Lo que sì està claro, es que yo me siento madridista hasta la médula

Ci sono persone la cui mente viaggia su un binario alternativo, parallelo a quello degli altri, un binario che sta un po’ più in alto, ma dal quale è più facile cadere. Persone che hanno una propria visione della vita, un proprio modo di approcciare le vicende. Un punto di vista sempre al confine tra genialità e sregolatezza, in un conflitto continuo che si manifesta, improvviso, nella forma di un colpo di genio o di un gesto incomprensibilmente folle. Juan Gomez Gonzalez, detto Juanito, è una di quelle persone.
Nasce, figlio di un muratore, a Fuengirola, piccolo centro sulla costa andalusa, a pochi chilometri da Malaga. Viene notato a quindici anni da Angel Castillo (il direttore tecnico dell’Atletico Madrid) che è sposato con una fuengiroleña. Castillo lo porta a Madrid e il 14enne Juanito si ritrova a vivere in una piccola pensione in Calle Barbieri. Nelle giovanili dell’Atleti è subito protagonista: è veloce, tecnico e fenomenale nell’uno contro uno. Capace di fornire assist al bacio ai compagni, così come di fare goal (nell’84 sarà Pichichi assieme all’uruguagio Jorge da Silva) ed è dotato di un carattere, di un temperamento unici. Nel bene e nel male. Come spesso accade nelle storie di calcio, arriva un grave infortunio a rompere l’idillio: in un’amichevole si scontra con il portiere del Benfica e si rompe tibia e perone. È ancora giovanissimo. Il recupero sarà lungo e l’Atleti, dopo un periodo in prestito al Burgos, decide di scaricarlo: Juanito non dimenticherà mai questo affronto. Con una serie di stagioni eccezionali trascina il Burgos in Primera Division e il suo esordio nella Liga fa concentrare le attenzioni di tutta la Spagna su quel piccoletto col numero 7. Quell’anno il titolo lo vince un grande Atletico Madrid, una squadra solida che subisce poche sconfitte, tra le quali una memorabile paliza. Chi gliela infligge? Ma sì, proprio lui, Juanito. Al Calderòn gioca una partita incredibile, perfetta e il Burgos batte i futuri campioni di Spagna per 3-0. La vendetta è servita. Nell’estate del 77 è il pezzo pregiato del mercato e lo vogliono tutti: Valencia, Real , Barcellona.In un club, sicuramente, Juanito non andrà a giocare: “No quiero Atleti, ni verlo!”.


