Mi guarda le scarpe mentre cerco l’attenzione del cameriere. Me ne accorgo e cerco subito una risposta: “Arp, ma come hai fatto?” 
Lui non sembra affatto stupito dalla domanda, tutt’altro: “Avevo bisogno di liberarmene, non ne potevo più”. 
“Di che?”
“Di portarmi dentro quei giorni lì”.
Chissà in quanti gli avranno rivolto la stessa domanda, in tutti questi anni. Lo sto annoiando. Ma non riesco a smettere di pensarci. Mi faccio sotto di nuovo: “No, dico, come hai fatto a raccontarla e basta, senza spiegarla, quella roba lì?”. 
“E che c’era da spiegare? È stato il Mondiale più umiliante della nostra storia”. 
“Non ti sei reso conto del fatto che anche se è cronaca, ‘sto libro qua è un capolavoro? Cazzo dai è fantascienza, odio su carta… Come hai fatto a dirle e basta, senza neanche voler spiegare come ti sentivi?” 
“È già la seconda volta che parli di ‘spiegare’. Che vuol dire?”
Arp si accende l’ennesima sigaretta. Sarà la decima, oggi. Vorrei dirgli di darsi una regolata. E invece: “Come che vuol dire? Ci sono cose che non si possono spiegare”. Mi passo gli indici sulle palpebre, faccio strani versi mentre mi sgrano gli occhi. C’è che mi sembra di se essere in uno di quei sogni in cui non riesci a sentire la tua voce.
“Queste sono frasi fatte da noi scribacchini malandati, per non essere costretti a dilungarci troppo”. 
“Ma dai… che dici? Come la spiego, che ne so, la sensazione che ho provato su quel treno quando ho incontrato la donna che amo ma lei era troppo impegnata a litigare al telefono? Come te lo spiego l’abbraccio con mio padre al Meazza dopo un gol di Palacio… di tacco, per giunta, al Milan?”
Adesso gli indici li uso a mo’ di parentesi, e ho la faccia un po’ scura. Quasi mi dispiace di avergli detto quello che gli ho detto. Mi dispiace di essere come sono. 
“Me lo spieghi incazzandoti così tanto”. 
“Ma questa rabbia non è possibile metterla su carta, non ce la faccio, io non ce la faccio proprio. Sei tu Arp, non io, tu puoi farlo!” 
“Ragazzino, credi che io abbia i superpoteri perché ho scritto un libro?”
 “Azzurro tenebra non è un libro, è cronaca trasformata in poesia… come hai fatto… non ci hai messo neanche un granello delle tue sensazioni in quei momenti, neanche un dialogo inventato”. 
“Perché non provi a vivere la tua vita invece di farti continue domande? Vedrai che non ti servirà spiegare nulla”.
 “E come si fa poi? Come si mostrano certe cose? I gesti, le parole e la gente che sfiora ogni giorno la propria vita… non posso mica scattare una foto”. 
“Devi immergerti, e se hai paura del buio, devi accendere la luce… esci, fai le tue esperienze”. 
Sorride Arp, sembra quasi allegro, ma è un sorriso amaro.


Io invece mi sentivo davvero un ragazzino, mi sentivo solo. Parlare con Arpino non mi aveva aiutato a sciogliere la mia ossessione. Lo fissai di nuovo mentre spegneva la sigaretta. Non dissi più nulla. Lui mise il giornale sottobraccio, indossò il cappello con un gesto calmo e, senza dire nulla, si alzò dal tavolino. Lo guardai allontanarsi nel suo lungo impermeabile color sabbia. Scomparve tra la folla della galleria quasi subito.
“Un altro giro?”. 
Era il cameriere di prima. Spaesato, risposi di no. Mi alzai e andai a pagare, sicuro di dovermi occupare anche del whisky di Arp. Sullo scontrino, però, il whisky non c’era. C’era solo la mia consumazione prima di un formale GRAZIE E ARRIVEDERCI, che in quel momento mi sembrò più freddo che mai. E nient’altro.

Perché questo è quello che succede quando chiedi ad altri risposte a domande solo tue.
Sogni, briciole di polvere e, nel peggiore dei casi, figuracce nei caffè.