Alla prima conferenza stampa lo ha detto subito: «L’obiettivo è quello di vincere la Champions», e lo ha detto in un tedesco dignitosissimo, niente a che vedere col tedesco strunz del Trap. Carlo Ancelotti ha alzato il sopracciglio e ha risposto in scioltezza: vincere il campionato sarà il minimo. I giornalisti presenti in sala sembravano sotto benzedrina, mentre il viso di Rummenigge era un misto di sorpresa e compiacimento, perfetto per pubblicizzare un corso yoga su un coupon anni 90. Lì a Monaco vogliono la Champions, è la loro ossessione, la loro droga da crisi d’astinenza. Nei suoi tre anni in Baviera, Guardiola ha mancato l’appuntamento. Sarà anche per questo che al buon Carletto ha lasciato un messaggio di in bocca al lupo sulla scrivania: «Con tanta stima». Come dire: ritenta tu, sarai più fortunato. E chissà se Pep non se lo troverà davanti proprio in Champions: Manchester City–Bayern Monaco, boom. Ancelotti ci avrà già pensato durante l’inverno, trascorso a prendere appunti e a guardare partite di calcio su un tablettone da 17 pollici, stravaccato sul divano in compagnia della moglie (la terza, made in Canada), cercando di dribblare quell’ossessione bavarese che in fondo è anche la sua: conquistare la quarta Champions League per superare se stesso e Bob Paisley a quota tre.
Ma la Champions è solo una parte, il minimo comun denominatore del calcio europeo targato 2016/2017. Ovunque ci a facciamo, la stagione che sta per cominciare sarà la più esaltante la più incredibile la più romanzesca degli ultimi anni. Insomma, uno sceneggiatore illuminato ci scriverebbe una serie Tv: «The Big Boss of Football».
Prendiamo un barile di popcorn e mettiamoci comodi, lo spettacolo sta per cominciare.

