Francesco. La mia parola è che la riceverà ai prossimi Europei di Roma. Poi Sua Santità è argentino, sa di cosa stiamo parlando!».