“Sono nato a Genova sponda grifone, ma da piccolo, per fare più gol, indossavo un’altra maglia rossoblù, quella numero ventisette del Cagliari, quella di Jeda”

Credo che il collezionismo sia una delle attività più diffuse al mondo. Si colleziona qualsiasi cosa, dalla più classica raccolta di francobolli, passando per il collezionista di banconote che, vi assicuro, non è Briatore, fino alla più bizzarra collezione di mutande appartenute ai personaggi famosi del signor Graziano Ballinari, l’oste di Bizzozero, conosciuto più per la sua raccolta di biancheria intima che per il suo locale. Insomma sono tantissime le cose da collezionare, così tante che Real Time potrebbe lanciare un nuovo format: dopo “mille modi per morire”, la nuova rubrica “mille cose da collezionare”.
Il collezionismo però non è un vero e proprio hobby, direi più una malattia, come la varicella per esempio, che almeno una volta nella vita prima o poi te la prendi. Anche io ho la mia collezione, una collezione che, guarda caso, ha qualcosa a che fare con il calcio. Da circa una decina d’anni infatti colleziono magliette di nazionali e di club provenienti da tutto il mondo, e ciò significa che per ogni città che vado a vedere, oltre a girarla, visitarne i monumenti, e provarne i piatti tipici, faccio anche tappa fissa nello store della squadra locale. Il mio repertorio va dai pezzi più pregiati come la maglia del Parma nell’anno della Coppa Uefa 1998-99, fino a dei pezzi unici come la maglia numero dieci della nazionale senegalese appartenuta a Khalilou Fadiga, una vecchia conoscenza interista.
In mezzo una variegata serie di maglie ignoranti, il 32 del “Big Mac” Maccarone ai tempi del Siena, il 19 del “Cigno” Succi quando giocava a Palermo, e la maglia di Almiron ai tempi della sua parentesi catanese. C’è poi una categoria di maglie alle quali sono ancora più affezionato e che definisco quelle delle “squadre simpatiche”, ovvero quei club che, anche se non li tifi, ti affascinano per determinati motivi, per esempio il colore della divisa, come nel caso della viola Fiorentina, oppure per la terra dalla quale provengono, per esempio il Cagliari, bandiera calcistica della magnifica Sardegna.

Galeotto fu Novantesimo Minuto

In questa categoria troviamo la mitica ventisette di Jeda, un giocatore che conobbi su Novantesimo Minuto durante gli highlights di una insignificante Cagliari-Chievo. Fu amore a prima vista! Mi colpì la sua rapidità e la sua confidenza con il gol che lo hanno reso il secondo miglior marcatore straniero della storia della serie B, alle spalle del Diablo Granoche. Che poi alla fine non era niente di speciale sto piccolo brasiliano, una carriera modesta nata da leader di un giovane Vicenza nei primi anni duemila, una consacrazione a bomber nel tridente riminese delle meraviglie Ricchiuti-Jeda-Moscardelli (chiederei un minuto di silenzio per questi tre moschettieri del calcio). A seguire due anni nel Cagliari di mister acciughina Allegri e un trasferimento a Lecce che gli spiana la strada verso i dilettanti dove attualmente milita con il Seregno.
Mi ricordo ancora quando acquistai quella maglia, devo essere sincero, non mi trovavo a Cagliari, bensì in provincia di Nuoro. Insieme ai miei genitori, ero alla ricerca della maglia del “Mitra” Matri che all’epoca militava anche lui nella squadra dei quattro mori. Trovammo un rivenditore autorizzato di divise calcistiche al quale chiedemmo subito di farci vedere le maglie. Lui ci mostrò con orgoglio i nuovi arrivi di Milan, Inter, Juve, Barcellona e Manchester United, ma quando gli chiesi il Cagliari divenne bianco come la maglia della Pro Vercelli. Non si aspettava una richiesta simile, e infatti il suo repertorio cagliaritano non era granché: un vecchio Pasquale Foggia in svendita dopo il passaggio alla Lazio e un’ultima S di Jeda, ma niente Matri. Presi Jeda, mi ricordai di quel Novantesimo Minuto e quindi optai per l’acquisto della ventisette più famosa di Cagliari.

Jeda festeggiato dai compagni di squadra

Un cagliaritano a Genova

Il mio esordio con quella maglietta fu all’oratorio in una partitella estiva, decisiva per la nomea della nostra Parrocchia. Schierato davanti, avevo il compito di gonfiare la rete e, al fischio dell’arbitro, mi trasformai nel Re Mida: ogni pallone toccato era un gol fatto. Non sbagliai nemmeno un centro, tranne quel rigore nel finale battuto a torso nudo per il troppo caldo che mi prosciugò tutto il Polase che mi ero scolato prima dell’inizio della gara. Coincidenze?
Io non credo, la maglia di Jeda era magica! Negli spogliatoi un mio compagno di squadra mi chiese perché avessi acquistato la maglietta del brasiliano e io risposi semplicemente che quella di Matri non l’avevano più, un po’ come in “Tre uomini e una gamba” quando Giovanni chiede ad Aldo per quale motivo usasse la maglia di Sforza come pigiama e lui risponde che quella di Ronaldo era finita. Morale della favola lasciammo il campo con tre punti in tasca, squadra salva e la mia nuova identità che da “Michele” divenne “Jeda” o “quello con la maglia del Cagliari”. Soprannomi che tuttora si porta dietro mio fratello accompagnati dal suffisso junior.

Più bomber o più portafortuna?

Ma la mia convinzione che Jeda fosse un amuleto portafortuna era arrivata a tal punto che, sulla copertina del quaderno di matematica, materia nella quale facevo pena quanto il Pescara quest’anno in serie A, attaccai un doppione della figurina dell’attaccante del Cagliari, nella speranza che mi aiutasse a prendere almeno sei nelle verifiche; in pratica quella figurina per me era come un santino. Il mio legame particolare con Jeda sembrava destinato a rimanere solo una storia da raccontare agli amici, fino a quando un giorno, sfogliando disinteressatamente l’Ancora, il settimanale di Acqui Terme, cittadina nella quale feci il liceo, lessi: “Gran colpo Acqui: ingaggiato l’ex serie A Jeda”.

Non potevo crederci, avrò riletto quel titolo si e no una decina di volte prima di convincermi del fatto che il neo presidente Porazza avesse fatto questo regalo ai tifosi acquesi. Non dovevo perdermi l’occasione di vedere dal vivo colui che mi fece fare il salto di qualità in quel campetto parrocchiale, “il divino ventisette”. Sporting Bellinzago – Acqui fu la giusta occasione; match valido addirittura per i trentaduesimi di finale di Coppa Italia, una partita movimentata ma, nonostante i nomi pesanti, per i bianchi fu una gara da dimenticare, l’unica nota positiva fu Jeda, titolare dal primo minuto, al quale regalai un applauso di benvenuto dagli spalti per augurargli una buona stagione. Una stagione durata appena cinque mesi prima di approdare a Nuoro, dove iniziò la storia di quella maglietta che, da quando non mi entra più, non segno neanche per sbaglio la domenica.