C’è un paradosso fondamentale che sostiene il rapporto tra calcio e cinema, un paradosso che è giustificabile ma solo in parte, soprattutto se si tiene conto degli oggetti che di volta in volta il cinema ha preso in prestito dal mondo reale, sin dal momento in cui quel primo treno arrivò nella stazione di Ciotat, nel lontano 28 dicembre 1895. Il paradosso in questione è dato dall’estrema difficoltà nel descrivere in modo credibile ed emozionante una partita. Questa singolarità generata dall’oggetto calcio, quale argomento d’osservazione della cinepresa, è ulteriormente accentuata quando si considera che si tratta comunque di una rappresentazione – a tratti artistica – che viene costruita in uno spazio finito e circoscritto, con una scenografia ripetuta e delle dinamiche conosciute. Perché è stato possibile concepire in senso cinematografico l’universo di 2001: Odissea nello spazio, con la destrutturazione della prospettiva gravitazionale, e risulta difficoltoso replicare in modo realistico, ma senza perdere in termini di artisticità, una partita di calcio? Perché è stato possibile schernire la morte assieme ad una coppia di amanti, lui ragazzo necrofilo, lei hippie “che non crede nelle patenti”,  e sembra quasi impossibile disegnare il dolore di un infortunio o la disperazione per una finale persa all’ultimo minuto?
In ciò il calcio sembra essere, ad esempio, completamente differente dal football americano che è stato al contrario oggetto di pellicole di culto, alcune particolarmente emozionanti. E questo non solo per i temi eterogenei trattati (la questione razziale ne “Il sapore della vittoria”, per dirne una), ma anche perché si tratta di uno sport che alterna l’iper-tatticismo delle scene di dialogo a scontri violenti – con delle riprese costruite sulla struttura tipica delle scene di guerra, come “la battaglia dei bastardi” di Game of Thrones, ad esempio -, ed entrambe le situazioni sono estremamente congeniali alla macchina cinematografica. Il calcio no, invece, e questo principalmente perché si fonda ancora in buona parte su profili di imprevedibilità della giocata, che la fiction cinematografica non soddisfa pienamente.
Oltre alla necessità di uno spettatore che interagisca, anche solo guardando con attenzione; ed in questo non è sufficiente la mera osservazione, ma è richiesto l’intervento di tutti gli altri sensi – l’odore dell’erba, del sudore; il rumore delle urla e delle imprecazioni – a supporto dello sguardo: si guarda non solo con gli occhi, quindi. Entrambe le esigenze lo avvicinerebbero, a dirla tutta, maggiormente ad alcune forme di teatro. La cornice narrativa è prestabilita ma il contenuto muta continuamente.
Altra cosa, però, è la descrizione di quello che c’è attorno ad una partita. Ovvero tutti i sentimenti e le dinamiche che precedono, circondano e seguono la manifestazione sportiva intesa in senso stretto. In questo caso, difatti, la possibilità di fissare l’immagine su qualcosa che sintetizzi al meglio la realtà e l’arte, c’è, c’è senz’altro. Ed è proprio l’atteggiamento passionale, sconfinante nel religioso ed ossessivo, ripetuto, che crea personaggi reali assolutamente perfetti per essere riadattati allo strumento artistico; questo, oltre ovviamente l’estrema attenzione mediatica che si è creata in relazione a singoli giocatori o allenatori, guidando la sceneggiatura verso una realtà tangente all’atto del colpire il pallone. L’attenzione viene sia spostata verso un altro elemento che catalizzata in direzione delle emozioni che l’oggetto calcio stimola; come se la telecamera inquadrasse lo sguardo meravigliato di qualcuno che sta osservando un bellissimo quadro e non il quadro stesso; in questo modo è possibile altresì esaltare maggiormente la suggestione dello spettatore – quello indiretto (noi) – che non guarda l’oggetto, ma l’emozione che questo provoca.

