Questa è una recensione e un racconto (pubblicata su Write and Roll Society) insieme. Il libro è Voglio la testa di Ryan Giggs, 66thand2nd, storia del calciatore fallito Mike Wilson. Il racconto parte proprio dalle frasi della biografia. Ne viene fuori un elogio. Agli sconfitti.

Voglio la testa di Ryan Giggs di Rodge Glass sai già che finirà male, e pazienza, dici, alla fine è andata male pure a me. Non è la biografia di Ibrahimovic, non quella di Michael Jordan, né Beckham o di Agassi. Quella di un perdente, Mike Wilson. E il calcio, lo sport, sono pieni di perdenti. Di persone che al momento giusto hanno fatto la cosa sbagliata e da lì in poi sono naufragati, come poteva capitare a chiunque, solo che è capitato a loro, è capitato a noi.

Voglio la testa di Ryan Giggs: Pagina 11. Sarò il MIGLIORE

Sarò il MIGLIORE di tutti dissi. Le diedi un grande bacio umido sulla fronte e le dissi Non preoccuparti più di niente, mamma. D’ora in poi vivrai come la REGINA. Non preoccuparti di niente, mamma, penserò io a te – facevo sul serio, sapete?
Sono rinchiuso nell’aereo che da Pisa mi porta a Tenerife, volo diretto di quattro ore, Ryan Air, sedili scomodi, poco spazio per le gambe, hostess che fanno le vasche cercando di venderti di tutto, roba da mangiare, roba da bere, pure i biglietti della lotteria. Io e mia moglie siamo diretti verso la nostra prima vacanza senza i figli dopo otto anni.
Rodge Glass sa scrivere, non perché sia uno che sa dove mettere le virgole, no, sa scrivere perché ti fa sentire che questo libro non è scritto ma parlato, parlato da Mike Wilson, il protagonista, un ragazzino di Manchester che riceve la visita a casa di mister Alex Ferguson, che è come dire Dio a Manchester, perché Ferguson è il manager dello United. Che gli dice: «Di solito non faccio visite a domicilio, figliolo. È successo solo una volta, prima di oggi. Lo hai visto giocare Ryan Giggs, Mike?». Certo che lo ha visto giocare, perché se Ferguson è Dio, Giggs è Gesù Cristo da quelle parti. «Impara da lui. Vieni lunedì e vediamo se riusciamo a fare di te un calciatore».