Premier League: Conte, Guardiola, Ranieri, Klopp, Wenger

Mourinho contro Guardiola, Conte contro Ranieri. Wenger contro Klopp. Ottanta titoli solo in panchina. Il prossimo campionato inglese è quello più atteso di sempre, la favola del Leicester è stato solo un antipasto. La sceneggiatura della nuova stagione ha già pronti i suoi protagonisti seriali: sono vincenti, filosofi e motivatori strizzapalle. Allo Special One il compito di sotterrare Guardiola n da subito, con quelle frasi «zero tituli» che ogni social media manager vorrebbe sue per far esplodere un engagement mai visto. Un duello filosofico che meriterebbe un convegno ad Harvard: il calcio socratico di Pep per sfondare le porte della percezione dei giocatori del City, contro il pragmatismo sadomaso alla Sanders Peirce di Mou per (ri)forgiare a caldo la struttura psico sica dei Red Devils, cavie a amate di vittoria disposte a vendere l’anima al diavolo. Il narcisismo glam di Mourinho contro l’approccio casual e mai di troppo di Guardiola. Tutto questo nella sola culla di Manchester: forse neanche la doppia reunion Oasis–Smiths potrebbe provocare un cortocircuito di arrapamento simile ad Albert Square.
Il primo ciak è previsto per sabato 13 agosto. Gli eroi di Ranieri apriranno sul campo del neopromosso Hull City, il Chelsea di Conte e il Watford di Mazzarri faranno il loro esordio contro West Ham e Southampton. Guidolin se la vedrà in trasferta col Burnley.
Il primo cli hanger vede Conte salutare lo Stamford Bridge tra gli applausi del pubblico, con le braccia in alto come un pugile nel momento del trionfo. Non sappiamo a quale partita appartenga questa scena, forse siamo già all’ottava giornata: Chelsea Vs. Leicester. E pensare che Conte di Leicester è un titolo ereditario della nobiltà inglese, vedi a volte la vita. Kanté ha ceduto al richiamo dei Blues, e c’è da aspettarsi che il francese provi in tutti i modi a realizzare il classico gol dell’ex. Vardy invece è rimasto, a maggio si è anche sposato con la sua Foxes Lady, e il regista Adrian Butchart pare sia intenzionato a raccontare la sua vita in un lm. Ranieri, nel frattempo, ha già digerito: «È stato tutto fantastico, ora, però, si volta pagina. La paura è che l’Europa bruci energie, lì si vedrà la nostra reazione». Lo sappiamo, mister Ranieri è entrato nella storia, è riuscito in un’impresa epocale, ha creato un modo di dire: «L’Islanda vince contro l’Inghilterra? Miracolo alla Leicester», ma qualcuno lo ha criticato con ph acido anche dopo aver conquistato la Premier: «Ha vinto solo grazie alla fortuna, non ha un sistema di gioco, è il peggior allenatore che ho avuto». Quel qualcuno è Cicinho. Non c’è da scandalizzarsi: è la sua valutazione. Il calcio è un romanzo, un’arte, e la correttezza politica è sempre stata una patologia dell’arte. L’idea che gli esseri umani, o certe classificazioni degli esseri umani, debbano essere dipinte sulla base di mere virtù, è riduttiva e immorale. La purezza è un’idea corrotta dalla nostra paura di vedere le cose come stanno; abbiamo inventato il condizionale per dipingere quello che vorremmo.
Mourinho, allenatore del Manchester United Mourinho, allenatore del Manchester United
Dicevamo della prima giornata: Mourinho e lo United saranno al Dean Court per affrontare il Bournemouth,mentre il Manchester City di Guardiola giocherà in casa col Sunderland. Ma qui un ashforward ci sta tutto: Old Tra ord, 10 settembre 2016, Manchester United– Manchester City. Piano sequenza sulla curva ovest, campo lungo e stacco della regia su José: il portoghese ha gli occhi come serrature, sta pensando a Ferguson e a Giggs che è sugli spalti. Giggs sta pensando al bicchierino che si è scolato mezz’ora prima. I tabloid inglesi dicono che sia passato dal whisky al gin puro nel giro di una settimana. Un mio vecchio socio diceva che il fuoco interno compensa la quantità ridotta delle dosi. Tre sorsi solleticano l’odio; quattro lo scatenano. Finalmente la telecamera inquadra l’ex Ryan: uhm, deve essere vero. Guardiola è davanti a uno specchio, ancora negli spogliatoi, sembra raccolto in una preghiera o forse sta solo trattenendo un attacco di colite. È il nervosismo Pep, quando lo somatizzi è così, ci sta. Cinque minuti dopo siamo già sul campo. Il primo pomeriggio è caldo e umido, la partita tesa, Guardiola passeggia nell’aerea tecnica, Mourinho non si muove dalla panca. Palo di Ibra da trenta metri e un mezzo rigore non fischiato su Rooney: tranne questi episodi e la gran partita di Aleix Garcia (un Raul con la scheda madre di Pirlo), il primo tempo scorre liscio come la pelata di Guardiola. È al rientro che la faccenda si fa seria. Lo United va sotto di due gol nei primi dieci minuti. Guardiola si mette seduto: colite? Quale colite? Il City tiene palla, a volte verticalizza, però lo United non sembra aver accusato il colpo. Ma come fanno? Una delle parole adatte per sintetizzare il lavoro di Mou è resilienza, segnatevelo. Siamo quasi al quarantesimo del secondo tempo. La curva dei Red Devils sta cantando da una buona mezz’ora. Mourinho si alza, chiede un cambio: fuori Pogba, acciaccato, dentro Marcus Rashford. Al primo allenamento, Mou aveva detto al ragazzino: «Rash, non sono un pirla, fai quello che vorresti non quello che devi». Un minuto dopo, Rashford scambia con Herrera e la piazza sull’angolino basso, alla sinistra di Caballero. Boato. A un minuto dalla ne accade l’impossibile: Rooney prende palla a centrocampo, passa in mezzo a due avversari con la fluidità di un vecchio toro imbestialito. È al limite dell’area. Sembra la stessa azione di quel famoso gol di Cantona, ma dall’altra parte del campo. Solo che Rooney non prova un pallonetto. No no. Rooney vede uno spazio sul primo palo e ci prova, Caballero respinge e Ibra sulla ribattuta s’inventa una mezza rovesciata morbida che scavalca il portiere e tutti i pronostici di un minuto prima. L’arbitro fischia tre volte. Stadio in delirio. Mou occhi a serratura si avvicina a un Guardiola pallido e tutto sommato sorridente: «Ci vediamo a febbraio, Pep».

