Non posso proprio ricordare di quante volte sono passato davanti al “Calamari” o di quando ero andato a vedere qualche compagno di squadra giocare. Scuotendo la rete di fil di ferro a quel gol segnato in una giornata di inizio estate. Di estati però ne sono passate tante da quel torneo “Luigi Tadini” del 1987. In finale arrivano Piacenza e Fiorenzuola, categoria giovanissimi.
Si indossano ancora le maglie con la taglia “L” che se non le infili nei pantaloncini svolazzano a destra e a sinistra. Gli scarpini rigorosamente neri, magari quelli della Diadora regalati da qualche dirigente che in te ci crede davvero. O dal papà che per te stravede e ti seguirebbe anche nel campo più sperduto della provincia.
Sto passando per l’ennesima volta di fronte all’ingresso di quel campo con la grata della biglietteria verde smeraldo e con quel parcheggio sterrato dove qualche ragazzino palleggia. Sul sedile ho una foto sbiadita, che porta il segno di trenta primavere. Di un calcio che intanto è cambiato, nel quale le maglie “L” si vedono soltanto nei tornei parrocchiali quando il budget è ridotto e nessuno vuole strafare.

Pippo Inzaghi 14enne al torneo Tadini

Sulla foto c’è un giovanissimo attaccante che sta ritirando la coppa riservata al miglior giocatore del torneo. Un premio strameritato, soprattutto dopo la tripletta in quella finale vinta per quattro reti a zero dal Piacenza. Quel giovanissimo attaccante è Filippo Inzaghi che porterà a casa anche la palma di capocannoniere: due premi individuali per lo stesso giocatore. Non succederà più nella storia del torneo.
Accendo la radio, mentre fuori alcuni nuvoloni stringono d’assedio il sole. Il segnale è in parte disturbato ma il senso è piuttosto chiaro, proprio come lo sguardo di quell’attaccante nato a San Nicolò e finito nel calcio che conta davvero. «Il Venezia torna in serie B dopo dodici anni: Inzaghi portato in trionfo». Un Venezia passato dai russi ad un avvocato americano che ritorna in cadetteria dopo dieci anni di sofferenze, sogni traditi e fallimenti. In quello stadio nascosto nella Laguna dove non si arriva in pullman, si arriva in vaporetto.
Suo padre Giancarlo me l’aveva detto. «Siamo riusciti a fare tredici vittorie esterne, cosa vuoi che sia un punto?». Siamo. Perché per la famiglia Inzaghi il calcio è un affare di famiglia. Lo era quando Simone osservava il fratello studiare da attaccante, lo è oggi mentre dagli spalti del “Penzo” papà Giancarlo è pronto ad esplodere di gioia al fischio finale dell’arbitro.
Come era pronto ad esultare ad ogni gol segnato da Filippo, anche quella sera di Atene in cui sul tabellone luminoso dello stadio comparve per ben due volte “Inzaghi”. Anche in quella prima domenica dell’ottobre 1998. Diciannove anni fa.

Simone al Piacenza e Filippo alla Juventus

C’era ancora il “Delle Alpi”, c’era ancora il Piacenza tutto italiano. Da Valerio Fiori a Gianluca Lamacchi. Due Inzaghi contro: Filippo e Simone divisi soltanto dal colore di una maglietta. Una squadra che deve salvarsi, l’altra campione d’Italia.
Sì, ho per le mani anche uno scatto strappato qualche istante prima del fischio d’inizio. Un abbraccio fugace mentre dagli spalti sale la nube di un fumogeno. E l’autografo di Filippo tracciato con un pennarello nero, senza pensarci troppo.
Quella partita finirà proprio con una rete di Filippo mentre Simone si ritroverà stretto nella morsa di Tudor e Montero. Con un Michelangelo Rampulla in formato Peruzzi tra i pali. Cose che capitano per un attaccante: non si può sempre gonfiare la rete e anche tenere a bada quell’istinto primordiale che ti calamita verso l’area, quella porta tanto larga quanto stretta al momento di calciare o colpire di testa.

Inzaghi festeggia la promozione del suo Venezia

Accosto, quasi mi tremano le mani ripensando ad un pezzo di storia del pallone distante soltanto pochi centimetri dalle mie mani. Mi fermo proprio lì, in quel piccolo piazzale vicino al “Calamari”. Il temporale ormai incombe, qualche goccia bagna la polvere ma c’è chi non rinuncia al pallone: quattro ragazzini litigano per la scelta tra “tedesca e mondialito”.
C’è chi al calcio non riesce proprio a rinunciare. Proprio come due fratelli partiti dalla provincia. Passati dalla tedesca alla serie A. Prima di urlare a gran voce indicazioni e movimenti da tracciare sul campo. In panchina, con papà Giancarlo sugli spalti.

Pippo e Simone con papà Giancarlo