Ricordare è giusto. Ricordare è doveroso. Oggi è il giorno della memoria, un giorno per non dimenticare quello che è successo, quello che è stato, per cercare di non ripetere mai, mai più, quello che è accaduto nel centro dell’Europa. Il mondo dello sport, del calcio soprattutto, ricorda un personaggio, un uomo e la sua famiglia che da vincitore in un campo di calcio, da allenatore dell’Alessandria alla panchina dell’Inter, grazie alla volontà dell’imprenditore, detto il Senatur, Giuseppe Cesare Borletti, ha finito la sua corsa in un altro campo, quello di concentramento. Si chiamava Arpad Weisz, nato a Solt, in Ungheria.
Ma facciamo un passo indietro. Arpad Weisz arriva in Italia per giocare a calcio, di allenare, e allenare bene, ancora non sa di esserne in grado. La maglia del Padova lo veste e lo culla per una stagione poi si va all’Inter. Non si può rifiutare l’occasione di Milano. Nel frattempo, la storia ci racconta che un certo Benito inizia a scavalcare ruoli leggermente importanti nella politica italiana, è iniziato il regime di Mussolini. Sono gli anni del delitto Matteotti, dei fasci di combattimento. Insomma, è appena nato, da qualche anno, il Fascismo. Weisz si infortuna, con le attenzioni odierne probabilmente non avrebbe mai smesso di giocare ma i tempi erano quelli che erano.

Il calcio non rendeva ricchi, forse benestanti, o solo celebri ma nemmeno poi cosi tanto. Da dentro al campo l’ungherese passa sulla panchina perché come diceva sua moglie il calcio si può anche insegnare. E allora è così che inizia la sua avventura: Alessandria, Inter e poi Ambrosiana per un obbligo fasciogovernativo e dopo lo scudetto vinto a Milano con un certo Meazza in attacco, poi Bari, Novara e il miracolo a Bologna. È proprio da qui che gli emiliani vincono due scudetti consecutivi. Un vero miracolo dell’ungherese. Siamo nel 1938 e un giorno come un altro, o forse non proprio come un altro, il dittatore, il duce, si affaccia dal balcone, non dal classico balcone, ma da un balcone. Mussolini era a Trieste, era il 18 settembre del 38 e l’unica cosa che si ricorda di quel discorso è GLI EBREI NON APPARTENGONO ALLA RAZZA ITALIANA. Sono state promulgate le Leggi Razziali.
Da quel giorno la vita di Arpad Weisz e circa 6 milioni di persone cambiò radicalmente per un particolare non particolare. Dalla panchina di un campo di calcio ai lavori in schiavitù di un campo di concentramento, anzi del campo di concentramento. Weisz viene portato ad Auschwitz dove morirà il 31 gennaio del 1944 e così successe tempo dopo alla sua famiglia, moglie e due figli.
Arpad Weisz è l’uomo, il personaggio, la persona, l’icona, lo sportivo, colui che ricorderemo per quello che ha fatto in campo, in panchina, a casa, per quello che ha fatto per se stesso, per l’Ungheria, per l’Italia, per il mondo, per lo sport, per la cultura. Soprattutto per capire, una volta di più, perché non è mai abbastanza, che siamo solo uomini. Niente di più, solo uomini. Sempre uomini, nessuna differenza tra me e voi. Nessuna tra nessuno.
Enzo Biagi: «Mi sembra si chiamasse Weisz, era molto bravo ma anche ebreo, e chissà come è finito»