Di derby del Ducato ne ho visti tanti. Ma mai abbastanza. Conosco a memoria la strada per lo stadio. So bene cosa si provi a percorrere quelle strade conosciute la domenica del derby.

No, non arriva la Cremonese: le sensazioni sarebbero ancora più forti, capaci quasi di torcerti lo stomaco per la tensione e la voglia di gridare al cielo la gioia di una vittoria. I grigiorossi hanno già bussato alla porta del Piacenza: poteva andargli decisamente meglio nonostante la promozione conquistata all’ultimo respiro. Ma questa è un’altra storia.
Quella del Ducato ha le tinte biancorosse e gialloblu. Due città distanti sessanta chilometri. Unite per secoli ma soltanto per la geografia e quelle mappe tracciate all’epoca della miriade di stati preunitari. Di derby ne ho visti tanti, tantissimi. Ma ne ho persi altrettanti.
Non potrebbe essere altrimenti: ogni generazione vive una fetta di calcio, si concede novanta minuti sempre diversi. Mai uguali, neppure simili nonostante risultati che possono ripetersi. Nonostante gol che si accumulano nei tabellini e cori che si levano dalle curve. Gol come quello di Simone Inzaghi nella serie A 1998/99. Il numero venti biancorosso che penetra in area dalla sinistra, fa a sportellate con Sensini, elude il rientro di Cannavaro e fa secco un giovanissimo Buffon.

Piacenza italiano contro Parma galácticos 

Una rete come tante, forse. Ma di certo non per i tifosi arrivati al Tardini con la voglia di cantare, di sostenere la squadra. Davanti al Piacenza tutto italiano c’era il Parma di Thuram e Veron, quello dei miliardi “fantasma” di Tanzi e del sogno europeo e della coppa UEFA.
Quando la serie B sembrava un ricordo lontano, nonostante fosse distante soltanto qualche anno, qualche stagione. Proprio come nella tornata 1987/88, ancora una volta al Tardini. Ancora una volta quando io ero lontano dagli spalti. Proprio come un tifoso biancorosso, Pedar, che si ritrovava in caserma da tutt’altra parte rispetto a Parma. Il richiamo della leva era stato più forte di quello del derby, il rammarico lo è ancora di più.

Anche oggi, a distanza di quasi trent’anni. Rammarico per non essere stato presente. Nonostante i tre gol incassati nel giro di un parziale: doppietta di Zannoni e gol di Turrini. Fine dei giochi, o forse no. Non per la curva biancorossa che continua a cantare. La melodia è quella di “Yellow Submarine” dei Beatles, il coro è “Forza Piace alé alé”.
Quarantacinque minuti passati ad inneggiare la squadra tra lo stupore dello stadio, nonostante la sconfitta dell’undici del “Titta” Rota. Di derby del Ducato ne ho persi tanti. Come quello sotto un diluvio primaverile dove Graffiedi rispose a Budel.
L’ultimo incontro in campionato prima della parentesi di Coppa Italia della scorsa estate, l’ultimo derby che ho visto dagli spalti del Garilli. Di derby del Ducato ne ho visti tanti. Ma mai abbastanza. Ho già fatto la strada per lo stadio questa mattina. Piove e magari lo farà anche domenica: non c’è clima migliore con quelle gocce di nostalgia che mi bagnano il giubbotto. E che scorreranno via insieme ad un’altra partita.