Mike si presenta al campo, alle nove di mattina, cresce, gioca nella squadra B, segna, segna una valanga di gol, Ferguson lo convoca in prima squadra, gli fa segno di scaldarsi, poi di entrare, Giggs, proprio lui, stoppa la palla, gliela passa, ma è un passaggio sbagliato, anche Gesù Cristo sbaglia, il difensore lo anticipa, lui allunga la gamba, un’entrata scomposta si dice in gergo, finisce all’ospedale lui e manda all’ospedale pure il difensore.
133 secondi. Esordio a puttane. E la mamma, quel giorno che Ferguson era a bere il té sul divano di casa, gli aveva detto: non ti AZZARDARE a mandare tutto a puttane, Michael Jonathan Wilson. Promettimelo, ok? Invece Mike lo fa, lentamente, mentre Giggs, velocemente, conquista campionati, Champions League, Coppa Intercontinentale, tutto.
Pagina 14. (il calcio) È meglio di qualsiasi cosa succeda in classe. In questo nuovo mondo c’è pure giustizia perché più ti alleni più migliori, e dopo l’allenamento tutti ti vogliono bene, la famiglia, gli amici e i compagni che adesso ti scelgono per primo quando fate le squadre invece di ignorarti o tirarti giù i pantaloni davanti alle ragazze.
In questo nuovo mondo c’è pure giustizia perché più ti alleni più migliori, e dopo l’allenamento tutti ti vogliono bene, la famiglia, gli amici e i compagni che adesso ti scelgono per primo quando fate le squadre invece di ignorarti o tirarti giù i pantaloni davanti alle ragazze. Lo sport è giusto. Quasi sempre. I raccomandati ci sono ma non reggono. Come nei bordelli: o sei bella e brava oppure vai a casa, vige la meritocrazia.
Mi ero appena trasferito a Brindisi, nella prima partita che facevo nel cortile del mio palazzo gli altri decisero di mettermi in porta perché ero il più piccolo, funziona così. Appena arrivò la palla, la stoppai, scartai tutti e feci gol. Sei forte allora, mi dissero, mettiti sulla fascia destra. E più segnavo più mi rispettavano. I più grandi piazzavano una palla piena di sabbia sul dischetto del rigore, uno di loro andava in porta e sfidava lo stronzo di turno: fammi vedere che sai fare. Lo stronzo di turno prendeva la rincorsa, calciava, ma la palla restava immobile e lui volava a terra di muso, e giù tutti a indicarlo e a ridere. Quello scherzo, io, non lo subii mai. Nonostante fossi il più piccolo. Perché ero il più forte.
Pagina 14. Inizi come difensore. Sei un talento naturale. Ti aspetta un grande futuro. Dopo qualche settimana, però, chiedi all’insegnante se puoi giocare in avanti, anche se hai appena otto anni l’hai capito che fare il terzino destro non è questa gran cosa.
Pure io di anni ne avevo 8, era la mia prima partita in una squadra vera, calcio a 11, settore giovanile della Civitanovese. Voglia di correre: poca. Le scelte allora erano due: stare davanti o stare dietro. Scelsi la seconda, una scelta che ho rimpianto tutta la vita, perché feci un paio di chiusure importanti e l’allenatore mi disse: libero vai bene. Libero era un ruolo della difesa, sei l’ultimo uomo, alle tue spalle c’è solo il portiere. In allenamento, poi, ho cominciato a spingermi avanti, perché sì, giocare in difesa non è questa gran cosa, l’avevo capito anch’io ma quando un pomeriggio l’allenatore mi disse stavolta giochi in attacco la palla giusta arrivò ma io non fui pronto, e a fine primo tempo l’allenatore mi disse dovevi essere più convinto e mi sostituì. A riciclarmi attaccante ci ho provato in Inghilterra, fra le superiori e l’università, lì nessuno sapeva chi ero, cominciai a raccontare che giocavo punta, ma se hai giocato 11 anni da libero da terzino o da stopper il bluff si scopre subito.

