Cosa accadrebbe se uno di noi raccontasse quello che vede e sente, in campo, negli spogliatoi, o nei sotterranei degli stadi. Ogni tanto ce lo chiediamo durante i raduni della federazione, o nelle cene tra colleghi e da poco anche nel nostro gruppo WhatsApp «fischietti senzafiato».
Alcuni dicono che il calcio non sarebbe più lo stesso, personalmente credo che non succederebbe niente o succederebbe poco considerato come si dimentica in fretta; tempo un paio d’anni e tutto tornerebbe come prima, fatta eccezione, certo, per l’arbitro che ha parlato, che sarebbe ormai lontanissimo dai campi. Gli arbitri non hanno mai aperto bocca e quindi nessuno sa cosa potrebbero causare i loro racconti, perché a meno di non lampa- darsi e diventare personaggi folkloristici della televisione nessuno di noi ha mai preso una penna, o un microfono e ha detto «Sentite un po’ questa».
E io davvero non capisco come i tifosi e i lettori dei giornali sportivi non si chiedano e non chiedano conto di cose evidenti e sotto gli occhi di milioni di persone allo stadio e in tv. Parlo di sconfitte rocambolesche e inaspettate, di sostituzioni al limite dell’insensato, mi riferisco a esternazioni improvvise o a ribaltamenti di panchine privi di qualsiasi logica. Nella stagione che è appena finita ad esempio nessuno ha mai davvero cercato di capire cosa sia successo all’interno di uno degli spogliatoi da sempre più di cili e chiacchierati della Serie A, quando dopo un girone da prima della classe, quella squadra è crollata come un muretto a secco abbandonato. Le volte che mi è capitato di arbitrarla negli anni passati sono sempre rimasto stupefatto da come gli umori dei giocatori che vestivano quella maglia passassero dalla gioia alla frustrazione a distanza di poche domeniche, una cosa che mai avevo visto in nessun gruppo che la mia esperienza professionale extracalcistica e di vita mi avesse fatto frequentare.

Quest’anno però nessuno si è mai fatto la domanda giusta. Che cosa è successo a quei ragazzi e al suo allenatore?
Questa è l’unica domanda che può tentare di comprendere perché giocatori infallibili in difesa sono improvvisamente diventati dei saponettari, per quale motivo le partite che finivano con un gol di scarto e che documentavano la robustezza del gruppo sono diventate un boomerang non appena la squadra avversaria faceva un gol e mandava tutto all’aria. Non esistono strategie di campo, cali tecnici o fisici che possano spiegare il più grande ribaltamento di fronte degli ultimi anni della storia del calcio italiano. La risposta forse, e dico forse, sta in quello che io e i miei colleghi vestiti di nero abbiamo visto e sentito.
È una sera di inizio autunno quando quella squadra ne a affronta un’altra che al momento sta giocando uno splendido calcio e lotta per le prime posizioni. Nel riscaldamento uno dei giocatori di punta si infortuna, dal suo spogliatoio l’arbitro sente le urla provenire da quello della squadra di casa: una parte dello sta medico lo vuole far giocare, l’altra invece dice che non è in condizione e potrebbe rovinare la partita. Immaginate di litigare con vostra moglie prima di un esame, o di una giornata importante al lavoro, immaginate che le persone in quello spogliato- io pensino che sia sbagliato partire con un handicap, ma nessuno lo dice perché a decidere alla ne è sempre e solo l’allenatore. Risultato, in campo la squadra non c’è e perde come fosse un gruppo di dilettanti.
Una sera di metà gennaio poi succede qualcosa che non è mai successo prima: due allenatori litigano (e questa non è una novità) ma alla ne della litigata uno dei due davanti alle telecamere racconta dettagliatamente gli insulti che l’altro gli ha rivolto. Noi ne parliamo una sera dopo un allenamento comune e le voci dicono che quell’allenatore avrebbe un figlio che potrebbe accusa- re quel tipo di insulto e questo lo manda ai matti, ecco perché reagisce così. In più sui giornali in quegli stessi giorni si parla per lui di un divorzio doloroso ed economicamente complicato e da allora il viso di quell’allenatore cambia, di colore e di forma. Ai microfoni risponde a singhiozzo, sembra in imbarazzo. La squadra perde e pareggia e perde e il rapporto tra lui e la squadra sembra quello che c’è tra un maestro elementare e la classe all’ultimo anno che dal settembre prossimo non vedrà più. Ma i tifosi parlano solo di scelte tecniche e infortuni o di carattere in campo.
Il calcio è un gioco semplice, sono le persone ad essere complicate.
 
Parole di Volevo essere Roberto Baggio
Disegni di Francesco Poroli