Liga Spagnola: Zidane, Lui Enrique e Diego Simeone

La geografia è destino. Il posto dove nasci, la fame che ti lascia. Se sei il figlio di un metalmeccanico argentino, e hai talento come Messi, ti potresti ritrovare sin da ragazzino a far parte della cantera blaugrana per ciucciare il tiki-taka da una tetta de La Masia, dopo aver firmato un contratto in fretta e in furia su un tovagliolo di carta; oppure ti potresti ritrovare ad allenare i Colchoneros ed imporre il Cholismo come sistema di gioco torcibudella, facendo sognare il sottoproletariato del calcio mondiale e strappando qualche lacrimuccia nostalgica ai tifosi interisti. Zinedine Zidane, invece, nato a Marsiglia e cresciuto nel quartiere de La Castellane – uno di quei posti da cui anche gli sbirri preferiscono stare alla larga – si è ritrovato ad essere, con il suo Real Madrid, il primo allenatore francese a vincere una Champions League, battendo in finale proprio quell’Atletico garra di Diego Simeone.
Parlando in senso stretto di campionato spagnolo, dopo aver sfogliato la prima giornata della prossima stagione, la partita non facile sembra spettare ai Blancos, che giocheranno sul campo della Real Sociedad, mentre i catalani detentori del titolo ospiteranno al Camp Nou il Betis, e l’Atletico Madrid l’Alaves al Vicente Calderon. Il primo clásico tra il Real Madrid di Zizou e il Barça di Luis Enrique si disputerà il 4 dicembre.
Anche se la guerra fredda è già iniziata con il colpaccio del Barcellona che risponde al nome di André Gomes, la Liga 2016- 17 non sarà solo uno scontro tra grandi superpotenze: nelle parti basse della classi ca c’è chi dovrà sputare sangue per ottenere una salvezza che vale una vittoria storica. Alle tre neopromosse (Alaves, Leganes e Osasuna) il ruolo di comparsata nella Primera division va stretto, l’imperativo è solo uno: dare in campo tutto, anche quello che non si ha. L’Alaves riuscì a conquistarsi un po’ di fama giocando la nale dell’allora Coppa Uefa nel 2001, persa contro il Liverpool al Westfalen Stadion di Dortmund. Il Leganes sarà la terza squadra di Madrid, e per loro si tratta della prima storica promozione. L’Osasuna ha dovuto giocarsi i playo per tornare a respirare l’aria più familiare per il club: nel corso della sua storia, ha già disputato ben 34 stagioni nella Liga.

Il mese scorso, ho sentito su Line un vecchio amico di Madrid, Juan, che io chiamavo Don Juan per via dei racconti di Carlos Castaneda letti in tenera età. Don Juan il curandero. Mi ha detto che quest’anno il campionato lo vince il Cholo, e che il Barcellona andrà fuori in Champions contro il Real, che poi se la giocherà in nale contro il Bayern Monaco. Io gli ho risposto che «a me sta bene, e già godo a vedere uno scontro panchinaro Zidane-Ancelotti, insieme hanno cancellato il sogno doblete di Simeone… grossa s da Juan». Quando Florentino Perez esonerò Benitez, Ancelotti criticò la scelta del presidente ma aggiunse che senza alcun dubbio Zizou era preparato per essere l’allenatore del Real: «Lo apprezzo molto, con lui abbiamo condiviso grandi momenti sulla panchina del Real e insieme abbiamo vinto la decima Champions. Solo il tempo potrà dare una risposta, però Zidane conosce bene i giocatori e ha tutte le capacità per diventare il leader del Real Madrid».
Ora, se vogliamo rispolverare il pendolino di Maurizio Mosca, posso azzardare anche un epilogo allargato: l’Atletico si porta a casa il campionato, il Barça eliminato in Champions dal Real, ma Bayern Monaco–Real Madrid sarà una semi nale; l’altra sarà Manchester City–Juventus. La nale: Juventus–Real Madrid. Pjaca, Pjanic, Benatia, Dani Alves e il Pipita dovranno pur servire a qualcosa. E poi, Zidane che disossa il suo mentore e si gioca la conferma con l’ex amma tanto amata: spettacolo. Non so se Mourinho riuscirà a colmare l’assenza ingombrante di Sir Alex Ferguson, ma il pendolino ondeggia verso Zidane: che sia proprio lui il prossimo Big Boss of Football?

