La carriera di Paolo Di Canio è riassunta nell’ultima partita ufficiale disputata da giocatore. E’ il 27 gennaio 2008, serie C2, sfida interna contro il Benevento persa dalla sua Cisco Roma per 2 a 4: segna una doppietta, insulta l’arbitro e rimedia 4 giornate di squalifica. Lascerà il calcio giocato per una lunga serie di infortuni e polemiche.

Perché è da quando ha imparato a dare calci a un pallone fra i vialetti del Quarticciolo, quartiere di Roma sorto durante il boom economico, che “er Pallocca” – soprannome affibiatogli a causa di qualche chilo di troppo – ha iniziato a esternare il suo ribellismo. Verso il mondo del calcio, ma non solo. Perché Di Canio è sempre contro, in direzione ostinata e contraria. Nato nel ‘68, fin dai primi vagiti ha respirato aria di contestazione. Suo padre e i tre fratelli erano politicamente di sinistra e di fede romanista. Lui diventerà una bandiera della Lazio e un simbolo del tifo di estrema destra. Fascista, si può ben dire. Perché Di Canio, per anni, lo è stato e lo ha ostentato.

Il saluto romano agli “Irriducibili”

“Il talento è cristallino. Sterzate secche, di destro e sinistro. Una visione di gioco completa, un tiro preciso e imprevedibile. Ma soprattutto una istintività che gli fa compiere gesti inusuali ed efficacissimi”.

Tanto che ha appena finito di scontare un nuovo “cartellino rosso”. Questa volta comminato dai vertici di Sky per il tatuaggio “Dux” in bella vista sul braccio. E’ la terza ripartenza, con la tv e la trasmissione di approfondimento sulla Premier, dopo le esperienze da calciatore e allenatore, sempre con risultati eccellenti. Perché di lui si può dire tutto, ma non di essere uno che tira indietro la gamba. Nello sport e nella vita.
Il talento è cristallino. Nel mondo del calcio, il suo nome si fa largo agli inizi degli anni ’80 per quel modo così raro per l’epoca di dribblare. Sterzate secche, di destro e sinistro. Una visione di gioco completa, un tiro preciso e imprevedibile. Ma soprattutto una istintività che gli fa compiere gesti inusuali ed efficacissimi. Parallelamente, il ragazzo ha un carattere difficile: scontroso e smargiasso, fatica a giocare in squadra e spesso e volentieri, invece di passare la palla, preferisce fare tutto da solo. Caratteristiche che non lo abbandoneranno mai.

Gol nel derby ’88

Questo atteggiamento non gli precluderà, in ogni modo, la possibilità di militare in alcuni dei club più prestigiosi d’Italia: Lazio, Juventus, Napoli e Milan, sono le maglie che vestirà con alterne fortune. Con i biancocelesti nel 1989 coronerà il sogno di segnare in un derby ed esultare con l’indice alzato verso la curva. Poi la cessione, per fare cassa, ai bianconeri. Un affronto che non dimenticherà. Gli anni italiani lontani da Roma sono ricchi di delusioni e incomprensioni. Trapattoni lo farà giocare pochissimo e i due rischieranno di mettersi le mani addosso dopo l’ennesimo litigio, con i partenopei riuscirà a rilanciarsi ma approdato in rossonero il suo pessimo rapporto con Capello lo costringerà a seguire le vittorie dalla panchina.

“Oltremanica una leggenda con la maglia del West Ham”

Il ‘96 è l’anno della fuga in Scozia e l’avvicinamento allo stile a lui più congeniale: quello inglese. Al Celtic di Glasgow viene eletto giocatore dell’anno ma litiga con la dirigenza per alcuni aspetti del contratto. Così, nel ’97, arriva in una Premier League che sembrava attenderlo come un figliol prodigo. E’ oltremanica che diventerà una leggenda. Senza farsi mancare, come suo solito, colpi di genio e polemiche a non finire.
In Inghilterra il suo talento trova compimento e continuità. Allo Sheffield Wednesday i tifosi impazziscono. Solo la spinta all’arbitro Paul Alcock, che lo fa ruzzolare goffamente a terra dopo una espulsione, lo trasforma nel mostro da sbattere in prima pagina. Di Canio, pero’, non è tipo da abbattersi. Passa al West Ham e, oltre ad incantare il pubblico che ancora oggi canta cori in suo onore, riesce a togliersi di dosso l’etichetta di “bad boy”.
Contro l’Everton, il portiere dei Toffees esce dall’area e patisce un infortunio. Un suo compagno non si ferma, calcia il traversone che arriva a Di Canio davanti alla porta. Potrebbe insaccarla senza problemi ma, nello sconcerto generale, prende la sfera con le mani, ferma l’azione e indica il giocatore a terra. Lo stadio esplode in un applauso trasversale e quel gesto lo eleva a eroe nazionale.

Gol capolavoro con il West Ham

“Dal saluto romano al FootGolf, ribelle e guascone”

Tornato alla Lazio, per chiudere i conti con il passato, si distingue ancora per un gol nel derby alla sua maniera e per quel saluto romano verso gli “Irriducibili”. Un gesto che in una recente intervista al Corriere ha commentato in questo modo “Non rinnego le mie idee, ma quella è la cosa di cui mi pento di più nella mia carriera”. Poi le esperienze come allenatore, naturalmente con alterne fortune.
Sulla panchina dello Swindon Town ha ottenuto la promozione dalla League Two alla League One, mentre al Sunderland non è riuscito a replicare il bel gioco espresso in precedenza, collezionando quale sconfitta di troppo. Passato alla tv, prima su Fox Sports e ora a Sky, non poteva farsi mancare, volente o nolente, qualche bufera. Che puntualmente è scattata, così come la “squalifica”.

“Per ora non vengono ricordati episodi particolari di cui si è reso protagonista nel FootGolf. Ma è solo questione di tempo”.

Lo abbiamo incontrato domenica fuori dal lavoro negli studi televisivi, sui campi del Club di Cortina di Alseno, in provincia di Piacenza, dov’era arrivato per giocare a FootGolf. Cioè golf giocato con il pallone da calcio e le buche allargate.
Puntualissimo, non ha rilasciato interviste, a mala pena ha permesso a un tifoso di scattare una foto insieme, “fàmo prèsto” gli ha intimato, una volta cambiato si è scaldato come se lo attendesse una finale di Champions e per tutta la durata del torneo non ha smesso di analizzare pendenze e dislivelli. Una meticolosità che lo scorso anno gli ha fatto guadagnare il titolo “Over 45” del campionato italiano.
Per ora, ascoltando chi ha giocato contro di lui, non vengono ricordati episodi particolari di cui si è reso protagonista. Ma siamo sicuri che è solo questione di tempo. Perché Paolo Di Canio è così: ribelle e guascone, con un’etica tutta sua. Quasi uno scudo, un modo per difendersi dal mondo, creandosi un nemico anche quando non c’è. Che la platea sia una curva esultante con migliaia di persone, oppure pochi appassionati di FootGolf con la pancetta, che pur di trovare una scusa per non stare la domenica con la moglie farebbero qualsiasi cosa.