Lo acquista il leggendario Santiago Bernabeu, nella sua ultima stagione da presidente del Real. 21 milioni di pesetas, tanti soldi. Ma tra Juanito e l’ambiente madridista è amore a prima vista, il pubblico merengue non può non amare un giocatore come quello: classe sopraffina abbinata a un carisma fuori dal comune. Il Real vince tre Liga di fila e le cose vanno alla grande. Fuori dal campo l’andaluso impara a conoscere la movida madrileña e non la disdegna affatto, gli piacciono le donne e metterà incinta la giovane Feiny Encina, nonostante fosse sposato dal 75 con Maria del Carmen e avesse già due figli e una figlia. La cosa, ovviamente, crea scandalo nella cattolicissima Spagna dell’epoca. Se la situazione sentimentale è turbolenta, quella economica non è certo più stabile. È troppo buono, quasi ingenuo, e non nega un prestito a nessuno, anche a chi non glielo salderà mai. Tanti sono poi gli investimenti sbagliati, come quando apre un negozio di articoli sportivi rivestendo gli interni con marmi pregiatissimi. In quegli anni il Madrid comincia a cambiare pelle e si fanno spazio giovani leoni come Camacho, Butragueño e Sanchis. Juanito li accoglie come un fratello maggiore perché è un uomo viscerale, estremo in campo e fuori, ma riesce sempre a farsi voler bene. Quello della metà degli anni Ottanta, verrà ricordato come il periodo delle grandi rimonte europee dei blancos e del miedo escénico del Bernabeu, la paura di giocare a Madrid contro il Real. Ne sanno qualcosa i tifosi interisti che hanno più di 45 anni. L’Inter viene punita dalle merengues in due semifinali di Coppa Uefa consecutive, nell’85 e nell’86. In entrambe i nerazzurri si impongono all’andata a San Siro (2-0 e 3-1), in entrambe subiscono la rimonta al Bernabeu ( 0- 3 e 1-5) al ritorno. Dopo uno di quei due match a San Siro, Juanito si avvicina a Graziano Bini, difensore dell’Inter e in tono di sfida gli dice, in italo-spagnolo: “Noventa minuti en el Bernabeu sono molto longo”. La storia, come abbiamo visto, gli darà ragione. Ma la rimonta più spettacolare resta quella contro il Borussia Moenchengladbach nell’86. I blancos perdono 5-1 in Germania e rimontano con un incredibile 4-0 a Madrid. Quella volta Juanito esce durante i minuti di recupero, sostituito, saltando come fosse posseduto e alzando ripetutamente il pugno al cielo: lo stadio impazzisce. Genio e sregolatezza, appunto. Nella sua carriera non si contano gli episodi goliardici o di follia, in campo. Come nel 1978, quando in Coppa Campioni colpisce al collo un arbitro con un pugno e si becca 2 anni di squalifica. O con la Roja al Marakana di Belgrado nel 1977, durante le qualificazioni al mondiale argentino, quando uscendo dal campo rivolge al pubblico jugoslavo un gesto onanistico e qualcuno(eufemismo) non la prende bene. Dalla tribuna arriva la conferma che la grande tradizione slava nella pallacanestro è realtà: una bottiglia partita da lontano colpisce dritta alla testa Juanito, che resta stramazzato al suolo. Nel 1980, convinto di aver vinto la Liga all’ultima giornata, paga pegno e si mette a percorrere il campo in ginocchio. Il Real Sociedad, però, in un altro stadio della Spagna, segna un gol all’ultimo minuto e si porta a casa il titolo. I compagni devono avvisare Juanito: “Ehi Juan, tirati su. Abbiamo perso la Liga”.

Ma l’episodio più folle, quello che costringe il Real ad allontanarlo, avviene a Monaco in Coppa Campioni, contro il Bayern. Dopo un contrasto di gioco, Juanito calpesta coi tacchetti il volto di Lothar Mattheus, ferendolo. Si pentirà subito dopo, ma sarà troppo tardi: 5 anni di squalifica internazionale. Il Real lo vende al Malaga, casa sua, e lì riesce a mettere in mostra gli ultimi lampi di una classe infinita. Porta il Malaga in Primera Division e riesce pure a segnare un gol ai suoi ex compagni. Si ritira a 35 anni e versa in pessime condizioni economiche, gira con una vecchia Peugeot e l’ex moglie è lì che attende l’assegno, ogni mese. Quando gli arriva l’offerta per diventare l’allenatore del Merìda, accetta immediatamente. In panchina è come in campo, ha le qualità per sfondare e il suo gioco è offensivo e spettacolare, anche se talvolta eccessivamente spregiudicato. Il suo sogno è di tornare al Bernabeu da allenatore ma, proprio dallo stadio madrileño, parte il suo ultimo viaggio. Dopo aver visto Real Madrid – Torino di Coppa Uefa, il 2 aprile 1992, Juanito muore in un incidente stradale sulla strada di ritorno per Merìda.
Ancora oggi al Bernabeu, al minuto 7 di ogni partita, un coro si leva al cielo:
Illa illa illa, Juanito Maravilla!
I tifosi non lo hanno dimenticato, perché le persone come lui, quelle che viaggiano su un binario alternativo, non le si dimentica facilmente.

 Scritto da Tommaso De Paoli – lettore di Soccer Illustrated