Serie A: Allegri, Montella, Spalletti

(di Alex Grotto)

La Serie A 2016-2017 rappresenterà l’apice del climax nello stravolgimento degli equilibri di campo dovuti al nuovo assesto societario di alcuni club. C’è chi grida isterico all’olandesizzazione del nostro campionato con l’estrema polarizzazione della Serie A: Juventus favorita di diritto e sapientemente rafforzata nonostante la cessione di Pogba, Roma e Napoli a far rissa per aggiudicarsi il titolo di main contender allo strapotere della squadra di Allegri.
Il resto gregari da cui spremere qualche spettatore per vendere le pubblicità durante le partite e i click sui siti, dicono loro. La verità è che le società di Serie A, fatta eccezione per la Juventus (il cui iter di ammodernamento è iniziato con la discesa in Serie B e culminato con lo Juventus Stadium e la nale di Champions 2014-2015) hanno bisogno di svecchiare i meccanismi di management finanziario e direzione sportiva legati a quell’immaginario di «Proprietà e Presidenza» tipico degli anni 80 e 90. E se il passatismo anni 80 e l’essere derivativi ben si addice al mercato dell’entertainment TV («Stranger Things» lo stiamo vedendo ed amando tutti), diventa invece fatale sul piano della competitività dei club italiani all’interno del circuito europeo. Il Sassuolo in questo senso è la società che meglio sta interpretando il cambiamento, insieme alla Roma e all’Inter targata Thohir-Suning. Il Napoli è l’esempio di una proprietà vecchia scuola agevolata da una sapiente direzione sportiva che negli ultimi anni ha reso il club estremamente competitivo sia in Italia sia in Europa, per giunta appetibilissimo per il pubblico sudamericano ed asiatico.
Il Milan è arrivato tardi all’appuntamento con le riforme societarie e i risultati sono stati inevitabilmente morti canti: gli ultimi cinque anni hanno visto una balcanizzazione dei rapporti tra presidenza e famiglia della presidenza, dirigenza preposta, gruppo Fininvest, azionisti, bandiere rossonere, tifosi, procuratori. Già, perché il Milan dell’ultimo periodo ha creato un modello di gestione sportiva singolare a conseguenza di budget di mercato ridotto: un algoritmo che parte dagli umori della proprietà, viene ltrato dall’esperienza di Galliani e in ne sfocia direttamente sul tavolo di un ristorante a cui solitamente siedono Galliani stesso e una ridda di procuratori amici con cui intavolare a ari al ribasso. Il tutto bypassando osservatori, scout, sta tecnico, allenatore, campionati esteri: roba da commerciale della fabrichéta che porta a mangiar bene il cliente per strappargli il prezzaccio sulla fornitura di bottoni, roba da Vanzina.
Sarà una Serie A non a due velocità, ma a redistribuzione di equilibri: livello appiattito in cui tutti lottano per tutto ad ogni gradone della classifica. Occhio al Genoa di Juric e a Gerson della Roma.

China League: i soldi cinesi comprano tutto

(di Alex Grotto)

