Ci sono delle partite che non vinci con i moduli, con gli allenamenti o con il talento; la partita contro la malattia si vince solo con la voglia di andare avanti, proprio come ha fatto Stefano Borgonovo

Ho sempre pensato che la vita è come un campionato di calcio: ha un inizio e una fine; si compone di tante sfide che si possono vincere, perdere o pareggiare; bisogna allenarsi tutti i giorni per poter affrontare al meglio le difficoltà; a fine stagione, poi, o si vince lo scudetto, o si conclude a metà classifica o si retrocede, tra i fischi, nel dimenticatoio.
La vita è un campionato così difficile che, a confronto, Liga, Premier e Bundesliga sono campionati dilettantistici. Non sappiamo mai quante giornate dura, e, per quanto possiamo prepararci, non conosciamo le potenzialità dell’avversario che potremmo trovarci davanti.
Questo campionato lo hanno vinto in pochi e, tra i giocatori più famosi, i veri vincitori sono stati solo sei, l’ultimo Stefano Borgonovo.

Quell’attaccante sul Lago di Como

Stefano non era solo un calciatore, il calcio lo amava proprio come sua moglie Chantal. Beh, forse sua moglie l’amava un po’ di più, visto che in famiglia Stefano aveva calato un bel poker fatto di tre femmine e un maschio. Era un giocatore che non metteva al primo posto la carriera o la celebrità, ma la voglia di giocare e segnare proprio come un bambino.
Esordì in serie B nel Como a diciotto anni, nel 1982, mettendo in luce il suo talento a suon di gol; talento che non passò inosservato agli occhi del Milan che lo acquistò per quattro miliardi di lire. Ma, durante il percorso che dal Lago lo avrebbe portato all’ombra della Madonnina, Borgonovo fece tappa sulle rive dell’Arno, in quella città che divenne ben presto la sua seconda casa.

Stefano Borgonovo Calciatore con la SLA
Stefano Borgonovo Calciatore con la SLA

A Firenze conobbe il Raffaello, sì proprio l’artista, ma quello del pallone. Con lui formò l’indimenticabile B2, che non era né una loggia massonica né tantomeno una mossa vincente di battaglia navale, ma un tandem d’attacco che fece impazzire i tifosi viola nella stagione 1988-’89. Fu in questo periodo che Borgonovo e Baggio totalizzarono insieme ventinove dei quarantaquattro gol messi a segno in campionato dalla Fiorentina, alcuni dei quali decisivi come quello al novantesimo contro a Juve, ma, soprattutto, all’ottantacinquesimo contro l’Inter, capolista e futura campione d’Italia, in un 4 a 3 senza storia.
Un’intesa bellissima quella tra Borgonovo e Firenze che però il Milan ha voluto chiudere troppo presto, contro il volere del giocatore. In maglia rossonera Stefano si consolò conquistando la Coppa Intercontinentale e la Supercoppa UEFA nel 1989, e la Coppa Campioni 1989-’90. Per l’ottenimento di quest’ultima fu decisivo un suo gol nella semifinale di ritorno, sotto la pioggia battente di Monaco di Baviera.
Ma il suo cuore non aveva ancora smesso di battere per la Viola, che nel 1990, sotto la nuova gestione Gori, lo acquista a titolo definitivo per otto miliardi di lire. Dopo due stagioni è di nuovo con le valigie in mano, direzione Pescara e poi Udine, con una piccola parentesi tra le Rondinelle di Brescia.

Il fischio d’inizio della partita contro la SLA

Il suo amore per questo sport va oltre il calcio giocato, e Borgonovo, una volta ritiratosi, si avventura subito sulla panchina delle giovanili dei lariani, per poco tempo però, poiché nel 2005 è costretto a ritirarsi per problemi di salute. Tutti credono che sia così, ma in realtà Stefano dovette iniziare il ritiro che lo ha portato ad affrontare la partita più difficile del suo campionato. Una partita dura, ma giocata sempre in presenza dei suoi tifosi più affezionati, la moglie e i figli, che lo hanno sempre incoraggiato a non mollare mai, proprio come i veri ultras. Una partita che lo ha messo davanti a un avversario dotato di un catenaccio difensivo più forte di quello all’italiana, che non permetteva al Borgo di segnare alcun gol, nemmeno dal dischetto, perché lo teneva fermo e immobile. Una partita disputata sempre in casa, sul suo letto, attaccato a un sintetizzatore vocale, non per soli novanta minuti, ma per sei lunghi anni. Quel nemico era tra i più temuti dai calciatori italiani, poiché in passato aveva sconfitto Lauro Minghelli, Adriano Lombardi, Albano Canazza, Piergiorgio Corno e lo storico capitano genoano Gianluca Signorini. Ma Borgonovo non aveva paura della malattia, non poteva dargliela vinta tre a zero a tavolino, e così, da buon centravanti, scese in campo ugualmente perché sentiva che qualche gol decisivo avrebbe potuto farlo lo stesso, proprio come ai tempi di Firenze e Milano. Nel 2008 infatti segnò forse la sua rete più importante, proprio contro la SLA. Non si trattava, in questo caso, né di una rovesciata né di una sforbiciata al volo, ma di una fondazione, la Fondazione Stefano Borgonovo Onlus, che ancora oggi sostiene la ricerca contro questa infame patologia che troppo spesso fa dei calciatori le sue vittime preferite.

Stefano Borgonovo, la lotta contro la SLA
Stefano Borgonovo, la lotta contro la SLA

Standing ovation per Ste

Purtroppo però il calcio è lo sport più imprevedibile del mondo e il Paris Saint Germain ne sa qualcosa. Il 27 giugno 2013 il destino ha visto Stefano stanco e provato, dopo aver dato tutto in quella quotidiana partita contro il morbo di Gehrig, e così lo ha sostituito definitivamente tra gli applausi di tutto il mondo del calcio; una standing ovation che è continuata all’ingresso del feretro nella chiesa di Giussano, il suo paese natio, acclamato al grido di “Borgo-gol”.
Il calcio italiano alzò la bandiera a mezz’asta quel giorno. Tanti i pensieri dai vari esponenti di quel mondo, ma, tra tutte, risuonano più forti le parole del Divin Codino, che vedeva in Stefano un fratello più che un socio fondatore della mitica B2: “Caro Stefano, l’impresa più bella che sei riuscito a costruire negli anni è stata quella di trasformare il veleno della malattia in medicina per gli altri. Ciao amico mio, onorerò per sempre la tua persona.”
Ora è il mio turno. Noi non ci siamo mai conosciuti e quando giocavi io non ero ancora nato; anche io oggi vorrei scriverti di persona, perché, sono convinto, che queste parole magari non le stai leggendo, ma sicuramente le stai ascoltando. “Caro Stefano hai avuto una grande carriera sul campo che forse avresti voluto completare con una altrettanto importante esperienza in panchina, per insegnare ai giovani il tuo amore per questo sport. La vita però non ha voluto che tu insegnassi il calcio ai giovani, ti ha chiesto di più, ti ha chiesto di insegnare la vita agli uomini! Ciao Borgo!”.