Perdere 31 a 0 non è solo roba da dilettanti, capita anche tra i professionisti, persino alle qualificazioni mondiali, ma solo se ti chiami Samoa Americane e se il tuo avversario è l’Australia

Quando la Battaglia di Caporetto si studiava sui campi di calcio

Quando ero alle medie, la campanella delle due del pomeriggio poteva significare due cose: o la simulazione anti incendio, il che accadeva solo due volte l’anno, oppure, con molta più probabilità, la seconda ricreazione, quella più lunga, quella che si poteva fare in cortile e che per noi maschi voleva dire triangolare all’ultimo sangue tra prima, seconda e terza media. Beh i tempi migliori sono stati sicuramente quelli di terza, quando eravamo i più grandi e quando di storia si studiava la battaglia di Caporetto, quella grande sconfitta che tutti i pomeriggi infliggevamo ai primini con una certezza tale che ci potevi giocare una schedina. Ma primini lo siamo stati tutti, io e i miei compagni compresi.
Ricordo la prima partita, ci organizzammo tutta la mattina usando la lavagna di ardesia come lavagnetta per gli schemi. I pronostici non ci sorridevano per niente, ma ci facevamo forza con un paio di singoli che potevano farci fare la differenza. Mattia infatti, detto Maldini, era l’unico che poteva darci qualche sicurezza in un reparto che era più bucato di uno scolapasta, mentre in attacco, Manuel, alto qualche centimetro in meno di Govinco, dava rapidità e cercava di segnare con qualche siluro dalla distanza anche se con la stessa probabilità di vedere Trump in Messico.
Quattordici in punto, il suono della campanella corrispondeva al fischio d’inizio dell’arbitro, l’ingresso in campo di noi di prima contro quelli di terza era identico ad un ipotetico ingresso di Crotone-Barcellona. Per chi di calcio non se ne capisse, vedere quel prima contro terza, era come assistere ad uno scontro tra Armata Brancaleone e Marines Americani. Fu una partita senza storia, ma il termine partita è riduttivo, fu una strage degli innocenti calcistica, fatta di ginocchia sbucciate, caviglie slogate, forse qualche morto ma, grazie a Dio, nessun disperso.

Un gol ogni tre minuti in quel di Coffs Harbour

Perdemmo con un punteggio tennistico che nemmeno Thierry Tulasne potrebbe immaginarsi, tranne la nazionale delle Samoa Americane, che l’11 aprile del 2001 perse di misura contro l’Australia per 31-0. Più che un match valido per le qualificazioni ai mondiali del 2002, quella storica partita assomigliava a quelle amichevoli che le squadre di A fanno contro i dilettanti nei loro ritiri estivi. Una partita che lasciò tutti senza fiato, soprattutto l’arbitro francese Ronan Leaustic, che aveva fischiato per ben trentuno volte la segnatura di una rete.
L’Australia programmò una formazione di giocatori raramente utilizzati nella rosa, mentre la maggior parte dei titolari era in panchina o addirittura non convocati (non oso pensare cosa sarebbe successo se fossero scesi in campo, forse un 77 a 0). La nazionale delle Samoa Americane era invece ostacolata da problemi di passaporto e, per questo motivo, poteva schierare solo uno dei venti titolari, il portiere Nicky Salapu, che alla fine non era tutto sto Buffon. Per lo più la rosa non poteva includere giocatori under-20, in quanto molti di essi erano impegnati negli esami di maturità; e poi si dice che i giocatori a scuola siano delle capre. Così la povera formazione ospite fu costretta a convocare giovani calciatori fra i quali un bebè di quindici anni.
Bisogna dire però che, nonostante tutto, le Samoa riuscirono a contenere gli australiani per i primi dieci minuti, praticamente un record, come quello di Archie Thompson che, nella stessa partita, scrisse il proprio nome nel Guinness dei Primati siglando la bellezza di tredici reti, un terzo del bottino, che in totale corrisponde quasi ai gol fatti da Higuain nello scorso campionato. Non credo di sorprendervi dicendo che le Samoa non si qualificarono, ma, in effetti, con appena cinquantasette gol subiti, zero fatti e un ultimo posto nel Ranking mondiale FIFA, forse non c’erano proprio i requisiti fondamentali per affrontare un mondiale.

Ma prima o poi la ruota gira per tutti

Ogni partita una catastrofe, fino a quando, il 22 novembre 2011, le Samoa Americane, durante le qualificazioni mondiali 2014, vinsero la prima partita ufficiale della loro storia, grazie al 2-1 inflitto al Tonga interrompendo il record negativo di trenta sconfitte consecutive. “Questo diventerà parte della storia del calcio, come il 31-0 contro l’Australia fece parte della storia”. Parole dell’allenatore statunitense delle Samoa, Thomas Rongen, che aveva riassunto ai microfoni l’entusiasmo di un paese intero dopo il tremendo shock subito nella terra dei canguri dieci anni prima.
Nel frattempo la nazionale australiana, fino a quel momento relegata a un ruolo marginale nel calcio mondiale a causa dello scarso livello tecnico dell’OFC, a partire dal 2006, è stata spostata nella Confederazione Asiatica e attualmente è detentrice della Coppa d’Asia e forse anche del record per le trasferte più lunghe per disputare un torneo.
Povere Samoa Americane, secondo me non è tutta colpa loro, hanno giocato quella partita in una data che è più sfigata del venerdì 17, il giorno undici dell’anno 2001 è stato catastrofico anche per gli americani che cinque mesi più tardi avrebbero subito l’attentato alle Torri Gemelle. Quando tornerete a casa il venerdì sera imbronciati per aver perso vergognosamente la partitella con gli amici, beh consolatevi, e pensate che sedici anni fa qualcuno ha giocato peggio di voi.