Qui nascono le giovani promesse e vengono a chiudere la carriera – magari nella squadra dove sono cresciuti – i big del calcio britannico.

«C’è chi dice che il calcio sia questione di vita o di morte. Io non concordo con questa affermazione: posso assicurarvi che si tratta di una questione molto, ma molto più seria». Parole di Bill Shankly, icona del calcio britannico degli Anni 60 capace allora di vincere tutto con il suo leggendario Liverpool, che riassumono il rapporto intenso, emozionale e viscerale che il football è riuscito ad instaurare con il popolo d’Oltremanica.
Un rapporto che raggiunge la sua massima espressione nella Football League Championship (nota ai più semplicemente come Championship) la seconda divisione inglese, equiparabile alla nostra Serie B, dove il calcio viene vissuto nella sua dimensione più vera, più autentica, sicuramente più rude e diretta ma altrettanto affascinante ed emozionante.
Un calcio non avvezzo a copertine patinate e premi, a giocatori primedonne e riflettori puntati addosso. Si respira un’aria di meritocrazia e imparzialità in Championship, perché la vittoria te la devi conquistare sul campo con il sudore, l’impegno, la cattiveria agonistica e la voglia.
Nulla viene regalato, neanche se sei il Newcastle, l’Aston Villa o il Norwich, squadre con un pedegree (e un budget) molto importante per la categoria: non di rado capita di vedere squadre come il Burton Albion (alla sua prima apparizione in Championship), l’Huddersfield Town o il Barnsley trovarsi ai vertici della classifica.

Championship, Caldwell
Championship, Caldwell

Gioco rude. Palestra di vita

Il gioco è rude, fisico, veloce, gagliardo, come la tradizione britannica ci insegna.
La tattica non è portata all’esasperazione come in altri campionati e il pubblico impazzisce per un tackle in scivolata o per un lancio a cambiare il fronte di gioco.
I giocatori non vengono idolatrati e resi famosi per il loro nuovo taglio di capelli o per la loro nuova conquista amorosa: in questa dimensione contano solo il campo, la bravura, la tecnica, l’impegno, la grinta, la corsa e tutto quello che si può offrire per aiutare la propria squadra a vincere la partita.
Proprio per questo non è importante l’età dei giocatori ma solo le loro capacità.
In Championship coesistono vecchie promesse in cerca di un rilancio, giocatori sul viale del tramonto dal passato importante e nuovi talenti scoperti in serie minori o sfornati dalle Academy del club. In questo equilibrio si aggiungono i top club di Premier League che amano mandare i loro giovani più forti in prestito alle squadre di Championship perché lo reputano un campionato formativo e probante dal punto di vista tecnico e fisico ma senza la cassa mediatica e le pressioni della Premier League.
L’aspetto romantico è che tanti giocatori dal passato glorioso scelgono di chiudere la loro avventura calcistica nel club della loro città natale, incuranti di stipendi nettamente inferiori, ma solamente per passione, gratitudine e amore per chi li ha aiutati a diventare grandi e famosi: non desta scalpore che Craig Bellamy, bandiera gallese, concluda la sua carriera nel Cardi City al minimo salariale, lasciando gratuitamente il Manchester City.
Anche per gli allenatori la Championship è un ottimo banco di prova. Ai nastri di partenza di questa nuova stagione figurano infatti big della panchina come Rafa Benitez (Newcastle), ex calciatori famosi come Jaap Stam (Reading), Jimmy Floyd Hasselbaink (Queens Park Rangers) e Gary Caldwell (Wigan). Quest’anno in Championship c’erano anche due allenatori italiani come Walter Zenga (Wolverhampton) e Roberto Di Matteo (Aston Villa).
Un’avventura non felice, la loro, che è terminata prima del previsto con l’esonero. Biglietti cari, stadi sempre pieni Le condizioni atmosferiche avverse donano un aspetto caratteristico e quasi eroico alle partite di Championship e ai suoi protagonisti: molto spesso li vediamo uscire dal campo a fine partita con la divisa totalmente fradicia, il viso logorato dopo 90 minuti di battaglia e uno stadio intero che li osanna come fossero dei gladiatori dei giorni nostri.

Championship, Hasselblaink
Championship, Hasselblaink

Il livello dei giocatori in campo migliora anno dopo anno, così come quello degli allenatori in panchina.

