C’è sempre un passaggio, un momento in cui qualcuno arriva e dice “eh ma se Baggio avesse segnato quel rigore sarebbe stato il migliore di sempre. E invece? Invece cosa. È il migliore di sempre. Roberto Baggio è il calcio.

 

16 luglio 1994

Chiudo gli occhi e so precisamente chi sono e dove sono. Non è una novità: ho passato rari momenti della mia vita senza saperlo. Eppure oggi è diverso. È una lucidità totale. Terrificante.

 Apro gli occhi e abbasso lo sguardo. Sono in piedi sul letto, accanto al mio nome stampato in prima pagina. La luce dell’abat-jour accesa, nel cuore della notte. Lo faccio sempre, prima di una partita. Giova alle mie ginocchia torturate dai bisturi. Troppe ore fermo sono un’agonia. Conto fino a tre, poi inizio ad alzare e a piegare la gamba destra: un processo breve ma difficile.
Con un colpo di tosse silenziato carico il peso del corpo sulla gamba sinistra, poi mi aggrappo all’immagine di mia mamma, è seduta sul passato, mi stringe a sé, mi canta un ritornello che conosco.
Alzo di nuovo lo sguardo e aspetto che il sangue inizi a circolare. 

Sono relativamente giovane. Ventisette anni. Ma dopo quell’infortunio il mio corpo non sembra più il mio, soprattutto la mattina. Sono passati dieci anni da quando si spaccò il ginocchio destro. Ero a Vicenza, di lì a due giorni avrei firmato per giocare con la maglia viola. Ci penso spesso. È passato tanto tempo. E penso che non tutti si siano resi conto di quanto abbia faticato nel corso della mia carriera. Forse è giusto così. La cognizione del dolore è qualcosa di estremamente privato, qualcosa che si fa spazio dentro di te; la sofferenza prova a divorare tutto, anche i sogni più intimi.
“Ma sognare è un fiume profondo, che precipita a una lontana sorgiva, ripùllula nel mattino di verità”. Lo avevo letto da qualche parte, quando partii per il mio primo ritiro. E oggi so che quelli che fanno sforzi continui sono sempre pieni di speranza.

 Mentre piego il ginocchio sinistro, ripasso i fondamentali: mi chiamo Roberto Baggio. Mia moglie si chiama Andreina. Abbiamo due figli, Valentina, nata nel 1990, e Mattia, nato un paio di mesi fa, il 12 maggio. Viviamo dove ho sempre vissuto, dove è giusto che sia, ma attualmente sono nella camera di un hotel, perché sto partecipando ai Mondiali USA. I miei ultimi Mondiali, forse.
L’ultimo giro di giostra. Per uno come me, che non ha mai giocato a calcio per vivere, semmai il contrario. Perché il calcio lo amo, lo amo di una passione limpida e pura, l’ho sempre amato. L’atteggiamento di fondo della mia vita è stata la passione. Per realizzare i miei sogni ho agito sempre spinto solo dalla passione. La passione muove ogni cosa, è una forza davvero straordinaria. Quando tutto questo sarà finito, avrò solo tre parole da spingere fuori: “Ho dato tutto”.
Adesso appoggio la gamba sinistra sul letto. Poi respiro profondamente. Quando l’ultimo pezzo del mio tetris biografico s’incastra nella realtà, prendo la rincorsa per calciare, per mettere il mio nome all’incrocio dei destini. Io che mi portavo il pallone al bagno, per giocare. Io che da piccolo avevo un sogno ricorrente: immaginavo di giocare la finale di un Mondiale contro il Brasile. Sono uno di quegli esseri umani fortunati che può dire di aver quasi realizzato un sogno. Ho sofferto tanto, ho stretto i denti, ho pianto e avuto paura. Ma poi quel giorno è arrivato: quel giorno è oggi. Sarà meglio non raccontarlo a voce alta. Dicono che, per avverarsi, i sogni abbiano bisogno di silenzio intorno. Allora mi giro verso lo specchio e in un sussurro mi dico: “Se devo affogare, meglio farlo nel mare che in una pozzanghera”.

Baggio Vicenza
Baggio Vicenza

7 gennaio 2017

– Babbo, ma lo hai disegnato tu?
– No amore, c’è scritto sopra chi lo ha fatto.
– Volevo essere Roberto Baggio.
– Quello è il… nome di chi ha scritto l’articolo. Dall’altra parte c’è il nome di chi lo ha disegnato.
– Babbo, Roberto Baggio è un tuo amico?
– No… sì, forse sì. Baggio era l’ultimo dio del calcio.
– Era forte?
– Era il calcio.

