Io non credo in Dio. Non ci credo.
Perché mi guardo intorno tutti i giorni e vedo troppe cose che proprio non vanno.
Morte, distruzione, sofferenza. Cambio canale, voglio sentire parlare di argomenti leggeri. Si parla di calcio.
15, 20, 25 milioni di euro all’anno. Parlano di contratti e mi viene da sorridere. D’altronde ci hanno spiegato che chi crea emozioni ha un valore inestimabile. Vorrebbe dire fare le pulci al conto corrente di Picasso, Bonolis, Depp. Non si fa, non si può fare. In effetti non so quante persone sarebbero disposte a pagare un biglietto per osservarmi mentre mi faccio la barba al mattino. Quini penso che in fondo sia giusto così. Nel mondo ci saranno sempre mestieri più importanti ma me ne faccio una ragione. Siamo i primi che friggiamo quando la nostra squadra gioca, è una malattia celestiale che ci accompagnerà fino alla tomba. Né giusta né sbagliata. Una malattia, quindi siamo giustificati.
Le nostre sono giornate dure, fatte di incazzature e nervosismo e delusioni e scadenze. Ci ritagliamo qualche minuto per sapere se Dybala, Strootman, Hamsik stanno meglio. E se davvero stanno meglio ci sentiamo più sollevati, siamo più contenti. Rimettiamo lo smartphone nella tasca e ci ributtiamo nella vita vera. Con la consapevolezza che il nostro campione tornerà presto. W la fisioterapia.

Finisce la giornata e di corsa preparo il borsone, direzione campo di allenamento. Bisogna sudarsi la maglia da titolare perché domenica c’è una partita importante e non ci sono discussioni. Questa partita va giocata dall’inizio. Spero che lo scarpino resista almeno un paio di settimane, si sta sbeccando sul davanti ma vorrà dire che starò più attento a calciare di collo. Sarà dura.
Il mister butta giù le formazioni ed io sono nella squadra delle riserve. Partiamo male, molto male. Ma questa è la mia settimana. Spero. E corro più che posso, presso tutti, presso chiunque abbia la palla, anche se ha la mia stessa pettorina. E bestemmio quando non la prendo, in fondo io non credo in Dio, non ci credo.
“Chi segna vince”.
Mi fa male il polpaccio e domani sarà un’altra complicata giornata della mia vita. Mi fa maledettamente male.
Sputo per terra, l’ho visto fare in TV, magari aiuta. Non posso più calciare col destro, lo scarpino è aperto e praticamente andato. Sterzo e colpisco di mancino. Segno. La partitella è finita. 0-1, per me noi stavamo giocando in trasferta.
Guardo il cielo e sorrido in una doccia di sudore e lacrime di fatica, gioia e dolore. Perché io credo in quella forza che ti fa andare oltre ai limiti. E non importa se sei a S.Siro o al campetto di Casalpusterlengo. Se scavi in fondo a ciò che hai, là troverai quella forza. Io non sono mai riuscito a darle un nome.
Vuoi vedere che corrisponde a quello che gli altri chiamano Dio?
 
Articolo in collaborazione con Cronache di Spogliatoio