Peccato, sono sempre stato convinto che se quella volta lì a Civitanova avessi scelto la prima opzione, Pippo Inzaghi sarebbe finito in C1, in A a segnare quei gol di rapina ci sarei finito io ci sarei finito, questione di imprinting. È per questo che poi, anche a Milano, a tutti i miei amici ho raccontato la balla di essere stato un attaccante, un classico numero 9 da area, ché io fino alla Beretti della Pistoiese quando la Pistoiese giocava in C1 ci sono arrivato davvero, ma da difensore, perché in cuor mio, quel giorno a Civitanova volevo solo correre il meno possibile e rintanarmi dietro a tutti gli altri mi era sembrata la decisione più sensata. Se avessi saputo quali sarebbero state le conseguenze avrei sicuramente scelto di giocarmi quell’opportunità da attaccante, ché quando segni…
Pagina 14. Quando segni ti lasci andare. Ti senti il padrone del mondo.
Per ovviare al rimpianto, arrivato al capolinea della mia carriera, in terza categoria, sono diventato rigorista. A calciare i rigori mi ha insegnato mio zio Salvo, un passato da punta vera, mica come me, prendi la rincorsa mi faceva vedere, fingi di tirare di collo pieno a incrociare invece all’ultimo momento allarghi il piede e piazzi la palla nell’angolo basso alla tua destra mentre il portiere si tuffa a sinistra. Quando li ho tirati così non ne ho mai sbagliato uno. Una delle volte in cui mi sono sentito veramente felice è stato dopo un rigore. Giocavo nel Montecatini Alto e prima delle partite in trasferta ci trovavamo nel parcheggio del cimitero. Il venerdì sera lo avevo passato in un locale di Monsummano, il Bonaventura, a bere e a ballare le cover di un gruppo. Il cantante era un tipo ricciolino che per il ritornello di una canzone restava in mutande e saltava con le ginocchia al petto, urlando: «Il bagnino fa l’amore e non vuol esser disturbato!».
La mattina, arrivato al parcheggio, alcuni compagni che avevano passato la serata con me mi accolsero con un sorrisino di sfida perché fino a qualche ora prima mi avevano visto piuttosto alticcio. Li tranquillizai così: «Oggi faccio gol». Tutti risero, ma io me lo sentivo, e aggiunsi: «Se lo faccio andiamo alla bandierina e saltiamo come il cantante di ieri sera». Prendemmo gol subito e per tutta la partita rincorremmo il pareggio. All’ultimo minuto, rigore. Tutti mi guardarono. Michele, il più vicino, mi chiese: «Te la senti?». Me lo chiese perché la domenica precedente avevo sbagliato il rigore del 2 a 2 contro la prima in classifica, il Cireglio. L’arbitro lo aveva fischiato nel recupero, noi eravamo quartultimi e avevamo tenuto testa alla capolista. Quella volta ero troppo stanco per essere lucido. Presi la rincorsa per tirare in basso a destra ma all’ultimo momento cambiai idea, cambiai angolo e ne uscì fuori un tiro centrale che il portiere parò di piede. Na merda. A distanza di una settimana, altro rigore, altro ultimo minuto, altra occasione per pareggiare. Te la senti? Feci segno di sì con la testa. Il fratello di Brigo, Renato, mi posizionò la palla sul dischetto. Fermo un metro fuori dall’area, mani sui fianchi, guardai il portiere, guardai la palla, presi la rincorsa, finsi di tirare di collo, aprii il piede all’ultimo momento e via, rasoterra nell’angolino giusto, palla da una parte, portiere dall’altra. Corsi d’istinto verso la panchina e con la coda dell’occhio vidi Renello (soprannominato da me così per la Renault 4 che guidava), che si sbracciava per attirare la mia attenzione. Lui era già alla bandierina, lo raggiunsi, facemmo un cerchio io lui e altri disperati e tenendoci per mano cominciammo a saltare e a cantare: «Il bagnino fa l’amore e non vuol esser disturbato, il bagnino fa l’amore e non vuol esser disturbato!». Veramente felici. Senza un prima, un dopo, lì e solo lì, tutti solo lì. Poteva succedere la qualunque che saremmo rimasti in quella dimensione lì. Ogni volta che guardo quel campo, e ogni volta che vedo un campo da calcio vuoto ai lati dell’autostrada penso a come era bello giocare anche se per anni ho provato un sacco di sofferenze, paranoie, paure di non essere all’altezza della situazione e delle aspettative di mio padre, che ci teneva più di me.
Pagina 18. Ora quando papà ti accompagna in macchina alle partite e agli allenamenti passa quasi tutto il tempo a darti istruzioni. Punta il dito, dà ordini, torna sui tuoi errori. Dice che ne hai fatti parecchi.
Una domenica, avrò avuto 12 anni, non avevo proprio voglia di giocare. Fra il primo e il secondo tempo dissi al mister che mi faceva male un ginocchio. Era una balla per essere sostituito. Mio padre mi urlò contro in auto e poi in casa, che ero un vigliacco. Lo faceva per spronarmi. Io piansi. Volevo trovare il coraggio di dirgli che a me in fondo non me ne fregava niente, che volevo giocare per divertirmi, non per finire nelle giovanili dell’Atalanta. Ma deluderlo no, non ce la facevo. Un’altra volta, mentre mi portava agli allenamenti, per spronarmi a lavorare duro, mi disse: «Tu sei come me, come tutti i Pisto devi dimostrare il doppio degli altri per ottenere gli stessi riconoscimenti». Io lo ascoltavo in silenzio. C’ho messo anni per scendere da quell’auto.