17 luglio 1994

Ho questa immagine in testa da quattro anni. E adesso che sono qui e mi sto avvicinando al dischetto, sto pensando: “Tiralo forte, tiralo forte. Se lo sbaglio? M’ammazzo…”. Metto la palla sul dischetto. Prima di prendere la rincorsa, mi viene in mente una canzone di Renato Zero, si chiama Accadde, è una delle canzoni della mia vita, come Hotel California, come Habla Me dei Gipsy Kings. C’è quella frase che mi colpì subito, d’acchito: “Quando vinci sono tutti là / poi si paga a caro prezzo ciò che credi sia lealtà”. Mi sembrava troppo vera. In fondo, attraverso certe esperienze ci sono passato personalmente. Mi è capitato di dover scegliere tra amici veri e presunti, facendo questo mestiere e col nome che mi porto addosso. Grandi delusioni, ma in fondo sono quelle che capitano a tutti. Gli amici veri, nella vita, li conti in fretta.
La rincorsa è finita.
“Tiralo forte, tiralo forte. Se lo sbaglio? M’ammazzo…”.
Mi volto verso l’arbitro, lo vedo fischiare, non lo sento ma lo vedo. Mi sono estraniato. Mi sento tranquillo. Non è la prima volta che calcio un rigore del genere. Il primo che ricordo lo segnai a sedici anni, con tutta la pressione addosso. Perché è nei sogni che cominciano le responsabilità. Questo lo avevo capito subito. Ci vuole coraggio per tirare un calcio di rigore. Hai tutto da perdere: se segni, è normale, se lo sbagli, è la fine.
“Tiralo forte, tiralo forte. Se lo sbaglio? M’ammazzo…”.
Dalla telecronaca di Bruno Pizzul
“Abbiamo ancora una tenue speranza, Roberto Baggio batterà il nostro ultimo tiro dal dischetto: se segnerà… ci sarà la speranza che i brasiliani sbaglino il loro tiro dagli undici metri. Roberto Baggio contro Pagliuca… contro, scusate, Taffarel. Ecco Roberto… alto! Il Campionato del Mondo è finito, lo vince il Brasile, ai calci di rigore. E naturalmente è una conclusione che ci lascia con grande amarezza, gli azzurri non meritavano di perdere così, ai calci di rigore. Una partita nella quale hanno esibito uno straordinario coraggio, un grande temperamento. Hanno saputo far fronte a tutte le… avversità… hanno saputo controllare avversari più freschi. Partiti col favore del pronostico, il Brasile ci ha battuto, ma solo ai calci di rigore”.


10 maggio 1998

“Sì, è una cicatrice che non riesco a nascondere. Anche perché fa male averlo perso così, quel titolo. Al di là di quel rigore sbagliato. Puoi accettare di perdere dopo una partita combattuta, ma se perdi ai rigori diventa tutto più difficile. Significa giocarsi quattro anni di sacrifici, di lavoro, con dieci calci dal dischetto”.
Ma è proprio vero che non è più tempo per la fantasia al potere?
 “Qualcosa del genere. Essere semplici, soprattutto”.
 Non è semplice, essere semplici.
 “Chi lo dice? Basta volersi bene, e voler bene alle persone intorno. Basta rendersi conto di quanto un comportamento sbagliato possa sporcare un’esistenza”.
 Roberto Baggio si sente a credito, col mondo del calcio?
 “Roberto Baggio ha dato tutto quello che poteva al calcio, che è la sua professione. In questo senso è in pace con la sua coscienza, e si sente come un navigatore che ha attraversato oceani anche tempestosi, a volte, vedendo posti bellissimi”.
Eppure manca ancora qualcosa.
”Mancherà sempre qualcosa. Perché in teoria le cose sembrano facilmente raggiungibili, poi ti rendi conto che non è esattamente così. Anche se ti chiami Roberto Baggio”.
 Nessuna rabbia, niente sete di vendetta. Possibile?
 “Se hai dato il massimo, il risultato conta fino a un certo punto. Io so quello che ho fatto finora, conosco la fatica e il senso della parola impegno. Mi basta, non ho rivincite da prendermi”. 
Con nessuno?
”L’ho detto. L’unica sfida è quella con me stesso. E vado fino in fondo. Devo dare tutto quello che ho dentro, fino all’ultimo, prima di mollare. E mollo solo se l’impresa che ho affrontato è davvero più grande di me”.
Quando nascerà il nuovo Baggio?
 “Ci saranno altri giocatori, nel cuore della gente. Magari migliori di me, questo è sicuro. Ma non ci sarà un altro Baggio, come non ci sarà un altro Maradona, un altro Van Basten. Ognuno ha la sua personalità, il suo modo di essere dentro e fuori dal campo. Ognuno, per fortuna, è uguale solo a se stesso”.
 Cosa potrebbe dare uno come Roberto Baggio alla Nazionale di Cesare Maldini?
 “Non saprei spiegare. Tutto quel che so è che quella finale, quel maledetto giorno di quattro anni fa è ancora qui, vivo, mi frulla per la testa e mi dà una specie di carica. Sono stati quattro anni di pensieri continui, e non mi sono mai rassegnato all’idea. È come se avessi scalato una montagna durissima e a un passo dalla vetta fossi stato travolto da una slavina. Ecco, la sensazione è questa. Avrei potuto rassegnarmi all’idea, e invece mi è rimasta addosso la voglia di cambiare il destino”.


18 febbraio 2017

Mi hanno scritto in tanti per farmi gli auguri. Mi sono arrivati anche molti regali. La gente che mi ama ancora… sono le persone che hanno cambiato quel destino. Un ragazzo che scrive su una rivista di calcio mi ha spedito un libro. Sulla seconda di copertina ha scritto una citazione di William Faulkner: “Non è quando capisci che nulla può aiutarti – religione, orgoglio, qualsiasi cosa – è quando capisci di non aver bisogno di nulla”. Poco più sotto, al centro della pagina, un’altra frase: “Il calcio è un romanzo. Baggio è un romanzo. Il calcio è Baggio”.
Non so se sia davvero così, ma una cosa la so con certezza: “Ho dato tutto”.
 

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