Nonostante questo aspetto metereologico tutti i terreni di gioco degli stadi della Championship sono assolutamente perfetti, lisci come tavoli da biliardo, l’erba tagliata sempre alla misura giusta, di color verde acceso, curati con passione e dedizione dagli addetti ai lavori in modo da poter dare l’opportunità ai giocatori di offrire in campo lo spettacolo migliore possibile.
Gli stadi sono sempre pieni (nonostante i prezzi dei biglietti non siano propriamente cheap) moderni e funzionali. Non ci sono barriere e il pubblico è realmente il dodicesimo uomo in campo, capace di condizionare e caricare o intimidire le squadre in campo.
Tutti gli stadi sono moderni o rimodernati e hanno capienze molto importanti. Tanto per fare qualche esempio, il St. James Park di Newcastle ospita 52.338 spettatori mentre il Villa Park di Birmingham, casa dell’Aston Villa, ospita 42.682 spettatori. Un dato che misura la reale differenza tra la Championship e gli altri campionati a livello europeo è la media spettatori: l’anno scorso è stata di 19.450 spettatori.

I conti della lega sono in attivo e gli stadi sempre pieni. Benvenuti nell’altra Premier. E guai a chi la chiama solamente «Serie B inglese»

Se la confrontiamo con la media spettatori (19.779) della nostra Serie A ci rendiamo conto che la differenza è realmente minima, sebbene la Championship sia un campionato minore. Anche i ricavi sono da campionato top: stabilmente nella top ten della classifica di ricavi dei maggiori campionati europei, per l’esattezza al 7° posto, preceduta solo da campionati di prima divisione come Premier League, Liga, Bundesliga.
E non sarà un caso se la «partita dell’anno» in Inghilterra non è la finale di Champions League o quella di FA Cup ma il play-o di spareggio per entrare in Premier League: si gioca nel mitico Wembley Stadium, tutti gli anni fa il tutto esaurito con circa 90mila spettatori che arrivano da tutto il paese per vedere l’epilogo della stagione di Championship.

Passione ereditaria

Una partita di Championship è uno spettacolo anche e soprattutto per il tifoso, che ripaga tutto questo con una passione viscerale e un’emotiva partecipazione nei confronti del club di appartenenza. La storia dei club si tramanda da padre in figlio, come una sorta di eredità, per ricordare ai tifosi e agli avversari la gloria di eventi passati, fragorose vittorie e aumentare le rivalità con le avversarie: oltre ai vari derby, vedi quello di Birmingham e quelli di Londra, ci sono altre rivalità molto accese come quella tra Derby County e Nottingham Forrest e tra Leeds United e Sheffield Wednesday.

Championship, Stam
Championship, Stam

Momenti da ricordare

Nella storia della Championship non mancano certo i momenti memorabili. Ma uno dei più drammatici ed esaltanti risale a non molto tempo fa. Stagione 2012- 13: di fronte il Leicester e il Watford allenato da Gianfranco Zola. Teatro: la semifinale di ritorno dei play-off. Si giocava al Vicarage Road, stadio nei sobborghi di Londra in un pomeriggio di maggio.
La partita d’andata era finita 1-0 per il Leicester: i padroni di casa dovevano per forza vincere con due gol di scarto per accedere alla finale di Wembley. Al 90° il risultato era 2-1 per il Watford. L’arbitro assegna 4 minuti di recupero e se la partita fosse rimasta con questo risultato si sarebbe andati ai supplementari, perché in Inghilterra non vige la regola dei gol fuori casa. Al 93° c’è un fallo in area molto dubbio di Marco Cassetti del Watford e l’arbitro fischia il calcio di rigore.

La Championship è rude, fisica, veloce e dura: qui il pubblico impazzisce per un tackle in scivolata o per i giocatori più muscolari. E la vittoria non va sempre a chi gioca meglio, ma a chi lotta di più e sputa sangue.

Nonostante la posta in gioco fosse molto alta e ci fosse frustrazione per il rigore molto generoso fischiato contro, il pubblico di Vicarage Road non ha mai smesso di incitare Almunia, ex portiere dell’Arsenal, affinché parasse il calcio di rigore. Knockaerts prende la rincorsa, tira e Almunia para.
Neanche il tempo di far scemare l’entusiasmo che la palla viene lanciata in avanti. Abdi (ex meteora dell’Udinese) cavalca fino in prossimità dell’area di rigore, effettua un cross profondo, aggiustato in area da Hogg per Troy Deeney: tiro e gol. Apoteosi per la squadra di casa, incubo per la squadra ospite: il Watford va in finale a Wembley, il Leicester a casa. Cosa c’è di più crudele ed emozionante allo stesso tempo?

Championship, Rafa Benitez, Roberto Di Matteo, Walter ZengaChampionship, Rafa Benitez, Roberto Di Matteo, Walter Zenga
Championship, Rafa Benitez, Roberto Di Matteo, Walter Zenga