Come sono diventato arbitro? Grazie al caso. Circa sei anni fa, all’età di quindici anni.

Iniziò tutto davanti a un PC insieme a Giacomo, un mio ex amico d’infanzia. Con lui condividevo una grande passione per il pallone e, in quell’afoso pomeriggio di metà agosto, lo stavo aiutando a iscriversi al prossimo corso AIA della sezione di Genova per diventare arbitro di calcio.

“Beh mi sembra che i dati ci siano tutti, allora invio”.

“No aspetta perché non ti iscrivi anche tu? E dai fammi compagnia! Ti immagini quando saremo in serie A insieme?”

Rimasi dieci minuti in silenzio, non sapevo cosa rispondere… poi, però, pensai che il calcio era la mia passione e che avrei voluto un giorno entrare in quel mitico mondo, nonostante a giocare fossi un’autentica pippa.

“Dai ok Jack!”

Per diventare arbitro serve sopratutto voglia e coraggio

In quel momento, mentre inserivo i miei dati, cominciavo a immaginare il mio debutto in Serie A, la finale dei mondiali che avrei arbitrato, il mio addio al calcio tra gli applausi ed il mio futuro da opinionista Mediaset.

Da quel giorno iniziai a controllare la posta quotidianamente ma, niente, la risposta non arrivava. Dopo il quindicesimo giorno mi misi l’animo in pace: con tutte le persone che si iscrivevano, probabilmente la mia iscrizione era passata inosservata.

Alla terza settimana arrivò invece una chiamata con la notizia tanto attesa: “Ci vediamo il 24 settembre alle ore 20:30 nella sede di Piazza della Vittoria per l’inizio dei corsi”.

Quanti esami bisogna fare per diventare arbitro?

Nemmeno il tempo di staccare il cellulare dall’orecchio che già stavo chiamando Giacomo per mettermi d’accordo, quando: “Michi scusa se non te l’ho detto prima, ma ho annullato l’iscrizione, alla fine ritorno a giocare nel Multedo, mi hanno richiamato e ho preferito accettare la loro proposta…comunque non ti preoccupare, alla tua prima gara ti verrò a vedere, promesso!”.

Che Giacomo fosse un “tira pacchi” era risaputo, ma non pensavo fino a quel punto, ecco perché lo definisco “ex amico d’infanzia”. Stranamente la cosa non mi demotivò, e il 24 settembre alle 20:29 ero già pronto con carta e penna nella prima fila dell’aula corsi, circondato da altre 69 persone.

Il corso per diventare arbitro si teneva due-tre sere a settimana per un totale di circa quattro mesi. Erano lezioni lunghe e impegnative, riempivo pagine e pagine di quaderno di aneddoti e consigli ma soprattutto di regole e schemi che copiavo sapientemente dalla lavagnetta a forma di terreno di gioco.

Non furono quattro mesi facili; partivo la sera stanco, ero costretto ad ascoltare Sergio Endrigo durante il viaggio perché mio padre non riusciva a cambiare il CD in macchina e, cosa non meno importante, il mio rendimento scolastico in quel periodo era pessimo, però, come diceva il vice presidente: “Ricordatevi che l’arbitraggio è come la fidanzata, fareste qualsiasi cosa per lei!” Ed io l’avevo preso alla lettera.

Come diventare arbitro di calcio: il giorno dell’esame

Finalmente arrivò il 6 dicembre, il giorno degli esami tanto attesi. Anche quella mattina ero stato costretto ad ascoltare Endrigo mentre la paura di non passare le prove cominciava ad assalirmi.

Due scritti e un orale, avevamo cominciato con un quiz a crocette sul regolamento per poi passare alla compilazione di un finto referto di gara, fino a quando, nel pomeriggio, il mio nome venne pronunciato dall’esaminatore per procedere all’orale.

Alla fine le prove andarono bene: al colloquio mi ero solo incagliato sui calci di punizione indiretti, ma comunque, i miei sforzi vennero ripagati dalla nomina ufficiale che avvenne qualche giorno più tardi con la consegna di divisa, cartellini e fischietto da parte dell’idolo di tutti gli arbitri liguri della mia generazione, una delle ultime stelle della sezione genovese: Mauro Bergonzi. Chissà come ha fatto lui, a diventare arbitro.

Finalmente ero un arbitro! E pensare che non mi sarei mai aspettato alle fine di quella giornata con il mio amico di diventare arbitro eppure eccomi lì.

Non perdevo occasione di dirlo al maggior numero di persone possibili ma soprattutto ai miei compagni di calcio, che fino a qualche mese prima mi prendevano in giro per il mio piede a banana. Non sapevano che dal qual momento avrei potuto decidere io la durata della loro gara, perché tutto dipendeva dai miei cartellini.

Come diventare arbitro di calcio

Come diventare un arbitro e resistere agli insulti al debutto

Ricordo perfettamente il mio esordio: 10 febbraio, -5 gradi, in una delegazione del ponente genovese, un incontro di giovanissimi provinciali.

Una partita fredda sia climaticamente che caratterialmente, ma, soprattutto, molto equilibrata fino a quando, per un banalissimo tocco di mano ai limiti della volontarietà, fischiai deciso: rigore ed espulsione ai danni del bomber degli ospiti, che, in dieci, non riuscirono a reggere la pressione dei padroni di casa i quali trionfarono per 16-0.

Un finale da incubo nel quale cominciai a prendere confidenza con gli insulti della curva che da quel momento, fino a qualche mese fa, non mi hanno mai abbandonato. Ma le sfighe non erano ancora finite perché il freddo mi paralizzò le mani e al momento della compilazione del referto di gara non ero in grado di interpretare i geroglifici che avevo letteralmente inciso sul taccuino.

Così, tornato a casa, armato di falsa identità, molletta al naso per camuffare la voce, ed elenco del telefono, chiamai le due società per farmi raccontare la partita e per poter ottenere le informazioni utili al referto.

Come esordio niente male, ma a distanza di sei anni, ripenso al mio inizio di carriera, col sorriso e con tanta invidia per quel giovane arbitro che si trovò a indossare per caso la giacchetta nera più famosa del mondo. Diventare arbitro mi ha reso orgoglioso e mi ha forgiato. Ah, dimenticavo, vi ricordate del mio ex amico “tira pacchi” Giacomo? Beh non si è mai smentito, nemmeno al mio esordio… .