Pagina 38. A volte tu e il tuo vecchio siete indistruttibili.
Quello che vuoi da un genitore alla fine è un complice. Questa è la mia idea. Venitemela pure a menare con la storia dell’autorità, che un padre deve farsi rispettare, bah, per me questa teoria appartiene a un modello educativo superato, che ha creato traumi, problemi, silenzi, distacco. Mike Wilson dice al suo, di figlio, quando tutto è ormai andato a PUTTANE, dopo aver perso la prospettiva di diventare forte come Giggs, dopo essere stato lasciato dalla compagna, quando ormai è solo e scrive lettere ai giocatori del Man United chiedendo prestiti senza mai ricevere risposta: «Ascolta, non voglio mai che tu faccia una cosa per me». Lo dice inginocchiandosi per guardarlo bene negli occhi. Ecco. Fallo per te, ché io troppe volte ho fatto qualcosa per gli altri. C’ho messo anni per scendere da quell’auto. Tu, figlio mio, prova a non salirci mai.
Pagina 27. Il risultato di quella giornata non era importante, bisognava pensare in grande. Come faceva il Mister. Bisognava tenere a mente che la vita non era solo quello che succedeva un certo pomeriggio. La vita si decideva nel lungo periodo.
Pagina 51. Lavora duro, figliolo, punta in alto, spera.
Lavora duro, figliolo, punta in alto, spera. Lavora duro, punta in alto, spera. A Los Angeles, alla fermata di un autobus in West Hollywood, fotografai un adesivo. C’era scritto: «Dream big or go home».

Pagina 45. Ragazzi con un classico cognome inglese, il padre alcolizzato e la bocca larga

Ragazzi con un classico cognome inglese, il padre alcolizzato e la bocca larga. Todd Drinkwater. Davey Fairweather. Jay Gibbons. I nomi, i nomi, i nomi. Ti restano appiccicati a qualche neurone e alcuni non te li scordi manco se ti riprogrammano. E quando agli amici racconti delle tue partite passate li citi per nome e cognome, come se facessi un appello. Massimiliano Pierini, il secondo portiere, bassino, che una volta gli pisciarono nei guanti e pianse negli spogliatoi.
Marco Longo, un toro, Marco Dal Cima, il difensore che mi rubò il posto da titolare a Ponte del Giglio, con il quale non ci riuscivo a non esserci amico, solo perché vedendo passare un cane mi aveva detto, «guarda lui, gli basta una carezza per essere felice», una frase che mi fece capire quanto fossimo uguali, fratello di sensibilità. E poi il Viviani, Giannelli, Giulio Sbrana, Alex Ciervo, Claudio Campioni, Gualtiero Bracali, Calvori, lo Stucco, Luca Di Monte, un portiere che in allenamento, se cantava la sigla della pubblicità della Gatorade, quella col tennista Ivan Lindl protagonista (I-van-Len-del, I-van-Len-del!), parava ogni rigore che gli tiravamo, tanto che I-van-Len-del diventò il nostro grido di battaglia prima di entrare in campo. E poi gli allenatori, Osvaldo Romani detto Pacchino (per le pacche che ci tirava fra il primo e il secondo tempo), il Gerli della Pistoiese, il Mariani, il primo italiano a segnare a Wembley, che ci faceva palleggiare con un piede solo e mi sgridava così: «Lo sai perché sono arrivato in serie A? perché non mi sono mai fatto ripetere le cose due volte». E poi Vito Graziani, cugino del campione del Mondo dell’82 Ciccio, che ricordava sempre di una partita in cui aveva marcato Maradona, precisando: «Il giorno dopo, in pagella, Maradona 6, Vito Graziani 7». Mi chiamava Mori. Credette in me per quasi un anno, poi, a credere in me, smisi prima io e poco dopo pure lui.
Pagina 76. La notte prima non avevo dormito. Non dormivo da giorni.  
La notte prima non avevo dormito. Non dormivo da giorni. Prima dei derby ero tesissimo. In uno di questi, in terza categoria, Pieve a Nievole contro Montecatini, tirai una ginocchiata da fermo al Bonciolini. Si girò con gli occhi sgranati, ebbe così paura che mi feci paura da solo. Un’altra volta rincorsi Alessio Berti solo perché si era tuffato in area per rubare un calcio di rigore, e scatenammo una rissa. L’arbitro buttò fuori lui, poi me, poi arrivò uno dei loro dalla difesa, tirò un cazzotto a uno dei nostri e l’arbitrò lo espulse. Negli spogliatoi l’allenatore mi disse che ero una testa di cazzo, il mitico Miccio venne da me prima di rientrare in campo e mi sussurrò: «Tu sei stato espulso, ma col tuo gesto ne hai fatto espellere due di loro. Per come la vedo io sei un grande». Ora fa il calzolaio in centro a Pescia, tutte le volte che ci vediamo ci abbracciamo e ridiamo anche se non ci diciamo un cazzo.