Eric Bishop (“Il mio amico Eric”)


Ken Loach ha un ruolo essenziale nella cultura cinematografica di ogni cinefilo. Alcuni suoi film sono condensati di dramma sociale e speranzosi legami umani, dei compendi di vita. In questo caso l’espediente narrativo dell’angelo custode è una novità nell’universo del regista britannico, e viene utilizzato nell’unico modo possibile: quello di correre in aiuto del protagonista, un postino di Manchester – una di quelle città perfette per l’estetica Loachiana – che vede la propria vita precaria in ogni aspetto, lavorativo, nei rapporti umani, nella propria stabilità mentale. L’unico punto fermo sembrano essere i ricordi delle partite di Eric e del suo Manchester, ricordi che pare avere più nitidi dello stesso Cantona.
«Però è incredibile come cosa, vero? 60.000 persone che ti guardano, applaudono, gridano il tuo nome. Fa paura. Tu avevi paura? Si. Ma quando mai. Paura che potesse finire. Mi piaceva sorprendere gli spettatori. Ogni volta in ogni partita, io cercavo di fargli un regalo. Qualche volta non mi riusciva, ma quando succedeva… Ci rimaneva dentro per sempre».

Paul Ashworth (“Febbre a 90”)


L’Arsenal è da diversi anni la cenerentola delle grandi del calcio Inglese. Luogo di bel gioco, offensivo e spregiudicato, ma anche di estrema instabilità emotiva. Patria di talentuosi giocatori ma anche di una mancanza di cattiveria che non permette di vincere la Premier da 13 anni. Paul è il professore che chiunque vorrebbe: atipico ma fondamentale nella formazione di giovani caratteri. La sua ossessione per la squadra londinese lo porta più di una volta a mettere da parte le persone che gli sono vicine, quasi come se il legame con quella squadra sia l’ultimo angolino di fanciullezza che gli rimane: «… il fatto che per te è così importante, che il casino che hai fatto è stato un elemento cruciale in tutto questo, rende la cosa speciale. Perché sei stato decisivo come e quanto i giocatori. E se tu non ci fossi stato a chi fregherebbe niente del calcio?». Questo monologo notturno del protagonista è la migliore descrizione di quello che vuol dire il calcio. È perfetto come l’attacco di batteria in Baba O’Riley.

Matt Buckner (“Hooligans”)


Negli anni 80’ la violenza degli hooligans rappresentò un vero e proprio problema per l’Inghilterra. La traduzione della passione sconfinata in istinto primordiale violento portò ad uno scenario simile a “Guerrieri della notte”. In questo film lo “Yankee”, ovvero Matt, ha sin dall’inizio del film un evidente bisogno di appartenenza, di sentirsi parte di qualcosa, di un gruppo – è anche il motivo (oltre i soldi) per cui viene cacciato da Harvard. Ed i sentimenti del gruppo ci sono tutti: la gelosia ed invidia, la cieca fedeltà, la voglia di redenzione dopo un brutto gesto, come il tradimento ed uno dei personaggi che cerca di sacrificarsi per il protagonista. La struttura tragica prevale sensibilmente sull’humor inglese, che non scompare mai del tutto in film del genere, ma è comunque la violenza degli scontri – anche verbali (come in questa scena) – che la fa da padrona, accentuata dalla scelta di una colonna sonora heavy.

Le sei tifose iraniane (“Offside”)


In questo film creato dalla A alla Z del regista iraniano Panahi – che ha vinto l’orso d’argento a Berlino – il calcio viene utilizzato per descrivere le critiche delle donne in alcuni paesi. Un gruppo di sei tifose decide di non rispettare i divieti e recarsi ad una partita della nazionale valida per le qualificazioni mondiali, vestendosi da uomini. In questo caso il giusto atto di ribellione, per nulla aggressivo, utilizza lo strumento calcistico come terreno di sfida contro gli irrazionali limiti di un’autorità (si parla spesso di “Fuga per la vittoria”, come del cult movie in materia, quando ci sono film sconosciuti che esprimono molto meglio il concetto). Come irrazionale e falsa è la giustificazione del perché le donne non possano assistere alle partite: «Perché in caso di sconfitta gli uomini direbbero parolacce».

Cardinale Voiello (“The Young Pope”)


Più il cardinale di “The Young Pope” ostenta la propria fede per la squadra ed un giocatore in particolare (purtroppo personificazione del tradimento), più si capisce che quel rosario in mano tenuto durante il match ha un valore affettivo infinitamente minore rispetto alla maglia indossata. E il dramma silenzioso descritto dai passi senza meta nella opulenta dimora sono peggio di qualsiasi dubbio su Dio. La metafora calcio/religione è spesso proposta, ed in modo essenzialmente coerente. L’ortodossia religiosa – come gli stessi rituali – è pareggiata forse solo dall’osservanza verso lo sport; è pur vero che in questo caso specifico la soluzione ha una resa pressoché comica, ma anche in questo calcio e religione sono molto simili: fanno ridere quando non si prendono eccessivamente sul serio.

Articolo di NSS Sport