Il mastodontico apparato turbocapitalista cinese ha impresso, a suon di dollari, una spinta decisiva all’orbita dei business collaterali allargandola allo sport. Quando non hai storia e solide radici nella tradizione calcistica da cui partire, l’unica scorciatoia per costruire campionati e competizioni attraenti per tutta l’Asia è di buttare sul piatto soldi. E in questo momento, nel segmento calcistico cinese, di soldi ce ne sono per tutti, soprattutto per chi ha un blasone europeo. Ma basta anche aver avuto una piccola nestra di interesse in Europa tra i requisiti: c’è già pronto un contratto ineguagliabile per portare know-how, poco o tanto che sia, va bene tutto. Ed ecco che mentre tutti fanno a gara per scrivere i 140 caratteri più pungenti e brillanti sul contratto di Graziano Pellé con lo Shandong Luneng, c’è una China League One (la seconda divisione del campionato, per capirci) zeppa di storia del calcio europeo e italiano, importata con l’attrattiva dei soldi. E di poter lasciare un segno nella formazione calcistica di un Paese che vuole maturare a ogni costo, letteralmente. Lo Shenzhen di Seedorf, il Wuhan di Ciro Ferrara e il Tianjin di Fabio Cannavaro: praticamente il meglio della Seria A ne 90-inizio 2000 a imprimere fascino e mentalità tattica a una «Serie B cinese» che si sta costruendo una sua credibilità fregandosene del fatto che gli europei continuino a considerarla un cimitero dorato di elefanti, una Palm Springs per allenatori e calciatori pluritrombati.

Non si tratta di un album di figurine sbiadito, ma un libro di storia da cui impostare un processo di evoluzione calcistico dal basso. Il paradosso di tutta la questione è nell’approccio con cui una grande fetta dell’elite finanziaria cinese tende a scalare la piramide di potere calcistico attraverso cordate, fondi organizzati e gruppi di grossi azionisti direttamente dall’interno del calcio europeo, attraverso figure agevolatrici come quella di Jorge Mendes e la sua Gestifute (che è in parte di proprietà del gruppo cinese Fosun). L’obiettivo è chiaro: pompare denaro, nomi grossi, diritti Tv, diritti d’immagine, accaparrarsi la maggior appetibilità commerciale possibile al ne di creare un mercato calcistico interno alla Cina con cui creare nuovi flussi di denaro. Le stime parlano della volontà di creare un volume d’a ari legato al calcio cinese di circa 750 miliardi di euro entro i prossimi 15 anni. Considerando che attualmente il calcio mondiale muove circa 350 miliardi di euro all’anno, raddoppiarne la portata per la sola Cina nel medio periodo sembra una missione in cui per forza di cose si rischia di finire in un cono d’ombra finanziario a cui il resto del mondo guarderebbe con sospetto. E i mercati, le borse e gli investitori non amano il sospetto.

Liga Messicana

(di Alex Grotto)

Nell’anno in cui i nuovi ricchi asiatici puntano a importare tradizione calcistica in maniera ancora più bulimica, la Liga MX vara una modi ca al regolamento sul numero e la nazionalità dei giocatori tesserabili, aumentando il livello di impermeabilità del calcio messicano. A oggi, dei 18 convocabili per ogni giornata da ciascuna squadra almeno 8 dovranno essere nati in Messico e quindi in possesso del solo passaporto messicano, mentre gli altri 10 potranno essere stranieri o messicani naturalizzati. E proprio qui sta la volontà dei vertici della Primera Division di limitare la pratica dell’elargizione del doppio passaporto alla moltitudine di calciatori sudamericani che militano nella lega, per incentivare ulteriormente la proliferazione e l’inserimento dei giovanissimi delle cantere locali. È andata bene al Chivas che è riuscito a prelevare il giovane fenomeno Alex Zendejas dall’FC Dallas e a fornirgli il passaporto messicano prima che compisse 19 anni, età massima entro cui il tesserato con doppio passaporto non occupa lo slot di giocatore internazionale. Per il nazionale francese André Pierre Gignac al Tigres non cambia nulla, continuerà ad essere il giocatore più pagato nella storia della Liga MX e quello col più alto numero di trending topics su twitter durante una nale di Copa Libertadores. Continuano a rimanerci male gli statunitensi della MLS, che con la prospettiva di una lega messicana con più giovani e un monte ingaggi maggiormente redistribuibile a giocatori d’esperienza rischiano di veder allungare la striscia di scon tte nelle fasi nali della Champions League Concacaf: da quando esiste la competizione, su 42 scontri diretti tra club della MLS e squadre della Liga MX, le squadre del Nord America hanno vinto solo 2 partite. Due. Come dicevamo, mettetevi comodi. The big boss of football sta per iniziare.