Pagina 103. «Devi aver voglia di alzarti e andare ad allenarti. Quando questa voglia ti passa, allora è meglio smettere».
A un certo punto, metà anni Novanta, venne fuori che il difensore doveva costruire l’azione, e io invece ero stato programmato per picchiare, picchiare e basta, e rinviare la palla più lontano possibile dalla nostra porta. Nelle giovanili del Camaiore, Juniores Nazionali, non me lo perdonarono. Colpa di Arrigo Sacchi. Il mio mito era Riccardo Ferri, non Franco Baresi. Però per farmi notare continuavo a picchiare. Caviglie e palla, palla e ginocchio. In allenamento contro la prima squadra marcavo una punta che avrebbe potuto giocare in serie C1, tale Bonuccelli, un idolo da quelle parti. Dopo la terza entrata si rialzò, mi puntò e mi disse: «Ora basta». Capii che dovevo smetterla sul serio. E la smisi. Qualche settimana dopo tornai agli Juniores regionali del Ponte del Giglio, mi ruppi la caviglia destra una seconda volta, poi andai in Prima categoria a Chiesina, non giocavo mai e non mi confermarono per l’anno successivo. Allora dissi basta col calcio più o meno serio. E andai in terza categoria. Finalmente a divertirmi. Magari diventando il rigorista della squadra.
Pagina 182. Beh, più che altro pensi che è uno schifo il modo in cui questi ciccioni bastardi, queste pigre teste di cazzo che non danno un calcio a una palla da vent’anni parlano di atleti di livello mondiale come se fossero mucche.
Così ti trasferisci in una grande città, che senti tua perché sei sempre stato interista e questa è proprio la città dell’Inter. Così vai allo stadio pure da solo, in curva, impari a memoria i cori, i tuoi preferiti sono quelli che prendono per il culo i giocatori avversari. E la Blasi letterina, la mettiamo a pecorina! O quelli che prendono per il culo i nemici rossoneripezzidimerda Perché! perché! perché! tu sei un carabiniere tua madre è la troia del quartiere! Però tu con quei coglioni da curva non hai un cazzo da condividere, tu hai giocato, sai che puoi sbagliare anche a un metro dalla porta, con la porta vuota, perché una zolla ti fa inciampare e quei trogloditi pieni di birra in curva non lo vedono. Si sente dire spesso: con tutto quello che guadagna come fa a sbagliare quel gol? E invece si sbaglia, ché quando sei lì che lo stai per tirare magari hai paura, magari la palla cambiare traiettoria prima che tu la tocchi ma te ne accorgi solo tu, non chi sta a casa, non chi sta in tribuna o in panchina. E ti viene in mente la scena di un film di Moretti dove lui è in macchina con degli amici e s’incazza perché i suoi amici criticano i giocatori della Roma, sbraitando: «Io non parlo di cose che non conosco!».
Non lo so, voi parlate di neuroscienza? Voi parlate di ingegneria navale? E allora perché parlate di calcio se non avete la minima idea di cosa si provi a tirare un calcio di rigore con un’intera curva che offende tua madre? Per questo tifo per i Balottelli, i Cantona, i Nicola Berti, i Walter Zenga. I Marco Materazzi.
Pagina 259-260. La gente parla di tifosi veri, ma siamo solo dei pecoroni, tutti noi, per come li seguiamo.
La gente parla di tifosi veri, ma siamo solo dei pecoroni, tutti noi, per come li seguiamo. Il calcio è scienza, è calcolo, è fatto di dati e statistiche e il fattore umano è funzionale a questi dati. Puoi essere un fenomeno ma oramai si sa che se tiri da una posizione è probabile che tu faccia gol una volta ogni dieci tiri, mentre se tiri da un’altra posizione le possibilità che tu segni si alzano a dismisura. Il calcio è matematica. Nè più né meno. Vi do una dritta: mai nessuna squadra non sudamericana ha vinto un Mondiale giocato in Sud America. Quindi? Puntate sul Brasile, sull’Argentina o sull’Uruguay. Quest’ultima la pagano bene, ha vinto un solo Mondiale nella sua storia. E sapete dove si giocava? Andate a vedere.

Libero vai bene: Pagina 277. «Chi ha paura di tirare i dadi non farà mai sei», Eric Cantona.


Ogni fallimento è una tappa, ogni errore una spinta. Il contrario del giusto non è l’errore, lo è la noncuranza, la rassegnazione. La vita si decide nel lungo periodo.
Pagina 285. Ci riesci tu, Ryan? Riesci a immaginare come sarebbe stato essere me?
Pagina 289-290. Vedi, dal 1992 la mia vita è stata un vero disastro. Mio padre se l’è data a gambe poco prima del mio debutto. Subito dopo è morto lo zio Si, e io sono rimasto non solo senza padre, ma anche senza sostituto del padre. Mamma è andata in depressione e Guy si è buttato nel lavoro, mandando avanti la ditta dello zio Si, e in tutto questo io dove sono eh? Per anni sono impazzito cercando di capire, perché io? E qualche volta ho perfino creduto di sapere la risposta. Alla fine però ho capito: io non c’entro. Poteva succedere a chiunque. Quando finisce a terra, beh, una persona comune non sempre riesce a rialzarsi.
In uno dei derby di terza categoria vado nell’area avversaria. Calcio d’angolo per noi, la difesa avversaria respinge, la palla torna sulla fascia, un mio compagno crossa di prima, io sbuco fra due uomini e colpisco di testa prendendo in controtempo il portiere. La palla ci mette anni ad andare verso la porta, rimbalza male ed esce di un fottutissimo millimetro, sfiorando il palo esterno. Il quasi dentro non esiste. Il quasi dentro non vale.
Pagina 308. Poi, davanti al bancone, pensi che in realtà tu e Ryan siete come gemelli. Quelli che nascono attaccati insieme, con un solo cuore o una testa. Perché il gemello più sano possa sopravvivere l’altro deve morire, o vivere come uno storpio, mentre l’altro cresce e diventa la più grande leggenda dello United. Guardi l’ultimo bicchierino e dici Devo pagare il prezzo della sua immortalità. Poi lo butti giù e vai a pisciare.
Inizia la discesa, la voce dice: allacciatevi la cintura e richiudete i pianali. Guardo le due bambine che giocavano nel corridoio stretto dell’aereo. Sto per atterrare a Tenerife. Penso a mia figlia che avrà più o meno l’età di queste bambine. Penso a mia figlia e a come sarebbe stata se fosse stata come loro, senza una sindrome fra lei e i movimenti, fra lei e le parole. Poi smetto di pensarci, e mi allaccio la cintura.
«Nel calcio finisce male per tutti. L’unica differenza è quanto tempo impiega ciascuno di noi ad arrivare alla fine. E, se quando ci arriva, riesce a trasformarla in un nuovo inizio», dichiarazione di Mike Wilson dopo il suo arresto a Mosca nel maggio 2008 per aver aggredito Ryan Giggs.
È andata male.
È andata benissimo così.
È andata così.